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L'approvazione del Mes è rimandata, vittoria di Conte. Ma il testo non si può modificare

Il presidente dell’Eurogruppo, Centeno conta su un’approvazione definitiva, da parte dei capi di governo, entro il primo trimestre del 2020

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
L'approvazione del Mes è rimandata, vittoria di Conte. Ma il testo non si può modificare
Mario Centeno, presidente dell'Eurogruppo

Politicamente, Palazzo Chigi potrebbe definirla una vittoria. La temuta riunione dei ministri delle Finanze dell’Eurogruppo sul Mes si è conclusa con l’annuncio che, la prossima settimana, il summit dei leader della Ue non darà il via libera definitivo alla contestata (in Italia) riforma del Meccanismo europeo di solidarietà (come, in effetti, aveva anticipato Conte). La bozza di trattato, in ogni caso, non sarà modificata (come aveva predetto il ministro dell’Economia, Gualtieri). Saranno studiati, tuttavia, alcuni aggiustamenti ai meccanismi di coinvolgimento degli investitori privati in una eventuale ristrutturazione del debito (come aveva fatto capire Conte).

Per il Movimento 5 Stelle – se vorrà sfruttarla – è una boccata d’ossigeno che gli consente di uscire dal tunnel in cui si era cacciato, quando ha cominciato a rivendicare una riscrittura dell’accordo europeo, basata, però, su una serie di equivoci e fraintendimenti, mutuati dall’offensiva scatenata, contro il Mes, dal leader della Lega, Salvini. La Lega – dove un esponente di spicco, come Claudio Borghi ha ripresa ad evocare una uscita dall’euro - ha già fatto sapere che l’offensiva propagandistica continuerà, ma per Di Maio e i grillini è una pausa che consente di rinviare le decisioni a dopo le elezioni in Emilia Romagna. Non molto di più, però. Il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno ha detto ieri che conta su un’approvazione definitiva, da parte dei capi di governo, entro il primo trimestre del 2020. Poi, la decisione finale spetterà, in ogni caso, ai 19 Parlamenti dei paesi dell’eurozona.

Mes inarrestabile

Il treno del Mes, insomma, non si fermerà. Questo vuol dire che, nei prossimi anni, ci sarà un Fondo europeo, alimentato dai contributi delle banche e non dei contribuenti, pronto ad intervenire per il salvataggio degli istituti di credito in crisi, un dossier a cui l’Italia (dove dal Monte dei Paschi alla Popolare di Bari a Carige non mancano le banche che traballano) è assai interessata. L’altro braccio del Mes riguarda, invece, il salvataggio di paesi in difficoltà. Nonostante le polemiche, non è una novità. Esisteva già un fondo simile – l’Efsf, Fondo europeo per la stabilità finanziaria – che è intervenuto, finanziando i salvataggi in Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda dopo la crisi del 2011. Il Mes è una riorganizzazione di quel fondo, che ora viene riconosciuto direttamente nei trattati istitutivi della Ue.

Cosa cambia fra Efsf e Mes? Per ottenere l’aiuto europeo, Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda dovettero firmare una serie di impegni di austerità e riforma finanziaria per sanare i buchi di bilancio. Quegli impegni erano stati studiati e furono poi monitorati da quella che veniva chiamata la Troika: un trio di rappresentanti della Commissione Ue, della Bce e del Fondo monetario internazionale (quello con sede a Washington) che anch’esso aveva prestato dei soldi al paese in difficoltà. In futuro, in caso di interventi di aiuto, ci sarà ancora la troika, ma, al posto del Fmi, ci sarà il Mes, rappresentante diretto dei governi Ue che, così - come voleva Berlino- avranno voce diretta nei salvataggi.

I programmi di austerità saranno dunque studiati dal Mes, insieme a Commissione e Bce, e potranno includere anche una eventuale (ma non obbligatoria) ristrutturazione del debito pubblico, il termine tecnico con cui si definisce il mezzo default, quando un debitore paga solo una parte dei suoi debiti. La decisione finale sulla necessità o meno di passare per una ristrutturazione tocca alla Commissione. Non al Mes che, invece, deve stabilire tempi e modi in cui il paese aiutato deve restituire i prestiti ottenuti con il salvataggio.

L'infoppo dietro la riforma

Se tutto questo impianto è rimasto in piedi e si avvia alla approvazione nel giro di qualche mese, quale è l’intoppo che ha impedito ai ministri dell’Ecofin di varare subito la riforma? Riguarda un particolare tecnico, ma rilevante: il modo in cui gli investitori privati, in caso di default, decidono di accettare il taglio dei loro crediti. Oggi, la ristrutturazione di un debito pubblico (in Europa, l’unico caso è la Grecia, nel mondo il più clamoroso è l’Argentina) per essere concretizzata ha bisogno, nei paesi Ue, che scattino le Clausole di azione collettiva. Ovvero, i singoli investitori devono votare tutti insieme se accettano i termini della ristrutturazione (ad esempio, il rimborso solo del 60 per cento dei crediti) e poi, caso per caso, per ognuna delle singole emissioni. Visto che le emissioni di singoli titoli sono decine ogni anno, il percorso delle decine di votazioni è tortuoso, lungo e imprevedibile. La bozza di riforma ora congelata proponeva di semplificare il procedimento, sostituendo a tutte queste votazioni una sola, quella generale.

Una scelta su cui anche alcuni addetti ai lavori hanno suscitato dubbi. Rendere più semplici e rapide le ristrutturazioni può, infatti, convincere i mercati che le ristrutturazioni stesse sono più probabili, alimentando la speculazione contro un debito pubblico, perché la bancarotta sembra più vicina. D’altra parte, per un paese in bancarotta, tirarla molto per le lunghe, quando l’acqua è già alla gola, può essere anche peggio. In ogni caso, Conte e Gualtieri si sono schierati sulla  prima posizione. Forse perché convinti che le ristrutturazioni è meglio siano il più complicate e remote possibili. O forse solo perché a caccia di un modo di placare i 5Stelle e congelare l’approvazione della riforma. La scappatoia trovata riguarda il fatto che l’ampio debito pubblico italiano è assai variegato e multiforme e i titoli offerti molto diversi: il possessore di un titolo indicizzato all’inflazione, ad esempio, può avere interessi differenti dal possessore di un titolo normale e una votazione comune può penalizzare gli uni o gli altri. Probabile che la soluzione tecnica che verrà trovata, alla fine, sarà di dare ai singoli paesi la possibilità di offrire un ventaglio diverso di Clausole di azione collettiva.

Oltre a congelare per qualche mese il Mes, l’Ecofin di mercoledì notte ha fatto anche capire che la strada per una vera Unione bancaria è ancora assai lunga, perché assai lunga pare ancora la strada per arrivare ad una assicurazione comune dei depositi, che affianchi la garanzia europea a quella nazionale.

E’ un tema che interessa da vicino l’Italia, forse anche più del Mes, il cui intervento nel nostro paese è, oggi, una possibilità assai remota. Una garanzia sovranazionale dei depositi dovrebbe favorire la circolazione dei capitali e stimolare investimenti in paesi che, a prima vista, qualcuno potrebbe ritenere instabili o insicuri, come sicuramente appare a molti, nel Nord Europa, l’Italia. Nelle ultime settimane, sono apparse sul tavolo alcune ipotesi che fanno pensare ad un possibile scambio in futuro. Da una parte, l’idea di misure che inducano le banche di un paese a ridurre il proprio portafoglio di titoli del tesoro dello stesso paese (una strada che l’Italia considera, oggi, devastante). Dall’altra, l’introduzione di un nuovo titolo a “rischio zero”, un titolo pubblico europeo, l’Eurobond (a cui si oppone pervicacemente la Germania). Se ne discuterà a lungo.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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