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Meloni e il pasticcio pericoloso di una riforma nazional-popolare. Pd: in piazza contro il premierato

Ieri è partito l’iter ufficiale delle riforma costituzionale che introduce il premierato. Al Senato le opposizioni promettono muro contro muro. Nella stesse ore Giorgia Meloni spiega la sua riforma in un convegno pop. “Io vado avanti lo stesso: deciderà il popolo”. La premier dice ok al proporzionale e di voler ascoltare le proposte. Ignora però quelle che le vengono fatte. Il nodo della legge elettorale e del ballottaggio

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Il presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni (Ansa)
Il presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni (Ansa)

Se c’è una regia, è degna di alta scuola. Nell’aula del Senato il “muro” prende forma parola dopo parola nei vari interventi che accompagnano la discussione generale del disegno di legge di riforma costituzionale altrimenti detto “il premierato”. “Noi vogliamo un paese dove governa chi prende più voti, al riparo da giochi di prestigio e trasformismi, un paese affidabile” è il mantra che si ripete dai banchi della destra. Di Fratelli d’Italia, soprattutto. Ceto non da quelli della Lega. “Mai un uomo solo al comando, faremo muro con i nostri corpi contro una riforma che stravolge l'assetto nato dalla Costituzione antifascista e mina la repubblica parlamentare” è il mandato che Elly Schlein ha consegnato ai senatori Pd incontrati poco prima l’aula. Si va avanti così, muro contro muro, fino alle otto di sera.

La doppia scena

Nella sala della Regina, invece, alla Camera arriva Giorgia Meloni in tailleur bianco panna si mette, ospite d’onore, ecumenica, inclusiva e persino generosa ad ascoltare, prendere appunti e poi dire la sua (per oltre un’ora) nel convegno “La Costituzione di tutti. Dialogo sul premierato” organizzato dalla Fondazione De Gaspari, presieduta da Angelino Alfano, e dalla Fondazione Craxi (Margherita Boniver). Due ore con interventi del professor Giovanni Orsina, dal costituzionalista Clementi, dal presidente emerito Luciano Violante e dalla professoressa Poggi. Docenti che, pur venendo da storie diverse, hanno condiviso molte perplessità e la reale efficacia della riforma Casellati/Meloni. Non perché non serva la riforma, ci provano tutti i governi da almeno quarant’anni.  Ma perché quella presentata non risolve i problemi di rappresentanza, stabilità e efficacia del governo e quindi di accountability del sistema Paese. Insomma, al Senato il campo di battaglia. Alla Camera un civilissimo e interessante confronto di idee. Dov’è l’errore? Dove la verità? Quale metodo avrà la meglio nei prossimi mesi e anni? Meloni è veramente disponibile “a modificare il suo testo con proposte serie e nel merito” come dice “purché siano raggiunti gli obiettivi indicati - stabilità, efficacia e quindi affidabilità - e non ci siano intenti dilatori”?  Di sicuro, ha detto, lei andrà avanti, costi quel costi, fino al referendum perché “visto che la Costituzione è di tutti, tocca a tutti decidere. Non c’è nulla di più sbagliato che personalizzare un riforma costituzionale”.

Dove la verità?

Non esistono risposte certe a queste domande. Si può sottolineare come proprio lunedì il gruppo di costituzionalisti-riformatori (Ceccanti, Quagliariello, Morando, Macina, D’Amico, Calderisi) tutti ex parlamentari ma tutti iscritti ad un partito a sinistra o al centro, hanno presentato due utilissimi emendamenti (riproposti ieri al convegno dal professor Clementi e Meloni prendeva appunti) che vanno a toccare l’articolo 2 e 5 del ddl Casellati. Ieri il testo è arrivato in aula al Senato con un emendamento del governo che ignora del tutto le modifiche richieste dai costituzionalisti. Insomma, tutta questa volontà di ascolto e di correggere il testo per migliorarlo al momento non lascia traccia di sé. Ma il cammino della riforma è certamente lungo. Maggioranza e governo vedono la fine del 2025 e l’inizio del 2026 come le date utili per concludere l’iter parlamentare e indire il referendum del testo Casellati (se non saranno raggiunti i due/terzi). La verità è che non ci posso essere certezze sul timing. E ieri qualcuno al Senato ipotizzava anche che il referendum potrebbe essere indetto con la nuova legislatura, addirittura nel 2027-2028. “Si fiuteranno i tempi” dicevano ieri dalla maggioranza. “Perché un conto è arrivare all'approvazione definitiva del ddl Casellati tra un anno e un altro è tenerlo poco prima delle prossime elezioni politiche. Il rischio di condizionare il voto politico con l’esito del referendum sarebbe un autogol”.

Tempi comunque lunghi

Tempi lunghi. Conviene andare mese per mese. Intanto l’obiettivo è concludere il prima possibile la discussione generale - ieri 73 interventi e a volte ci sono state solo 8 persone nei banchi della maggioranza. Prima delle Europee si vorrebbero votare i primi emendamenti e prima della pausa estiva il primo via libera dei quattro richiesti. Il ddl Casellati dovrebbe poi essere modificato alla Camera e quindi la doppia conforme (necessaria per procedere a terza e quarta lettura) è rinviata al 2025. Ieri in aula al Senato sono state respinte le pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni. Ha votato contro anche Italia viva. “Adesso - sottolineava il dem Dario Parrini - stanno andando avanti come un rullo compressore, ma poi si dovranno porre degli interrogativi: secondo i sondaggi più della metà degli italiani non vuole il premierato”. Elly Schlein ha rilanciato con la manifestazione del 2 giugno,  “sulla Costituzione e l’Europa federale contro il premierato e l’autonomia differenziata”.  Maurizio Gasparri ha accusato: “Il Pd non rispetta la Festa della Repubblica”. Il presidente del Senato si è impegnato Ignazio La Russa si è impegnato per “nessuna accelerazione immotivata e nessun ritardo strumentale”.

“Avanti, costi quel che  costi”

La pugna al Senato. Il confronto accademico alla Camera. Con la premier che non ha rinunciato a punzecchiare e sfidare. Secondo il suo stile. “Poiché la Costituzione è di tutti perché tocca tutti, penso sia un errore approcciare questi temi con una impostazione ideologica. Ma è questo l’orientamento prevalente che vedo finora”. E per essere ancora più chiara: “Il Pd non mi pare abbia molti argomenti di merito visto che dice di voler usare i propri corpi per fermare il cammino della riforma”. E comunque, sia chiaro a tutti, “questo è un governo solido, stabile, io non ho bisogno di fare questa riforma, per me è un rischio ma l’ho promessa a chi mi ha eletto e quindi la porterò avanti, con o senza le opposizioni. Alla fine sarà il popolo a decidere”. Dunque, dialogo ma fino ad un certo punto perché Meloni questa riforma la vuole fare.

La platea nazional-popolare

Davanti a sè una platea assai mista di cantanti, star e sportivi, da Iva Zanicchi ad Amedeo Minghi, da Pupo a Claudia Gerini, dal nuotare Filippo Magnini a Elisa Di Francisca, oro olimpico di fioretto. E poi imprenditori come il tunisino Tarak ben Ammar e il manager Piero salini della Webuild, il colosso del ponte di Genova e della metro C qui a Roma. Nelle prime file anche il giornalista e conduttore tv Massimo Giletti  Pare che i vari ministri si siano messi al telefono per convocare le rispettive agende. L’obiettivo era creare una platea pop e glamour per parlare di una cosa noiosa e tecnica come la riforma costituzionale. “Si mi hanno chiamato e chiesto di venire qui. Non ho capito bene a fare cosa però è sempre utile ascoltare cose nuove” ha spiegato Iva Zanicchi a cui la parola “premierato” piace molto. Alternando in modo sapiente voce flautata e toni puntuti, la premier ha chiarito una volta di più la sua posizione. La premessa è che al Paese serve “stabilità politica” visto che “in 75 anni di Repubblica ci sono stati 68 governi, 31 presidenti del Consiglio e se il mio governo mangia il panettone sarà il sesto per durata di questa speciale classifica”.  Il premierato va in questa direzione “lasciando inalterati i poteri fondamentali del Presidente della Repubblica” ed “eliminando a monte la funzione di supplenza che il presidente della Repubblica ha assunto in questi anni per colpa di una politica incapace di decidere”. Secondo la premier la sua riforma “salvaguarda gli organi di garanzia  a partire dalla funzione di arbitro super partes del Capo dello Stato”. Punto questo invece assai discutibile per i relatori al tavolo. La stabilità e l’orizzonte della legislatura è necessaria “per potare avanti qualunque programma che è stato presentato ai cittadini e restituire credibilità alle istituzioni e alla politica e agli interlocutori internazionali”.

“Solo ideologia”

A Violante che aveva suggerito alla premier di “chiedersi sempre come le opposizioni userebbero la riforma una volta diventati maggioranza”, la premier ha risposto piccata che lei si fa sempre questa domanda ed è per questo che cerca la maggioranza dei 2/3. “Purtroppo però vedo solo molta ideologia, il Pd dice di voler usare i propri corpi… e quindi guardate  se non ci sarà la maggioranza in Parlamento la parola andrà ai cittadini e al referendum come è giusto che sia”. Del resto, ha aggiunto mettendo le mani bene in avanti, “è un errore la personalizzazione. Questa riforma non riguarda la sottoscritta o il presidente Mattarella. Riguarda un altro mondo, un futuro ipotetico. Per questo vale la pena discutere invece di personalizzare sempre tutto”. Meloni sa bene quali sono i punti deboli della proposta Casellati. “Sono convinta - ha detto - che faremmo un buon servizio alla nazione se accompagnassimo il premierato con una legge elettorale che ricostruisca il rapporto eletto-elettore e consolidi la democrazia dell’alternanza reintroducendo le preferenze”. Alla parole “preferenze” brividi in sala, rumori sulle sedie, lato politici dove spiccava l’assenza totale di uomini o donne della Lega.

I salti e i vuoti della premier

Meloni chiede quindi proposte nel merito. Ma quale merito? La sensazione, si ragiona dalla parti del Pd più riformista,  “è che la maggioranza sia partita con un testo del governo che ha subito provocato un eccesso di legittima difesa da parte delle opposizioni e quindi ci siamo tutti incartati in una doppia propaganda, quella della maggioranza che non vuole cambiare il testo e quella delle opposizioni che alzano muri con l’eccezione di Renzi”. Il primo e più importante problema che la maggioranza non vuole/non sa risolvere è quello del ballottaggio senza il quale “non si sa come evitare la differenza delle maggioranze tra Camera e Senato e come giustificare un premio che non può essere sproporzionato”. A destra il ballottaggio non piace, viene considerato un arzigogolo democratico, terreno buono per gli inciuci.  Vanno bene il turno unico e le maggioranze relative. Ma così saranno sempre maggioranze di minoranze. Il centrosinistra vuole il ballottaggio per le ragioni opposte. Il fatto è che il ddl Casellati presenta errori e vuoti che possono scivolare in derive e non risolvere affatto il tema della stabilità. Errori e vuoti che possono colmati e corretti. Ci vorrebbe dialogo ma ci sono solo muri più o meno travestiti. Nel suo lungo e teatrale discorso - molto chiaro, a tratti persino divertente, tutto sommato convincete - Giorgia Meloni si è quindi dimenticata di affrontare alcuni nodi tecnici: il premier dovrà essere eletto da una maggioranza o da una minoranza?  Ci dovrà essere una soglia minima? E quale? E se non viene superata quella soglia, cosa succede? Domande semplici per risolvere temi complessi. Da cui può dipendere il tasso di democrazia di un paese.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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