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Meloni cambia agenda e chiede alle Nazioni Unite “la guerra totale contro i trafficanti di esseri umani”

La premier a New York per l’Assemblea generale dell’Onu. Giallo sulla sua assenza al tradizionale gran gala offerto da Biden ai 143 capi di stato e di governo. Ha preferito la pizzeria con la figlia. Rinuncia anche a parlare in Consiglio di sicurezza. Zelensky e Lavrov non si sono neppure incontrati

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

Ha disertato il tradizionale gala che il presidente Usa Joe Biden offre ai 143 capi di stato e di governo che partecipano all’annuale Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ha preferito la pizza con la figlia. Ha rinunciato al primo Consiglio di sicurezza con il presidente Zelensky seduto alla stesso tavolo del ministro russo Lavorv. “Aveva in calendario molti bilaterali” la spiegazione dello staff. Ha parlato, alle due di notte italiane, all’Assemblea generale delle Nazioni Unite per dedicare le sue energie ai veri obiettivi di questo suo viaggio: invertire le rotte dall’Africa, togliere l’Italia dal rischio di diventare, come dice lei, “il campo profughi del sud Europa”; dichiarare “una guerra globale e senza sconti ai trafficanti di essere umani”; dire basta allo sfruttamento dell’Africa, da parte anche degli stessi suoi sovrani e presidenti, e avviare un nuovo modello sviluppo. Un vasto e ambizioso programma che la premier italiana, tailleur grigio perla e capelli legati, ha pronunciato in tredici minuti con la consueta abilità retorica e capacità comunicativa. Affatto emozionata dalla solennità del luogo.

Una trasferta particolare

E’ stata una trasferta molto particolare, per non dire anomala, quella di Giorgia Meloni a New York per l’UnGa, l'assemblea generale delle Nazioni Unite. Non c’entra l’emozione della prima volta al Palazzo di Vetro. E neppure il fatto che per la prima volta nella tradizionale riunione del Consiglio di sicurezza Onu si sarebbero trovati seduti a pochi metri uno dall’altro il ministro degli Esteri russo Lavrov e il presidente ucraino Volodomyr Zelenski. Per una serie di motivi, a metà tra il privato e il messaggio politico, la premier ha deciso ad esempio di non onorare, martedì sera, l’invito al tradizionale gala che il presidente degli Stati Uniti Joe Biden offre ai 143 capi di stato e di governo presenti all’Assemblea annuale. Location scelta per questa edizione: il Metropolitan Museum. “La Presidente ha visto anche di recente al G20 il presidente Biden, non aveva bisogno nè tempo di mettersi in fila per un’altra photo opportunity” è stata la spiegazione fornita dallo staff della premier. Molto meglio, invece, dedicare il proprio tempo alla piccola Ginevra, sei anni, sempre più spesso, ormai quasi sempre in missione con mamma. Da qui la scelta di andare in pizzeria (La Ribalta, tra la 12 e la 48 esima strada) molto frequentata da italiani, da ministri (c’era anche il cognato Lollobrigida poche settimane fa).

Il giallo del Consiglio di sicurezza

Ma la vera sorpresa, tra i cronisti al seguito, è stata scoprire che la premier aveva disertato anche la consueta riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che si svolge tradizionalmente a margine dell’Assemblea. Una riunione particolare perchè per la prima volta da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, il presidente Ucraino si sarebbe trovato allo stesso tavolo con un fidatissimo collaboratore di Putin, il ministro degli Esteri Sergeij Lavrov. La riunione iniziava alle 11 e sarebbe andata avanti fino alle 17 circa (qui indichiamo sempre l’ora di New York). Meloni sarebbe dovuta intervenire intorno all’ora di pranzo. Alle 11.20 di mercoledì mattina arriva però un messaggino sulla chat dell’ufficio stampa di Palazzo Chigi: “Al dibattito in Consiglio di Sicurezza dedicato all’Ucraina interverrà il ministro Tajani”. Scatta l’allarme. Dove sarà Giorgia Meloni? “Alle Nazioni Unite, dove volete che sia” taglia corto il ministro Tajani invece, e per fortuna, prodigo di punti stampa come fanno anche i leader degli altri paesi. L’agenda della premier spesso resta ignota ai giornalisti al seguito. Atteggiamento anomalo. Ma tant’è. A quel punto però dallo staff al seguito della premier arrivano in sequenza tre informazioni-giustificazioni circa la sua assenza in Consiglio di sicurezza tra loro contraddittorie. La prima è che la premier ha preferito dedicarsi ad alcuni bilaterali con gli omologhi dei paesi africani. Subito dopo ne arriva un’altra: “Deve limare il discorso che terrà all’Assemblea generale”. Infine che la premier “ha delegato il discorso ma ha partecipato al dibattito in Consiglio di sicurezza dove ha ascoltato gli interventi principali tra cui quello di Zelensky”. Tre versioni diverse. Impossibile sapere cosa sia successo veramente.

I bilaterali

E’ sicuramente vero che Meloni ha avuto alcuni bilaterali con il presidente ucraino ( a cui è stata confermata la posizione dell’Italia, al fianco dell’Ucraina e di chi subisce invasioni) e alcuni leader africani tra cui Algeria, Kenia, Ruanda, Ghana e Costa d’Avorio, il Malawi ed il primo ministro canadese Trudeau. Un altro sospetto è perchè l’incontro con il Ruanda che non risulta essere tra i paesi di origine dei flussi migratori (come invece sono Costa d’Avorio e Ghana). A qualcuno viene allora in mente che la premier abbia voluto prendere informazioni circa l’iniziativa del Regno Unito, e dell’amico premier Richi Sunak, per espellere in Ruanda i migranti africani e illegali arrivati nel Regno Unito in cambio di milioni di sterline al governo di Kigali. Il Ruanda come sala d’attesa in attesa di sapere se i migranti hanno o meno titolo all’asilo. Progetto subito stoppato - a luglio scorso - dalla Corte d’Appello inglese perchè il Ruanda non garantisce il livello minimo di diritti civili e umanitari. Contro questa decisione però Sunak ha fatto ricorso alla Corte suprema.

Poche e brutte notizie dal fronte della guerra

Diciamo le verità: questa UnGa era molto attesa perchè si aspettano da qui informazioni e dettagli importanti circa una possibile conclusione del conflitto in Ucraina. Di sicuro questi dettagli e spunti non sono arrivati dal Consiglio di sicurezza. Lavrov e Zelensky hanno fatto di tutto per evitarsi e ci sono riusciti: quando è arrivato il primo non c’era ancora l’altro; quando è arrivato il russo non c’era più l’ucraino. Neppure uno sguardo. Un minimo cenno di interlocuzione. Nulla. Anzi: Zelesnky ha chiesto di togliere alla Russia il potere di veto. E ha puntato il dito contro il Palazzo di Vetro per non aver adempiuto al proprio ruolo e per non aver risolto i conflitti mondiali. “È impossibile fermare la guerra perché tutte le azioni hanno il veto dell’aggressore” ha denunciato il leader ucraino. “La maggior parte del mondo" riconosce che le azioni della Russia in Ucraina sono “criminali e immotivate” e mirano a impossessarsi del territorio e delle risorse ucraine, ma il Consiglio di sicurezza “resta bloccato in una situazione di stallo a causa del veto di Mosca”. Il presidente ha anche ribadito la posizione ucraina secondo cui tale potere apparteneva all'Urss - uno dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale dopo la quale furono create le Nazioni Unite - e non alla Russia di Vladimir Putin, che lo usa quindi in modo “illegale” per “mascherare l'aggressione e il genocidio”. Una richiesta assai difficile da realizzare. In ogni caso il leader ucraino ha sollecitato un ampliamento del consiglio di sicurezza con seggi permanenti all’Africa, all’Asia e alla Germania. Quindi ha rilanciato il suo piano di pace in 10 punti, ribadendo come condizione indispensabile il ritiro della Russia e il ripristino dei confini prima dell'invasione della Crimea nel 2014. Mosca aveva tentato di impedire che Zelensky parlasse per primo, sostenendo che questo avrebbe “minato l'autorità del consiglio di sicurezza” trasformandolo nel teatro di uno “show personale”. Ma il premier albanese Edi Rama, presidente di turno, lo ha freddato: “C’è una soluzione, fermate la guerra e il presidente Zelensky non prenderà la parola”. Dopodiché, una volta uscito Zelensky, la sfida si è consumata tra Blinken, sostenuto da tutti i colleghi occidentali, e Lavrov. Il capo della diplomazia americana ha accusato la Russia di aver “stracciato la Carta Onu” violando una raffica di risoluzioni del consiglio di sicurezza e di commettere “crimini contro l’umanità”. Insomma, la via della pace sembra ancora lunga e tortuosa. Sperando sempre nella missione del Papa e del Vaticano.

Il discorso

Giorgia meloni ha finalmente parlato all’assemblea quando ormai erano l’una e venti della notte tra mercoledì e giovedì. Un intervento di 15 minuti, appassionato ed emozionato ma fermo. E tutto centrato sull’Africa, il suo sfruttamento, le migrazione e il racket degli scafisti che “vanno combattuti usando le stesse armi che si usano contro i clan mafiosi e i cartelli della droga”. Un discorso limato fino all’ultimo e che inizia con un appello: “Evitare il rischio di tornare alla barbarie della schiavitù sotto altre forme”. La tragedia dei migranti “va affrontata tutti insieme a maggior ragione visto che l’ aggressione russa all'Ucraina, aumenta l’ instabilità globale e a farne le spese, a partire dal blocco del grano, sono i paesi più deboli. Come quelli africani”. L’analisi è suggestiva: “Sono convinta che dietro la guerra in Ucraina ci sia una scelta. Creare il caos e diffonderlo. E in quel caos, che produce decine di milioni di persone potenzialmente in cerca di condizioni di vita migliori, si infiltrano reti criminali che lucrano sulla disperazione per collezionare miliardi facili. Sono i trafficanti di esseri umani che organizzano la tratta dell'immigrazione illegale di massa. Illudono che affidandosi a loro chi vuole migrare troverà una vita migliore, si fanno pagare migliaia di dollari per viaggi verso l'Europa che vendono con le brochure come fossero normali agenzie di viaggio, ma su quelle brochure non scrivono che quei viaggi troppo spesso conducono alla morte, a una tomba sul fondo del mar Mediterraneo”.

L’appello

L’appello è forte e chiaro: “Sono convinta che sia dovere di questa organizzazione rifiutare ogni ipocrisia su questo tema e dichiarare una guerra globale e senza sconti ai trafficanti di esseri umani. E per farlo dobbiamo lavorare insieme a ogni livello, e l'Italia intende essere in prima fila su questo fronte”. C’è il Piano Mattei, ovvero rapporti bilaterali con i vari paesi africani (“molto ricchi ma anche molto sfruttati”) per incentivare l’autonomia economica e quindi politica e sociale dei vari paesi. Ma quella che serve adesso, subito, è “una guerra globale i trafficanti di vite umane”. Un intervento particolare, ascoltato, applaudito. Ora bisogna vedere, al solito, se dalle emozioni si passa ai fatti concreti.

 

 

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

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