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Ecco il premierato di fatto, quello di Giorgia Meloni…

Il governo Meloni cerca la quadra anche sull’autonomia e procedono le interlocuzioni con le opposizioni. Il Terzo Polo apre, ma non sull’autonomia

Ettore Maria Colombodi Ettore Maria Colombo   
Giorgia Meloni (Ansa)
Giorgia Meloni (Ansa)

La prima, vera, riforma istituzionale – de facto – l’ha fatta la stessa Giorgia Meloni vincendo le elezioni del 25 settembre del 2022 in modo netto e indubitabile. L’incarico di governo non avrebbe potuto andare che a lei e le consultazioni al Colle sono state, di fatto, un pro forma. Anche perché, con il partito della premier, FdI, così davanti agli altri partiti della coalizione di centrodestra, era impossibile che Mattarella non indicasse proprio la Meloni come presidente del consiglio incaricato. A tal punto che le consultazioni al Quirinale ci sono state, è vero, ma sono state, più che altro, una burocratica formalità. Come pure il voto di fiducia del Parlamento: non solo perché le opposizioni erano divise, tra di loro, e assai deboli, ma perché il meccanismo elettorale aveva attribuito alla coalizione di centrodestra un premio di maggioranza, insito nella quota maggioritaria del Rosatellum (i collegi uninominali), tale che solo la defezione in massa di uno dei tre partiti della coalizione avrebbe potuto scalfirne la maggioranza di governo. A maggior ragione, se il governo durasse se non per tutta, quantomeno per gran parte della legislatura, il governo Meloni coinciderebbe di fatto con la durata della legislatura medesima e sarebbe così stabile da introdurre un ‘premierato’ di fatto. Insomma, a volte l’orientamento degli elettori è dirimente anche rispetto alle più elaborate e raffinate architetture di riforma costituzionale. Certo, non è detto che le cose vadano in tal modo, anzi. Il governo Meloni potrebbe cadere, le Camere potrebbero scegliere di formare un nuovo governo, nuove maggioranze potrebbero nascere, in Parlamento, come già è accaduto in passato, e il tutto sarebbe legittimo e costituzionale.

Nel programma del centrodestra c’è sempre il presidenzialismo

Ma molti osservatori dubitano che stavolta accada e si ripeta, cioè, la situazione politica della legislatura passata in cui si sono alternati tre governi di segno completamente opposto: gialloverde prima, giallorosso poi, infine di unità nazionale. Inoltre, nel programma del centrodestra la riforma costituzionale dello Stato e l’introduzione di una qualche forma di presidenzialismo è stata messa nero su bianco ed è intenzione di tutti e tre i partiti della coalizione portarlo avanti. Un vecchio ‘sogno’ di Berlusconi. Una antica tensione della Lega, che però chiede di accompagnarlo al progetto dell’autonomia su cui sta lavorando il ministro Calderoli. E un core business di FdI (e, prima ancora, del Msi) che del presidenzialismo ha sempre fatto una bandiera, quasi un punto d’onore. Ecco perché la Meloni ha chiarito sin da subito che, tra i primi provvedimenti del governo, ci sarebbe stato l’impulso all’iter delle riforme istituzionali, anche se – fino all’altro ieri – il modo di procedere è rimasto avvolto in una nebulosa. Non era chiaro, infatti, e ancora non lo è, se si sarebbe proceduto con l’istituzione di una commissione bicamerale per le riforme, con un ddl di indirizzo da parte del governo o la via canonica dell’esame nelle commissioni competenti. Inoltre, l’altro corno del dilemma era far camminare insieme la riforma costituzionale – materia oggetto del ministro alle Riforme, Casellati - con il ddl sull’autonomia regionale, che è di pertinenze del ministro all’Autonomia, Calderoli, che insieme a tutta la Lega tiene molto di più al secondo impegno che al primo, a tal punto da volerlo vedere approvato subito. Anche perché la riforma costituzionale richiede più anni di tempo, per vedere la luce, trattandosi di riforma della Costituzione, mentre il ddl sull’autonomia segue i tempi della legge ordinaria e, dunque, potrebbe arrivare molto tempo prima. Meloni e il suo governo stanno cercando di armonizzare tempi, richieste e, ovviamente, anche il necessario, doveroso, confronto con le opposizioni che non possono certo essere tagliate fuori a prescindere da una riforma costituzionale.

La Lega preme per la riforma dell’Autonomia

Un doppio binario non facile da portare avanti. L’altro giorno, nel corso di una riunione alla quale hanno partecipato il presidente del Consiglio Meloni, i vice presidenti Tajani e Salvini, il sottosegretario Mantovano e i ministri Calderoli, Casellati, Fitto e Lollobrigida, si è definito il percorso tecnico e politico per arrivare, in una delle prossime sedute del Consiglio dei ministri, all’approvazione preliminare del disegno di legge sull’autonomia differenziata. “Grande sintonia, in linea con gli impegni assunti con gli italiani e definiti nel programma di coalizione, nella riunione a Palazzo Chigi sulle riforme. si legge in una nota di Palazzo Chigi dopo la riunione sulle riforme. Non solo, però. Al tavolo sulle riforme «si è stabilito di definire il cronoprogramma sullo status di Roma Capitale e sulla riforma in senso presidenziale dello Stato».

Archiviata la sua prima legge di bilancio, dunque, il governo riprende insomma mano il dossier riforme. Giorgia Meloni ne assume la regia (collegiale), è il mantra che si ripete a Palazzo Chigi. D’ora in poi - è il messaggio implicito - niente più fughe in avanti e strappi che incombono sulle due riforme, sponsorizzate in modo diverso dagli alleati e quindi a rischio di veti incrociati e fuoco amico.

Possibile ok alla bozza Calderoli prima delle regionali del 12 febbraio

Il vertice è diventato, dunque, l’occasione per ribadire che il presidenzialismo è nel programma del centrodestra tanto quanto l’autonomia, che entrambe le riforme vanno avanti (ovviamente con tempi diversi, in base alla loro diversa natura legislativa) ma che serve anche molto equilibrio. In altre parole, nessuna fretta. Il riferimento implicito è alla bozza di riforma avanzata da Calderoli a fine dicembre e in attesa di approvazione dal Consiglio dei ministri. Non è un mistero che la Lega sogni un’accelerazione - proprio perché sull’autonomia non servono i quattro step delle leggi costituzionali, necessari per il presidenzialismo - e che FdI e Forza Italia frenino. Adesso e per ora l’impegno del governo è affrontare il dossier autonomia, anche se non indica espressamente quando. Alcuni partecipanti alla riunione ammettono che lo spirito sia di collaborazione e che c’è disponibilità dalla Lega. Perciò non escludono che si possa davvero arrivare a un ok sulla ’bozza’ Calderoli prima delle elezioni del 12 febbraio, purché si raggiunga un’intesa di massima che soddisfi tutti.

Chigi: presidenzialismo in tempi più brevi possibili

E il timing per introdurre il presidenzialismo? “Tempi più brevi possibili, una volta individuato a valle delle consultazioni, dalla ministra Casellati, il metodo per realizzare una riforma necessaria per il Paese”. Così, fonti di governo presenti al vertice a Palazzo Chigi, rispondono sul cronoprogramma definito per introdurre una delle riforme su cui più batte la maggioranza. Nel corso della stessa riunione, la premier Meloni avrebbe rimarcato più volte la necessità di coinvolgere il più possibile il Parlamento- «è fondamentale» - in una riforma così impattante per il Paese, le parole attribuite alla presidente del Consiglio.

Le consultazioni della ministra Casellati

Il governo ha fatto il punto sulle riforme proprio nel giorno in cui la ministra per le Riforme istituzionali, Elisabetta Casellati ha chiuso le consultazioni con la maggioranza sulla riforma che potrebbe introdurre l’elezione diretta del capo dello Stato (o del premier). Casellati ha chiuso il cerchio con le forze di maggioranza, incontrando il leader di Noi moderati, Maurizio Lupi. Poi è partito il confronto con le opposizioni, e si è cominciato con il Terzo polo di Carlo Calenda.

La possibilità che alla fine spunti il premierato

“Questa è una fase di ascolto" diceva ieri la ministra Elisabetta Casellati, mostrando cautela nel giorno del primo incontro con le opposizioni sulle riforme. La ministra forzista ha iniziato con Azione-Italia viva, ricevendo Carlo Calenda, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna, Raffaella Paita e Maria Elena Boschi. Anche se l'interlocuzione al momento non privilegia un modello rispetto un altro, nel Terzo Polo sono convinti che alla fine la maggioranza opterà per il modello del premierato, un sistema che raccoglie una convergenza più ampia in Parlamento. Nell'incontro precedente la Lega aveva fatto sapere di puntare sul semi-presidenzialismo, quello che viene detto ‘alla francese’ mentre FdI e pure FI sono sempre stati più favorevoli al presidenzialismo puro, cioè all’identificazione di poteri tra capo dello Stato e capo del governo.

Ma - lo ha detto chiaramente Matteo Salvini - da parte degli ex lumbard non ci saranno paletti se il percorso dell'altro progetto governativo, quello di autonomia differenziata, procederà secondo i tempi stabiliti. "Io sono apertissimo a tutti i modelli che coinvolgano i cittadini nella scelta del presidente", ha risposto il segretario leghista a chi gli chiedeva una sua opinione sul premierato. "Non ho veti", ha puntualizzato. Una timida apertura che mal si concilia con i desiderata di FdI e FI ma che è più congeniale all’autonomia differenziata perché una repubblica presidenziale pura rischia di schiacciare le autonomie regionali.

Le criticità della riforma Calderoli

"Prima si fa l'autonomia, meglio è, per l'Italia, non per noi. L'obiettivo è di vincere le Regionali a prescindere", ha aggiunto sempre Salvini, dicendosi soddisfatto della riunione di ieri con Giorgia Meloni, servita a definire un calendario e a convergere sull'obiettivo di dare un primo via libera al ddl Calderoli in Cdm prima del 12-13 febbraio, data del voto in Lombardia. La riunione a Chigi, cui ha partecipato anche Antonio Tajani e i ministri competenti (Casellati, Calderoli, Raffaele Fitto e Francesco Lollobrigida), è servita per definire un percorso. Martedì prossimo, in primo luogo, si terrà una riunione 'tecnica' per 'correggere' le criticità individuate dagli uffici di Palazzo Chigi sul ddl Calderoli. Dubbi sarebbero emersi sulla bozza nella parte in cui calcola i trasferimenti di fondi dallo Stato alle Regioni in base alla spesa storica, nel caso in cui non si arrivi alla definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni entro la scadenza di un anno, oltre all'idea di definire i Lep con lo strumento del dpcm, anche se Calderoli ha garantito che il Parlamento sarà coinvolto nella definizione dei Lep.

L’apertura del Terzo Polo alla Casellati

Per quel che filtra, invece, dal Terzo Polo, l'incontro con Casellati sulle riforme è andato bene. La ministra ha avuto il garbo di confrontarsi con le opposizioni e Calenda lo ha apprezzato. Per noi il problema non è la presidenza della Repubblica - si sottolinea dal Terzo Polo - ma la stabilità dei governi: per noi è fondamentale il premierato, c'è bisogno di rafforzare poteri e ruolo del premier e rendere più stabile i governi. Siamo disponibili a collaborare ma è stato un incontro interlocutorio anche perché non è ancora stato definito se la maggioranza intende procedere con un testo governativo o con una commissione bicamerale, si precisa. Per quanto riguarda l'autonomia, Azione è favorevole al principio ma non all'impostazione data da Calderoli: il riferimento alla spesa storica aizza il Sud contro il Nord e senza il finanziamento dei Lep il progetto è condannato a un binario morto. Nella bozza non vengono rispettati i Lep - si contesta -, Calderoli si è dato 6-8 mesi per attuarli e questo farà saltare l'autonomia. "Credo che si vada verso una iniziativa da parte del governo”, ha comunque sostenuto Calenda sulle riforme.

La disponibilità a ragionare di premierato

"Oggi non hanno una proposta, parlano di presidenzialismo, ovviamente, ma Calderoli - ha osservato il leader di Azione - va per conto suo con l'autonomia, c'è questo cantiere che parla dell'esecutivo, della forma istituzionale del governo, secondo me ancora in una fase di grande confusione, e nessuno parla del problema del Parlamento che sta diventando rilevantissimo, perché con la riduzione dei parlamentari il funzionamento delle due Camere in un sistema bicamerale perfetto, non funziona". "Abbiamo rappresentato il fatto - ha spiegato ancora Calenda - che siamo nettamente contrari e non disponibili sul presidenzialismo per la ragione molto semplice che il presidente della Repubblica è l'unica istituzione che gode della fiducia dei cittadini perché rappresenta l'unità della nazione. Siamo invece favorevoli a un premierato, quindi un presidente del Consiglio con poteri più forti, anche eletto direttamente, com'è dal nostro programma elettorale, con una legge elettorale che può essere a doppio turno come quella dei sindaci o anche proporzionale con un premio di coalizione. Ma soprattutto abbiamo rappresentato che a nostro avviso di pari passo va fatta sia la discussione sul Parlamento, quindi il monocameralismo, che rimanga solo il Senato, una Camera, che non si può abolire perché c'è dai tempi dei romani e che si faccia una discussione sul federalismo, l'autonomia, non separata", ha ribadito. Dopo il Terzo Polo, Casellati dovrebbe incontrare anche le altre opposizioni. Allo stato ci sono stati contatti con il Pd e il M5s ma non sono ancora state fissate delle date. In sostanza, se anche il Pd, come sembra, dovesse attestarsi su una sostanziale apertura al sistema del premierato potrebbe essere questa la quadratura del cerchio, stante che i 5Stelle si opporranno in ogni caso a qualsiasi forma di riforma costituzionale del centrodestra. Resta però in piedi il busillis. Dopo la fine delle interlocuzioni della Casellati con i partiti si procederà con la nascita di una commissione bicamerale per le riforme, con l’iter ordinario di quattro letture dentro le Camere o con un ddl d’iniziativa governativa? Sul metodo, oltre che sul merito, quindi, resta fitto il mistero. Solo il tempo dirà cosa vuol fare davvero il governo sul tema delle riforme costituzionali.

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