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Giorgia si era scordata delle periferie. Più importanti della manovra, del G20 e delle liti in maggioranza

Intanto porta a palazzo Chigi anche il dossier immigrazione. La Lega non ci sta. Oggi la premier a Caivano. Ieri ha ricevuto don Coluccia, scampato all’attentato a Tor Bella Monaca. L’agenda esteri di settembre. Ma prima ci sono le tensioni con gli alleati

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Giorgia si era scordata delle periferie. Più importanti della manovra, del G20 e delle liti in...
La Meloni con don Coluccia (Ansa)

I preti coraggio, le periferie abbandonate, la violenza e il degrado urbano importanti tanto quando la legge di bilancio, marito e cognato che straparlano, i malumori interni alla destra, le gelosie, i generali in odore di candidature e le correnti interne ai Fratelli, la manovra da fare senza soldi e i rapporti con gli alleati di maggioranza che lei stessa avvisa in un’intervista: “Spero che nessuno voglia mettere a repentaglio il governo per un punto percentuale in più alle Europee”.

Complicato ma non così tanto. Giorgia Meloni era pronta ad un rientro “impegnativo” - mai ha voluto usare l’aggettivo “caldo” - ma non fino a questo punto. E non tutto così, subito, appena tornata. Sperava, almeno il mese di settembre, di poter stare maggiormente concentrata sulle missioni internazionali in calendario, il fronte esteri non è meno impegnativo ma certo meno logorante dal punto di vista del consenso interno. 

L’agenda esteri deve attendere

Invece la premier deve mettere i piedi sul terreno e occuparsi del Paese prima di tutto il resto. Certo, stasera sarà ad Atene con il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, al Palazzo Maximos: nel menu la nuove regole del nuovo Patto di stabilità, in vigore non si sa bene da quando (dal 2025, ma cosa succede nel 2024?) l’Italia cerca alleati per avere norme flessibili e poter ad esempio scomputare dal debito le spese militari e quelle per l’emergenza climatica. Il prossimo fine settimana (9-10) volerà a New Dheli dove venerdì e sabato si chiuderà il G20 del presidente Modi: nel menu stavolta un pietanza inedita, il nuovo ordine mondiale in costruzione da parte dei Brics e la sfida ai G7, il ruolo dell’Africa su cui l’Italia vanterebbe un diritto di prelazione almeno nella scelta del  posto a tavola. Tornata dalle Indie, volerà a New York per la 78esima Assemblea generale delle Nazioni Unite. Tutti i leader mondiali saranno al Palazzo di vetro sulla seconda avenue di Manhattan per capire come e quando terminare la guerra in Ucraina, convitato di pietra di ogni vertice, riunione e summit. Poi arriverà la Cina - viaggio obbligatorio entro la fine dell’anno - e il Consiglio europeo. “Ma devo occuparmi anche di politica interna” avvisò Meloni nel briefing all’ambasciata italiana durante la visita a Washington. E quanto ne farebbe volentieri a meno.    

A tu per tu con i Don

Intanto tra ieri e oggi deve occuparsi delle periferie. Ieri la premier ha ricevuto a palazzo Chigi don Antonio Coluccia, il prete antidroga diventato il nemico numero a Tor Bella Monaca, una delle periferie più popolose di Roma. E’ vivo solo grazie alla scorta che l’altro giorno lo ha buttato a terra prima che una moto lo investisse. Stamani andrà a Napoli, al Parco Verde di Caiano dove l’ha invitata don Maurizio Patricello per far vedere che in quel degrado prima di tutto urbano non ci si può stupire se due bambine di 11 e 12 anni vengono sottoposte a violenze di gruppo per oltre un anno. E chissà, magari stamani Giorgia Meloni troverà il modo di parlare anche dei “lupi” indicati dal marito giornalista come alibi agli stupri di gruppo. Se lo farà, siamo sicuri che dirà che non possono esistere alibi meno che mai circostanze che possono giustificare uno stupro di gruppo. Che no vuole dire sempre no. E chiunque, dai 13 anni in su deve fermarsi. Dovrebbe essere fondamentale ed automatico come vestirsi la mattina.   

Dai superbonus all’immigrazione

In tutto questo la premier dovrà sempre avere un orecchio e una parte del cervello sintonizzata su tutti gli altri dossier che attendono la maggioranza alla prova. A cominciare dalla legge di bilancio fino alle tensioni interne. In una lunga intervista al Sole 24 ore Meloni ieri mattina ha tracciato la strada e i pericoli. L’auspicio generale - ed. è la prima volta che lo dice - è evitare che la marcia verso le Europee si trasformi in una lunga campagna elettorale. Nei prossimi dieci mesi è “naturale” che “si valorizzino le differenze tra noi” ma occorre essere “ottimisti”  sulle capacità di “sintesi”della coalizione perchè nessuno sarà così pazzo da mettere “a repentaglio tutto questo per un punto percentuale alle Europee”.

Questa speranza sarà più volte messa alla prova dei fatti. A  cominciare dalle scelte su una manovra con “poche” risorse e avanti con una serie di dossier su cui gli alleati non sono allineati. Il superbonus, ad esempio.  Per la premier ha generato “la più grande truffa ai danni dello Stato” come prima di lei hanno già detto l’ex premier Draghi e il ministro Giorgetti. Nessuno per ora nel governo parla di un'ulteriore stretta che però è possibile. Forza Italia mette le mani avanti chiede di “salvaguardare chi ha investito e riposto fiducia nelle norme dello Stato, per quanto scritte male”. Un’altra frattura fra gli azzurri e Palazzo Chigi si è già consumata a inizio estate con la tassazione degli extraprofitti sulle banche, che aveva costretto a un chiarimento fra la premier e Antonio Tajani. In quel faccia a faccia fu detto “mai più” decisioni non condivise (Forza Italia non era stata informata del decreto). Giorgia Meloni ha nuovamente rivendicato  la “responsabilità politica” di quella mossa: “Io non tasserò mai il legittimo profitto

imprenditoriale e agirò sempre per aiutare a creare ricchezza. Però non intendo difendere le rendite di posizione. Non ho coinvolto gli alleati perché quando si interviene su queste materie bisogna farlo e basta”. ecco, anche questo non piace molto agli alleati: che la premier decida e vada avanti forte del suo quasi 30% contro uno scarso 10% degli altri due alleati. 

Il vizio di accentrare

Da lunedì c’è un nuovo fronte di tensione. Durante il Consiglio dei ministri la Lega ha scoperto che palazzo Chigi ha accentrato anche il dossier migranti. Dopo Pnrr e tutto il resto. Il modo è raffinato: resterà convocato in modo permanente il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica che però è delegato al sottosegretario Alfredo Mantovano e, appunto, a palazzo Chigi. Saranno ammessi i ministri competenti (quindi il Viminale) e, come ha spiegato Mantovano, anche i vicepremier. Quindi Salvini e Tajani.

Una scelta accolta in maniera piuttosto fredda dai leghisti, che avrebbero considerato il passaggio della regia a Palazzo Chigi e a Mantovano, come un’estromissione bella e buona da uno dei dossier tradizionali di loro “competenza”. Tanto da far circolare voci, comunque smentite, di un irritato rifiuto di Salvini a partecipare alle riunioni del Comitato. Matteo Salvini “è invitato permanentemente” al Cisr, “a ogni riunione sarà presente, come sempre successo”, gettano acqua sul fuoco dalla Lega pur aggiungendo che “gli uffici del Mit non si occupano di immigrazione come è normale e come è sempre stato”. Ma è chiaro, ad esempio, che il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, che è come dire Salvini, non sarà invitato al Cisr. E che tutto questo non piace affatto anche in vista del nuovo decreto sicurezza dalla cui scrittura, a questo punto, Salvini teme di restare tagliato fuori. Mentre vuole una stretta sui porti, come già fece nel 2019. Stretta che palazzo Chigi non può fare come ha ben chiarito il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal palco di Cl a Rimini. 

Le privatizzazioni

Altri motivi di scontro sono le riforme (la Lega vuole subito l’Autonomia differenziata ma non ci sono soldi), la riforma costituzionale (in questo momento prevale il premierato e le privatizzazioni. Il governo deve fare cassa per scrivere la legge di bilancio. Non ha altra scelta tra tagliare la spesa corrente, vendere qualcosa oppure aumentare le tasse. Che è l’ultima cosa che Meloni vorrà fare. Nell’intervista su Il Sole  la premier ha chiarito che “il tema della privatizzazione dei porti non è all'ordine del giorno e non credo sia un tema da campagna elettorale”. Uno stop quindi a una delle proposte avanzate da Tajani per allentare il debito, accolto con soddisfazione dalla Lega. Quel tipo di asset è da tempo nel mirino della Cina, con cui l'Italia non rinnoverà l'accordo della Via della Seta. “Non prevedo che il nostro rapporto con la Cina diventi complicato - ha assicurato la premier - Tra Roma e Pechino le relazioni sono antiche e ci sono grandi e reciproche convenienze, non solo in ambito commerciale. Penso ad esempio che la Cina possa essere un ottimo partner per il lusso italiano”. Tajani è alla vigilia del viaggio a Pechino. Avergli sottratto il tema Cina non è stato un atto di cortesia da parte di palazzo Chigi. Ma forse gli è solo scappata una domanda.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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