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Mes e decreto Lavoro: le due docce gelate sulla premier Meloni dopo i “fasti” di Parigi

Ieri mattina in poche ore il governo va sotto al Senato sul decreto Lavoro e il ministero dell’Economia manda una lettera in Commissione Finanze alla Camera per dire che il Mes rafforzerà la nostra moneta. Il contrario di quanto detto finora da Lega, Fdi e dalla stessa Meloni. Maggioranza in tilt. Alla ricerca di un modo per una dignitosa marcia indietro

Claudia Fusanidi Claudia Fusani    
Mes e decreto Lavoro: le due docce gelate sulla premier Meloni dopo i “fasti” di Parigi

Erano ancora in corso le celebrazioni per la Meloni “statista” che incontra Macron a Parigi e compie “grandi passi avanti” (molto pochi a dir la verità, ma lo vedremo poi), che dalla maggioranza di governo sono arrivati due siluri micidiali alla stessa premier. O meglio, alla stabilità del suo governo. Si conferma così la “coperta corta” di cui abbiamo spesso parlato: se Meloni è troppo protagonista in politica estera e tira la coperta su vertici e dossier internazionali, resta scoperta la politica interna. E neppure di poco.

Il primo siluro è arrivato nel corso della mattinata quando dagli uffici del capo di gabinetto del Ministero dell’economia è arrivata una lettera destinata alla Commissione Finanze della Camera in cui si spiega perchè il Mes farebbe un gran bene alla nostra moneta e alla nostra economia. “Andrebbe a rafforzare i Btp” osano i tecnici del Mef il cui ministro è il leghista nominato però in quota tecnici Giancarlo Giorgetti.

Quando la pezza è peggiore del buco

Il secondo siluro è arrivato arriva intorno alle 14 e ha avuto come palcoscenico la Commissione Lavoro della Camera dove il decreto Lavoro, già in aula, era tornato per dare il parere su 10 nuovi articoli voluti da Fratelli d’Italia. E solo da loro. Bypassando a quanto pare Lega e Forza Italia. Così in Commissione i pacchetto di nuovi emendamenti è finito in parità (10 a 10) che al Senato significa sconfitta. Mancavano i due senatori azzurri, Lotito e Mariani. Il presidente del Senato Ignazio La Russa più tardi ha spiegato che “era in corso un cocktail-brindisi lì al Senato, ecco perchè c’è stato questo disguido”. E’ il caso di dire che la pezza sia peggiore del buco.

La lettera del Mef

La lettera è tecnica e chiarissima:  la ratifica del Meccanismo europeo di stabilità (delle banche, il famoso Mes) non produrrebbe “nuovi o maggiori oneri”, non si intravede “un peggioramento del rischio” e anzi potrebbe portare a un miglioramento del Btp e del rating dell'Italia. Il parere del capo di gabinetto del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti “è tecnico” dicono più fonti di governo. Gli effetti sono però decisamente politici e smentiscono la narrazione sin qui sostenuta dalla premier Meloni e da tutto il governo, Lega in primis e poi Fratelli d’Italia: l’Italia, che ha già firmato il Mes una prima volta, non lo ratifica perchè dannoso alla nostra economica e chi se ne importa se tutti gli altri 26 paesi lo hanno già fatto e in questo modo blocchiamo tutta l’Europa. La mina del Mes è stata congelata finora ma era scritto che dovesse scoppiare visto che siamo l’unico paese tra i 27 a non aver ratificato il Trattato. Il 30 giugno è fissato il voto in aula ma l’esame in Commissione Finanze va molto a rilento. Fino alla lettera di ieri.

Quando il presidente della commissione Esteri, Giulio Tremonti, ha diffuso ai colleghi i due fogli protocollati il 14 
giugno, sulla maggioranza è sceso il gelo. Tanto i Fratelli che la Lega sono sempre stati contrari al Mes, ne hanno fatto una bandiera identitaria e non sono intenzionati ad ammainarla in nome del pragmatismo a cui la loro leader si appella in continuazione. Gongolavano invece i deputati di opposizione, che hanno presentato due progetti di legge molto simili (uno del Pd, l'altro del Terzo polo) per la ratifica del Mes. Ieri mattina, quando Tremonti ha tirato fuori la lettera, si doveva votare per decidere quale pdl portare avanti per la discussione generale in Aula a Montecitorio la prossima settimana.  
La commissione è stata aggiornata. Maggioranza e Palazzo Chigi si sono presi 24 ore di riflessione, nuovi rinvii non sono esclusi. Fra i capigruppo di maggioranza si cerca una strategia per affrontare la prossima seduta. Ma non se ne trovano: a questo punto o si ratifica spiegando perchè finora non è stato fatto; o non si ratifica e a maggior ragione si spiega perchè ci stiamo mettendo contro tutta l’Europa. “Contro” significa nuovo isolamento sui migranti, sulle nuove regole del Patto di Stabilità, sulla rate del Pnrr che continuano a non arrivare. Il tutto alla vigilia dell’ultimo Consiglio Ue prima della pausa estiva che si svolgerà a Bruxelles il 29-30 mentre il Parlamento, appunto, aveva calendarizzato il voto in aula sul Mes.

Lo stop di Crippa

Il gelido silenzio della Lega - e dei Fratelli - dura fino a sera quando arriva la dichiarazione del vicesegretario Davide Crippa, il braccio destro di Salvini.  “Sul Mes non è successo niente,  il parere del Mef ha la firma di un tecnico che fa un altro mestiere ma la politica dice che il Mes non si ratifica. La posizione della Lega sempre stata chiara: non serve quindi, noi rimaniamo nella posizione contraria alla ratifica del Mes”. Dunque Crippa, leggi Salvini, dice no al suo ministro più importante, Giorgetti. Perchè è qui il gioco diabolico: è chiaro che il capogruppo scrive la lettera con il via libera del ministro Giorgetti. La domanda è: Giorgetti aveva avvisato Salvini che è anche vicepremier? E Meloni? Giorgetti ha avvisato già più volte della necessità della ratifica ma ha sempre ricevuto alzate di spalle. Ora non si può più aspettare. I più maligni ipotizzano che in realtà siano tutti d’accordo, forzatamente e contro volontà, e che per sbloccare la situazione abbiano mandato avanti il capo di gabinetto. Una cosa è certa: più di un ministro pensa che il Mes vada ratificato, a cominciare da Giorgetti che riceve costanti sollecitazioni sulla ratifica dall’Eurogruppo.  Meloni era a conoscenza della mossa del Mef, assicurano nel governo. “Su simili questioni gli uffici si allineano” si aggiunge.

Ecco perché rafforza debito e pil

“Non si rinvengono nell'accordo modifiche tali da far presumere un peggioramento del rischio legato a suddetta istituzione” scrive il capo di gabinetto facendo un raffronto fra il nuovo trattato firmato dal governo Conte nel 2021 e il primo di dieci anni prima. Inoltre “rispetto alle prospettive degli altri Stati membri azionisti del Mes, l’attivazione del supporto rappresenterebbe, direttamente, una fonte di remunerazione del capitale versato e, indirettamente, un probabile miglioramento delle condizioni di finanziamento sui mercati”. E infine: “È possibile che la riforma del Mes  nella misura in cui venga percepita come un segnale di rafforzamento della coesione europea, porti ad una migliore valutazione del merito di credito degli Stati membri aderenti, con un effetto più pronunciato per quelli a più elevato debito come l’Italia”. Dal punto di vista tecnico, quindi, non ci sono controindicazioni alla ratifica. La questione è puramente politica ma dopo anni di No-no-no giusto per i giusto di dare addosso all’Europa, adesso  i leader di Lega e Fdi non sanno come uscirne. La nemesi di essere prigionieri del loro populismo.

Il viaggio a Parigi

La strategia di palazzo Chigi in questi mesi è sembrata essere quella di preparare la firma/ratifica cercando di dimostrare come questa sia necessaria anche in funzione di altri dossier tutti in fase di trattativa, dal nuovo Patto di stabilità alle regole dell'Unione bancaria, passando per il Pnrr il Patto per l’immigrazione e l’asilo. “Guardate che il Mes ci blocca tutto” è il refrain che ripete informalmente il ministro Giorgetti al ritorno da ogni Eurogruppo. Anche il bilaterale Macron-Meloni a Parigi va letto con la lente del pragmatismo: non si fa quello che piace - i due si sopportano poco e male - ma quello che serve. E l’asse Roma-Parigi ora è necessario visto che la Germania si è riposizionata tra i falchi soprattutto sul Patto di Stabilità. Il Patto del Quirinale, il cui garante è Sergio Mattarella, sta lì poi a ricordarci anche gli impegni economici che uniscono Francia e Italia (che hanno ad esempio appena consegnato all’Ucraina il nuovo sistema di difesa anti missile). Anche sull’immigrazione, il dossier che ha provocato continue crisi tra i due paesi, è necessario che i paesi del sud Europa (Italia-Spagna-Grecia, Malta) abbiano dalla loro la Francia per sperare di ottenere qualcosa nel breve periodo ed evitare altre stragi in mare.

Il voto europeo

Tutto questo infine va letto anche in prospettiva del voto europeo a giugno 2024. Siamo sicuri che alla fine Meloni e Macron siano così distanti? La premier italiana lavora sodo per spostare la maggioranza a Strasburgo dal centrosinistra al centrodestra facendo entrare i Conservatori (di cui è presidente) con i Popolari e tenendo fuori il Pse. Ma i voti potrebbero non bastare. Macron e il suo Renew Europe potrebbe diventare decisivo. Così come i Liberali. Il Ppe è stato chiaro: fuori gli estremisti, a destra e a sinistra (Le Pen e la sinistra estrema) e su tutto il resto possiamo ragionare”.  In tutto il resto c’è anche Giorgia Meloni e i Conservatori.

Ma il fronte interno…

Ora però se Meloni cura troppo gli interessi europei, la  maggioranza manda segnali inequivoci. Che nelle stesse ore del Mes alla Camera il governo sia andato sotto al Senato sul decreto Lavoro (quello sbandierato da Meloni il Primo maggio con tanto di video emozionale) non è casuale. Meloni sa bene che al Senato bastano 4-6 voti per non avere più la maggioranza. Rischio Vietnam nei prossimi mesi è serio. Il messaggio di Forza Italia è molto semplice: pretendono rispetto e pari dignità. Anche perchè senza gli azzurri, alla maggioranza viene meno l’aggancio con il Ppe.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani    

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