Mes e non più Mes. Salvini apre le porte ai transfughi M5s. Il governo ‘balla’ al Senato. Numeri e scenari

‘Porte aperte’ ai 5Stelle e spallata al governo. Salvini sente “l’odore del sangue” e si rimette a fare politica

Mes e non più Mes. Salvini apre le porte ai transfughi M5s. Il governo ‘balla’ al Senato. Numeri e scenari

L’annuncio di Matteo Salvini, che domenica scorsa ha detto di voler ‘aprire le porte’ ad eventuali altri fuoriusciti dal Movimento 5 stelle, come già avvenuto nelle ultime settimane (ben due se ne sono andate: una al Senato, la Riccardi, che è passata alla Lega, e uno alla Camera, Ermellino, che invece, per ora, si è iscritto al Misto), ha messo in grande agitazione governo e Pd, oltre che l’M5s. “Quando accadrà lo vedremo”, ha aggiunto il leader leghista sulla possibilità che vengano meno i numeri della maggioranza, soprattutto al Senato, dove pencola assai, come vedremo più avanti, e con dovizia di particolari.

Come fece Berlusconi con Prodi nel lontano 2008, il Capitano prova a disarcionare Conte e il suo governo

Certo è che il leader della Lega, Matteo Salvini, s’è ringalluzzito. Si prepara a un’altra ‘estate italiana’, stile quella che, l’anno scorso, lo portò dal Paapete a toccare tutti i lidi italici sicuro di stare aprendo non solo una crisi di governo, ma le porte per elezioni politiche anticipate. La Storia, come si sa, è andata diversamente, e – contro ogni sua immaginazione – è nato il Conte bis grazie all’asse Di Maio-Renzi-Zingaretti che lo ha lasciato dov’era prima, cioè a ‘languire’ all’opposizione. Un bel problema, per lui.

Ma – è sicuro Salvini - “non sarò io” a dare la spallata, “saranno gli italiani a chiedere le elezioni”, cioè la spallata. Come quella che, in buona sostanza, Berlusconi e il Pdl riuscirono ad assestare a un centrosinistra (allora Unione) corroso e diviso da mille problemi, divisioni e personalità ingombranti (Mastella, Bertinotti, Veltroni, Rutelli, etc.) e che, dopo soli due anni di legislatura, nel 2008, portarono alla caduta del II governo Prodi e poi, sempre quell’anno, all’immancabile vittoria della coalizione di centrodestra. Berlusconi, ai tempi, mise in atto anche una spregiudicata operazione di ‘compravendita’ di parlamentari, specie tra i senatori (De Gregorio etc.). Salvini non sarà da meno, nei confronti di grillini spaventati e confusi, in pieno marasma.

Ma se è praticamente impossibile che ottenga le urne, Salvini sa che il ‘fattore tempo’ gioca contro di lui

Salvini, dunque, è tornato a sperare in urne ‘a breve’, cioè elezioni anticipate che, tuttavia, per una serie complicata di ragioni ed eventi (il referendum costituzionale da celebrare, la nuova legge elettorale da scrivere, etc.), sarà molto difficile che possano arrivare. Di certo non entro la fine dell’anno in corso. Forse nella primavera del 2021, unica ‘finestra’ elettorale rimasta tecnicamente aperta, oggi.

Insomma, alle elezioni anticipate, ci crede, in pratica, solo lui, Salvini: di certo non Berlusconi, e neppure la Meloni. Salvini sa che il ‘fattore tempo’ gioca contro lui e la Lega.

Il governo c’è, ma traballa. I troppi, impegni economici: manovre aggiuntive, legge di Bilancio, piano di rilancio

In teoria, un governo - prima ‘tripartito’ (Pd-LeU-M5s) e oggi ‘quadripartito’ (con la nascita di Iv) – c’è, ma balla e traballa, praticamente, su ogni dossier e su ogni tavolo da aprire. Dopo due manovre ‘straordinarie’ (il dl ‘Cura Italia’, da 25 miliardi, e il dl ‘Rilancio’, da 55 miliardi), Gualtieri prepara la manovra economica ‘aggiuntiva’, da 20 miliardi, di luglio. Poi, in vista dell’autunno, vanno scritti il Def, il Piano nazionale di rilancio, da presentare all’Europa, per farsi ‘giudicare’ su come verranno spesi i (tanti) soldi del Recovery Fund e, dulcis in fundo, la legge di Stabilità (ex legge Finanziaria), cioè la manovra economica ‘classica’: va approvata dal governo entro il 15 ottobre (subito dopo l’approvazione del Nadef, la Nota di variazione al bilancio) e poi va spedita a Bruxelles per essere validata dal 15 ottobre in poi, quando, in Parlamento, si apre la ‘sessione di bilancio’ che tiene impegnate le Camere fino alla fine di ogni anno. Nel mezzo, per non farsi mancare niente, ecco spuntare l’election day del 20/21 settembre: elezioni regionali in 7 regioni, elezioni amministrative in mille comuni e referendum costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari. Un calendario ‘da paura’ che rischia di trasformarsi in un calvario a ogni stazione, per Conte.

Mes e non più Mes. La guerra ad alta intensità Pd-M5s e i numeri ‘ballerini’ del Senato che non danno certezze

In mezzo a tutti questi impegni e queste scadenze, e alle tante, troppe, ‘emergenze’ economiche che gravano sul nostro Paese come una spada di Damocle, è scoppiata, in sovrannumero, anche l’ormai arcinota questione del Mes.

Il Meccanismo europeo di Stabilità, di solito usato come forma di ‘strozzinaggio’ su Paesi economicamente deboli, stavolta vuol dire soldi freschi, pronti per essere concessi con una sola ‘condizionalità’: quella di essere spesi solo e soltanto per spese sanitarie. Trattasi di 36 miliardi che sono importanti come l’oro, per l’Italia, ma sui quali è iniziata la ‘guerra’ interna alla maggioranza. Il Pd vuole usarli, LeU pure, Iv non ne parliamo, i 5Stelle oppongono resistenza.

Sembra un minuetto, un ballo accademico dalla ‘facile’ conclusione: i 5Stelle si convinceranno e il Parlamento darà ‘via libera’ al Mes con i voti della ‘sola’ maggioranza. Il guaio è che uno straccio di certezza, sul tema, non c’è e che l’M5s continua a dire che il Mes non lo voteranno, anche se il Pd, con Zingaretti, ormai glielo chiede ogni giorno. Non a caso, Conte – che deve barcamenarsi tra entrambi - ha dovuto persino ‘rimbrottare’ frau Angela Merkel, che chiedeva all’Italia di “utilizzare subito il fondo Mes”.

Ora, al di là dei tecnicismi (ci sarà un voto ‘unico’ sul Mes e, insieme, sul Recovery Plan, per fa ‘indorare la pillola’ ai grillini? Ci saranno due voti separati? Il Parlamento voterà il Mes entro la fine di luglio o il voto arriverà a settembre?), quello che conta sono i numeri della maggioranza in Parlamento e, in particolare, al Senato. Infatti, alla Camera, dovrebbe (dovrebbe!) andare tutto liscio: Pd+LeU+Iv+M5s hanno, sulla carta, la bellezza di 333 deputati (quorum fissato a 316) cui andrebbero aggiunti almeno 10 del Misto, per un totale di 343 deputati che lasciano ampio margine a alcune, ad oggi impreviste, ma possibili, defezioni a 5stelle.

I conti della serva al Senato: il governo si regge sul filo dei numeri e, almeno in teoria, non basta a stesso…

I guai, come si sa, sono tutti al Senato. E qui bisogna prendere la calcolatrice e fare di conto con grande attenzione. In teoria, il plenum del Senato è composto da 321 senatori (315 più cinque senatori a vita e ‘viventi’ e un presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano), ma da mesi il plenum è sceso a 319 perché due seggi sono oggi vacanti (due senatori eletti sono deceduti e le elezioni supplettive per sostituirli non sono state ancora indette). La maggioranza assoluta, dunque, cioè il quorum del plenum, è fissato a 160 membri. Non sempre, va detto, sulle leggi, serve la maggioranza assoluta (anzi: quasi mai). Basta, infatti, ottenere la maggioranza semplice, cioè che i ‘sì’ battano i ‘no’, ma il magic number di 160 (o, a regime, 161 membri), ha un chiaro, netto, logico, significato politico.

Bene, oggi la situazione è questa: l’M5s, che ne ha persi 13 in meno di due anni, conta su 95 senatori, il Pd su 35, Iv 17, LeU ne ha 5. La maggioranza politica, dunque, che regge il governo può contare solo su 152 senatori. Ben lontana dai 160, la maggioranza di governo, al Senato, si ‘regge’ su apporti esterni ma che, di questi tempi, valgono come l’oro.

Innanzitutto, ci sono gli otto senatori del gruppo Autonomie: lo storico gruppo che rappresenta le minoranze linguistiche del Trentino (tre gli eletti, tutti della Svp) e della Val d’Aosta (uno), ma gruppo cui sono iscritti anche il centrista Pierferdinando Casini (eletto col centrosinistra) e l’ex dem Gianclaudio Bressa, eletto in Trentino, come pure i senatori a vita Elena Cattaneo e Giorgio Napolitano, che proprio oggi compie i suoi 95 anni. Spesso assenti entrambi, ma che, se presenti, votano col governo.  Sarebbero, in teoria, otto senatori ‘sicuri’, per il governo, ma di recente la Svp, che in Trentino si è alleata alla Lega, mostra segni di nervosismo e di insofferenza. Infine, c’è il ‘calderone’ del gruppo Misto. Al netto dei cinque di LeU, che contano anche sulla presidente del gruppo, la De Petris, come sempre c’è di tutto. Si va dai senatori a vita Monti e Segre (il primo molto presente, la seconda molto assente, per problemi legati all’età) alla ex radicale Emma Bonino fino a Merlo del MAIE (gli italiani all’Estero), che al governo conta pure un sottosegretario: qui, il bottino, è di quattro voti sicuri per il governo. Poi, però, iniziano i guai.

Al Misto è iscritto l’ex democrat Matteo Richetti, oggi unico rappresentante del ‘partito’ (sic) fondato da Carlo Calenda, Azione civile, e il neo-eletto Sandro Rutolo, eletto nelle supplettive a Napoli, e portato in Parlamento da una coalizione ‘giallo-rossa’. Sul Mes, Richetti voterà a favore, Ruotolo potrebbe non farlo. Poi ancora c’è Tommaso Cerno, eletto con i dem, poi passato con Iv, poi, per protesta personale, finito al Misto: le sue opinioni sono, al momento, del tutto imperscrutabili. Infine, ecco avanzare ben otto ‘scappati di casa’ dal M5s, per problemi di rendicontazioni, scontrini o scelta politica: sono i senatori Buccarella, Ciampolillo, De Bonis, De Falco, Fattori, Martelli, Di Marzio e Mario Michele Giarrusso, storico pasdaran del Movimento siciliano. Una nutrita pattuglia di otto senatori del Misto che votano un po’ come gli pare, ma capita spesso appoggino il governo. Il nono reprobo ex M5s – ci sarebbe anche Paola Nugnes, ma si è riscoperta ‘di sinistra’ e si è iscritta a LeU – è Gianluigi Paragone: il suo voto, sul Mes, sarà ovviamente un no. Diciamo che, al netto dei 5 iscritti a LeU e forse di 4/5 ex M5s, nel Misto il governo, contando i due senatori a vita, Bonino e Richetti, può contare su un pacchetto di 12/13 voti su 22 iscritti. Infine, ecco spuntare due senatori a vita ‘non’ iscritti ad alcuna componente, Piano e Rubbia, che però, in Senato, non ci vengono davvero mai, quindi è come non ci fossero.

In buona sostanza, contando sui voti ‘stretti’ dei partiti che appoggiano il governo (152), la maggioranza oscilla sui 165/170 ma solo grazie agli ‘esterni’ alla maggioranza (12 dal Misto - otto nelle Autonomie – 3/5 senatori a vita), il che vuol dire restare ‘appesi’ a voti che un giorno ci sono e un altro giorno, invece, scompaiono come per incanto.

Numeri del centrodestra e il ventilato ‘soccorso azzurro’

Certo, le opposizioni (Lega 63 senatori, FI 60, FdI 17, più dieci senatori del Misto che spesso votano col centrodestra) arrivano ‘solo’ a 150 voti, oggi, ma l’equilibrio è instabile, precario, e Salvini, appunto, annuncia ‘nuovi arrivi’ di transfughi grillini che, entro breve, passerebbero alla Lega: si parla, per ora, di due senatrici M5s, Pacifico e Drago.

Soprattutto, almeno sul singolo tema – caldo – del Mes, sarebbero almeno sette i senatori stellati pronti a votare contro o, comunque, ad astenersi dal voto per il governo. Inutile fare i loro nomi perché variano di giorno in giorno, ma di certo il governo, sul Mes, al Senato rischia parecchio.

Certo, potrebbe arrivare, come dice a chiare lettere il leader di Iv, Matteo Renzi, il ‘soccorso azzurro’: Forza Italia ha tanti di quei deputati e, soprattutto, di quei senatori (60), da poter facilmente compensare ogni ‘perdita’ dentro i 5Stelle, ma il problema, a quel punto, diventerebbe un altro. Cosa chiederebbe, Berlusconi, in cambio dei voti sul Mes, di cui dice, pensandolo sinceramente, che “all’Italia serve”? La nascita di un nuovo governo col Pd e l’M5s senza Conte? Un Conte ter basato sull’attuale maggioranza allargata a FI e, ovviamente, con dentro ministri e sottosegretari di FI? Nuove elezioni anticipate ‘pilotate’? Quien sabe?, per ora, ma certo Berlusconi farà pagare a caro prezzo i suoi voti.