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Strada in salita per il governo Meloni al vertice di Bruxelles. Pressing su competitività e Fondo sovrano

Nervosismo di Roma rispetto alla missione franco-tedesca a Washington. Aiuti di stato, flessibilità sul Pnrr, la competizione delle nostre imprese, nuovi muri contro i migranti: la posta in gioco del Consiglio Europeo. E dell’economia italiana

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Giorgia Meloni
Giorgia Meloni (Foto Ansa)

Sarà anche la leader più popolare in Europa. Ma il fatto che lei ieri fosse a Milano, a condividere il palco con Berlusconi, Salvini, Lupi e Fontana, a straparlare di “Cospito e Stato sotto attacco che non molla e non tratta”, di gas che “possiamo estrarre in larga quantità nei nostri mari” e altre cose più o meno verosimili mentre i ministri economici francesi e tedeschi erano a Washington a trattare delicate partite commerciali, l’ha fatta stare nervosa tutto il tempo. Ieri, oggi e domani. Almeno fino a quando Giorgia Meloni arriverà a Bruxelles e potrà capire che aria tira sui dossier che contano veramente: economici, energetici e sull’immigrazione. E questo al di là delle faccette sarcastiche che ha mostrato nell’ ultima settimana sui palchi dei comizi finali delle regionali, rimarcando che “l’Italia non è sola, anzi, tutti chiedono di noi, siamo centrali”. Quello che inizia domani a Bruxelles è molto di più di un vertice informale: è il primo vero test europeo del nuovo governo nei suoi 110 giorni a palazzo Chigi. Difficile, come sempre, fissare l’asticella che divide il successo dall’insuccesso. La narrazione sarà ovviamente positiva secondo palazzo Chigi. Negativa secondo le opposizioni. E’ possibile però fissare alcuni punti oggettivi in grado di determinare uno l’altro.

I due macrotemi

Due giorni, due macrotemi: economia e immigrazione. Nel primo va compreso il dibattito sulla flessibilità del Pnrr (per noi fondamentale) e cioè se e quanto sarà possibile modificare tempi e contenuti del Piano nazionale di ripresa e resilienza; il dibattito sulla possibilità di spendere i Fondi europei non utilizzati per altre e diverse voci di spesa; il Fondo sovrano europeo, una cassaforte di soldi presi a debito a cui attingere nei momenti di crisi; soprattutto e più di tutto la questione IRA, l’Inflation reduction Act il pacchetto da 370 miliardi di dollari in dieci di incentivi e sussidi alle imprese che la Casa Bianca ha messo a disposizione delle imprese americane per sostenere la transizione delle tecnologie verdi e anche il Made in Usa. Una valanga di soldi di questo genere spaventa l’Europa sempre già chiusa a est per via della guerra e ora a rischio saturazione a ovest. Che impatto avranno quei soldi su import ed export con i paesi europei? Per questo i ministri Robert Habeck e Bruno Le Maire sono in missione a Washington dove hanno incontrato il segretario al Tesoro Janet Hellen e la rappresentante americana per il Commercio Katherine Tai. E per questo Giorgia Meloni era così nervosa: la missione in tandem dei due non fa immaginare nulla di buono per la nostra bilancia di import ed export.

Il pacchetto IRA e gli aiuti di Stato

La domanda che sarà posta nelle prossime ore a Bruxelles è proprio questa: come intende la Ue tutelarsi e gestire il pacchetto Ira rispetto alla propria economia? Come agire, ad esempio, sulla leva degli aiuti di Stato in Europa? Maggiore flessibilità? Fino a che punto? E cosa succede ai paesi più schiacciati dal debito (come l’Italia) e che hanno minori spazi fiscali (nel nostro caso vicini allo zero)? L’iniziativa anglo-francese è stata presentata come una “missione europea”: due ministri di peso provenienti dai due primi pil europei hanno - è stato detto - hanno più forza contrattuale negli Usa rispetto ad un rappresentante a nome della Ue. Peccato che Parigi e Berlino abbiano obiettivi diversi e si presume siano andati a perorare ciascuno il suo: ad entrambi sta bene una controreazione europea con più aperture sugli aiuti di Stato visto che entrambi i paesi hanno ampi spazi di manovra fiscale, ma la Francia vuole anche la creazione di un Fondo sovrano europeo mentre la Germania su questo frena. L’Italia avrebbe zero spazi di manovra per gli aiuti di Stato e si salva solo con il Fondo. I due ministri economici europei hanno spiegato che gli Stati Uniti hanno accettato un principio di “trasparenza” per quanto riguarda i sussidi che concederanno ai propri industriali nell'ambito dell’Ira. In questo modo la Ue potrà mettere in campo “lo stesso livello di aiuti pubblici”. Cominciando, proprio, da una nuova flessibilità sugli aiuti di Stato.

Nervosismo a palazzo Chigi

Il ministro per le imprese e il Made in Italy Adolfo Urso ieri non era a Washington ma a Stoccolma con gli altri omologhi europei. “Saranno settimane decisive - ha detto - la vera sfida è con la Cina non con gli Usa” ha insistito rilanciando il “Fondo Europeo per la sovranità è l’unica risposta possibile”. Ecco cosa si legge nella bozza delle conclusioni del vertice datata 6 febbraio si legge“sono necessari investimenti pubblici e privati per colmare i gap di finanziamento che minacciano la crescita. Il Consiglio europeo prende atto dell’intenzione della Commissione di proporre Fondo Ue per la sovranità prima dell’estate 2023 per sostenere gli investimenti nei settori strategici della doppia transizione”.
E’ chiaro anche ad un bambino che Roma doveva essere presente al trilaterale di Washington. Oppure non doveva essere organizzato. Nervosismo quindi giustificato a palazzo Chigi. Tanto che verso sera esce una nota per fare vedere che l’attenzione della premier è sui dossier europei più che su quelli nazional-regionali (ieri funestati anche dalla notizia, smentita, del sottosegretario alla Realizzazione del programma Fazzolari che vorrebbe implementare i corsi di tiro e sparo con la pistola). “Dopo le telefonate di ieri in preparazione del Consiglio Europeo straordinario del 9-10 febbraio, il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha avuto oggi una telefonata con il Presidente del Governo di Spagna, Pedro Sanchez. Al centro dello scambio di vedute, il sostegno europeo all’Ucraina a 360 gradi, soluzioni UE a supporto della competitività delle imprese, e una gestione finalmente europea dei flussi migratori, incentrata sulla dimensione esterna e sul controllo dei confini”. Ma l’asse italo-spagnolo fa ridere rispetto a quello franco-tedesco.Notizie migliori dovrebbero arrivare sul fronte flessibilità. Dovremmo ad esempio poter spendere i Fondi di coesione Ue che non sono stati impiegati, alcune regioni del sud sono a -70% ed ecco perchè il Pnrr pone come prioritario fare le riforme di sistema che però questo governo ha rallentato (Dl Concorrenza; Giustizia; Semplificazione). Così come dovremo poter spendere in modo diverso i fondi del Pnrr destinati ad obiettivi oggi, dopo un anno di guerra, non più così prioritari. Non ci sarà però alcune flessibilità sui tempi: tutto dovrà essere consegnato e quindi realizzato entro il 2026, mese più mese meno.

L’immigrazione e i muri

L’altro macrotema del vertice è l’immigrazione. Con una grossa novità che ha preso forma proprio alla vigilia: i paesi baltici ma anche Malta e la Grecia e, immancabile, Viktor Orban chiedo in sostanza alla Ue di “alzare più muri”. Detta meglio, più fondi europei per rafforzare la protezione delle frontiere e Frontex. Sono stati chiesti in una lettera firmata da otto Paesi membri che delineano un inedito asse Nord-Sud. Hanno firmato la richiesta Danimarca, Lituania, Lettonia, Estonia, Slovacchia, Grecia, Malta e Austria. Difficilmente la lettera degli otto incontrerà unanime consenso tra i commissari europei. Il finanziamento diretto a barriere statiche è stato più volte escluso da Bruxelles. Josep Borrell, il commissario per l’Estero, ha ribadito ieri “dobbiamo evitare una mentalità da 'Fortezza Europa' sulla migrazione. Nessun muro sarà abbastanza alto da mantenere le persone fuori”. Se il vertice aveva all’ordine del giorno “una maggiore condivisione europea dei flussi migratori, sia per i rimpatri che per flussi controllati e legali”, è chiaro che la lettera introduce un elemento nuovo. Finora l’Italia non è pervenuta. Certo è musica per il “muro navale” più volte evocato da Meloni. E per la sua richieste di “rafforzare i confini europei”. E il fronte dei muri potrebbe trovare nuovi adepti già domani a Bruxelles. In una videocall con il presidente del Consiglio Ue Charles Michel e i primi ministri di Polonia, Belgio, Finlandia, Malta, nonché con il capo di Stato della Bulgaria, Orban ha rilanciato una ricetta a lui cara. “Per mantenere l'Europa al sicuro, la Ue deve finanziare la protezione dei nostri confini, comprese recinzioni e altre barriere fisiche”.
Nelle bozze delle conclusioni del summit, finora, si parlava solo della dimensione esterna della migrazione. Di fronte al pressing di buona parte dei 27 il testo è stato modificato. E il capitolo flussi si apre con un incipit: la migrazione è “una sfida europea che richiede una risposta europea”. Ma l’arrivo a Bruxelles di Volodymyr Zelensky (domattina?) potrebbe cambiare programmi e ordini del giorno.

 

 

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

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