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Meloni a brutto muso ai 27 riuniti a Bruxelles: “Lo vedremo in Parlamento se avrete la maggioranza…”

Ieri, nella lunga giornata in Parlamento, la premier è stata la più antieuropeista da quando è al governo. “Non possono decidere senza di noi, io sono l’unica che ha vinto e sono stata esclusa dal tavolo perchè di destra”. Ma Popolari, Socialisti e Liberali hanno la maggioranza già oggi per indicare i top jobs. Fonti di Chigi: “C’è molta tattica e anche molta trattativa”. Infatti la premier in cambio dei suoi 24 voti avrebbe già avuto rassicurazioni sul Commissario con ampie deleghe economiche e su una vicepresidenza operativa. Oggi il Consiglio europeo. Sarà una lunga notte

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Meloni Mercoledì alla Camera (Ansa)
Meloni Mercoledì alla Camera (Ansa)

“Ah si, hanno la maggioranza? Lo vedremo in Parlamento”. Con una minaccia e una promessa (“come sempre andrà a Bruxelles a dire quello che penso”) Giorgia Meloni ha chiuso ieri la lunga giornata parlamentare dedicata alle consuete comunicazioni a Camera e Senato alla vigilia del Consiglio europeo in programma oggi e domani a Bruxelles.

Chi si aspettava chiarezza su quello che farà oggi la premier - favorevole, contraria, astensione rispetto al pacchetto di nomine decise dai vincitori politici e numerici delle elezioni, cioè Ppe, S&d e Renew Europe - è rimasto due volte deluso. Non solo la premier è stata scientemente vaga allusiva sul punto lasciando intendere che la trattativa è in corso e la tattica è molta, ma è tornata ad indossare i panni dell’antieuropeismo più duro. Per la gioia di Salvini che qualunque cosa succeda è destinato a restare fuori da ogni accordo, ad inseguire Vannacci e quindi vorrebbe trascinare nell’irrilevanza anche i Fratelli d’Italia. Con il disappunto tangibile di Taiani che invece lavora da mesi, dentro il Ppe, per coinvolgere i Fratelli di Meloni e dei Conservatori nella maggioranza sostituendo nei fatti i Socialisti. Ma il voto degli elettori e il numero degli eletti non ha supportato il progetto di Tajani. Peggio: la somma di Identità e democrazia e dei Conservatori, i due gruppi di destra nel Parlamento europeo (attuali, ce ne sarebbero altri due in formazione), non è riuscita neppure ad avvicinare i Socialisti.

“Ah regà, arzatevi anche voi no”

Sul clima in maggioranza, dopo il video messaggio del giorno prima con Meloni furiosa che attacca le opposizioni “per il clima da guerra civile”, dice tutto l’istantanea, ieri mattina alla Camera, di Meloni in tailleur panna, Salvini sulla destra e Tajani sulla sinistra, mentre mandava messaggi ultimativi ai delegati alle trattative, due capi di governo per ciascuno dei tre gruppi “vincitori ”. Lei con la faccia severa, Salvini quasi sorridente, Tajani con lo sguardo basso delle serie: speriamo finisca presto. L’apoteosi è stata quando, l’emiciclo in piedi, a destra e a sinistra, alle parole di “schifo” per quegli imprenditori agricoli che “hanno ammazzato il bracciante indiano”, la premier ha suggerito ai suoi vice: “Regà, arzatevi pure voi no…”. E’ stato l’unico momento di condivisione in tutta la giornata.

1-X-2

Nessuna chiarezza, quindi. 1-X-2, può succedere di tutto. Eppure il Consiglio europeo di oggi è il calcio d’inizio della più importante partita che l’Unione europea va a giocare dalla sua fondazione. E’ un errore politico e strategico non sapere fino alla fine con quale formazione e schema di gioco il governo italiano andrà a giocare questa partita.

Hanno la maggioranza? E lo vedremo in Parlamento”, ha risposto piccata la premier al senatore Alfieri (Pd) che in aula metteva in fila i numeri di Ppe, S&D e Liberali, 399 voti su 720, magic number 361, cioè una maggioranza di 38 voti. “Maggioranza? Questo lo vedremo in Parlamento (stasera la Consiglio basta la maggioranza rafforzata, 20 paesi su 27 e il 55% della popolazione Ue). E poi sappiate sappiate che il partito che io presiedo, i Conservatori, sono numericamente la terza famiglia politica europea, i nostri iscritti sono più dei Liberali di Marcon”. Quindi, sarebbe la postilla conseguente, perché Macron e non la sottoscritta deve sedere al tavolo dei decisori? La risposta è semplice: non si possono sommare le pere con le mele. “Oltre ai numeri quei tre gruppi condividono un progetto politico e un’idea di Europa” ha ribattuto Alfieri. I Liberali di Macron sono funzionali ad una maggioranza politica atlantista, europeista, anti Putin insieme con Ppe e S&D.. Non si può dire altrettanto dei Conservatori. Anzi.

Nell’angolo, ma con le sue mani

E’ una Giorgia Meloni più tranquilla rispetto a quella vista il giorno prima nel video social. Anche nelle repliche finali, sia alla Camera che al Senato, non sembra cedere agli eccessi da capopopolo visti in altri appuntamenti simili. E’ però molto molto arrabbiata. Resta prevalente il tono del comizio (“noi abbiamo vinto, il mio governo è il più stabile tra tutti quelli che siedono nel Consiglio Ue”), gli accenti da propaganda (con il solito elenco delle cose fatte), i toni vittimistici (“hanno organizzato i caminetti senza di noi”). Alla fine, non è un vaffa ma qualcosa di molto simile il messaggio che ha recapitato alle delegazioni che stanno arrivando a Bruxelles. E però così facendo la premier, e quindi l’Italia, si è messa da sola in un angolo da cui sarà difficile uscirne con le ossa intere. Se non appoggia la quadriglia di nomi decisa dai “vincitori” va all’opposizione, prende un commissario qualunque, farà opposizione per i prossimi cinque anni.

Non ce lo possiamo permettere. Lo stato dei nostri conti pubblici impone di avere un dialogo costante e costruttivo con Bruxelles. I nostri conti. Se fa prevalere il pragmatismo (la convinzione di uno dei più stretti collaboratori a palazzo Chigi), appoggia la vecchia e nuova maggioranza Ursula e però dovrà sopportare, almeno per un po’, “l’accusa di essere una volta di più incoerente” visto che andrà a governare con i Socialisti.”Irrilevante o incoerente, questo il suo destino in Europa” dice Giuseppe Conte nella dichiarazione di voto alla Camera. Il pareggio, ovvero l’astensione, far partire la maggioranza Ursula e poi vedere cose succede in Parlamento (la plenaria a Strasburgo è convocata il 16-19 luglio) sarebbe una mossa non gradita a Bruxelles e toglierebbe a Meloni la credibilità che si è conquistata in questi diciotto mesi. Ne varrebbe la pena? Per un presunto torto che torto, in base ai regolamenti, non è?

Doppio problema

A sentir la premier invece il problema è doppio. “Riguarda il merito e il metodo” chiarisce nel pomeriggio al Senato con toni ancora più fermi e piccati di quanto ha fatto in mattinata alla Camera. “Ho sentito più o meno tutti – ha spigato la premier - chiedere un cambio di passo in Europa, meno burocrazia, più investimenti comuni, meno nutriscore e più difesa, meno cavilli sull’agricoltura e più politiche fiscali condivise”. Anche Meloni, insomma, chiede più Europa. Fa strano sentirlo da una che anche nel programma delle Europee non ha fatto minimo cenno alla prima condizione per avere più Europa: abolire il potere di veto di uno solo dei 27. “Il problema – ha aggiunto Meloni passando alla questione di metodo – è che alla prima occasione per dimostrare di volere veramente questo cambio di passo, stanno facendo il contrario. Organizzano caminetti, decidono le nomine ed escludono a priori chi ha vinto nel senso che ha avuto più voti. Escludono la vera novità di queste elezioni: il consenso di Fratelli d’Italia e la forza anche numerica dei Conservatori”. Meloni insiste molto sul fatto che Ecr oggi conta 83 membri grazie ai nuovi iscritti (gli eletti erano stati 73). Tre in più rispetto ai Liberali (80) che sono diventati la quarta famiglia politica.

Si tratta, in realtà, di un calcolo prematuro visto che anche i Liberali stanno trattando alcuni nuovi ingressi. I conti definitivi saranno possibili solo a luglio, alla prima plenaria.

Per Meloni questo è un grave errore. I “top jobs” sono immaginati “per dare rappresentanza a tutte le anime politiche europee e non per escludere”. Ancora peggio. “Mi sono sentita qui dire che mi conviene accettare perché abbiamo criticità sui conti pubblici, sul Patto di stabilità. Mi faccia capire senatore Scalfarotto: mi sta dicendo che se non mi piego l’Europa non mi aiuta?”.

Renzi: “La piccola fiammiferaia”

Matteo Renzi, fresco di nomina nel board del Tony Blair Institute, offre la sintesi più efficace. Meloni gli ricorda “la piccola fiammiferaia”. “Ci aspettavamo un discorso di chiarezza e onestà intellettuale ma non abbiamo avuto né l’una né l’altra. Il fil rouge del suo intervento è stato ancora una volta il vittimismo, vogliono far torto all’Italia, non riconosco il ruolo al governo italiano. Sbagliato, nessun torto: semplicemente i numeri dicono che non ci sono le condizioni per premiare il partito politico che lei presiede. E’ un fatto politico. Non un atto contro l’Italia”.

Intanto a Bruxelles

L’eco delle parole della premier arriva in diretta a Bruxelles dove da giorni, almeno da lunedì scorso 17 giugno, data delle cena infornale finita nel gelo più totale, tengono banco le trattative per chiudere il prima possibile, già stasera la partita dei top jobs. Per poi iniziare quella dei Commissari. Von der Leyen vorrebbe evitare di aprire ora anche questa trattative per tenere gli incarichi fuori da logiche di scambio.

Una cosa alla volta, quindi. L’obiettivo oggi è ottenere un ampio consenso sui tre nomi per gli incarichi apicali. Von der Leyen per il bis alla guida della Commissione, il socialista Costa al Consiglio al posto di Michel (e vediamo se stavolta le due istituzioni riescono a lavorare meglio), la liberale Kallas, la premier estone che Putin ha messo nella liste dei ricercati, all’Alto commissario per la politica estera. Ciò rafforzerebbe la nuova squadra, permetterebbe maggiore stabilità e, soprattutto, chiuderebbe la pagina scritta alla cena informale del 17 quando diversi leader dell’Unione si sono sentiti esclusi dalla partita. “Cerchiamo il consenso più ampio ma ovviamente poi conta la maggioranza. Queste sono le regole. Non possiamo impedire ai leader di partiti di maggioranza di siglare accordi tra loro” ha spiegato un alto funzionario europeo che lavora alla preparazione del vertice oggi e domani dove è prevista la firma dell’accordo raggiunto martedì dai negoziatori di popolari, socialisti e liberali.

Il muro contro le destre

A Bruxelles poi c’è chi la racconta in meno più netto. In pratica i partiti hanno eretto un muro seguendo i calcoli della “matematica della politica” per tenere lontane le estreme destre. Pedro Sanchez, premier spagnolo e negoziatore per i Socialisti con Scholtz, parla chiaramente di “importante accordo” definito anche con Emmanuel Macron. Sholtz ieri l’ha messa così: “Tre tedeschi su quattro e tre europei su quattro non sono per i partiti populisti, per questo mi sono impegnato perché la Commissione Ue non dipendesse” da quelle stesse forze. Un messaggio netto rispetto a Giorgia Meloni che se si è affrancata in politica estera, non s’è ancora tolta di dosso l’ombra della destra anche estrema. Le inchieste, come quella di Fanpage, alimentano questa narrazione. Il suo insistere nel non voler prendere le distanze da questi episodi ne sono in qualche modo la conferma.

Una fonte diplomatica ieri spiegava che mancano solo quattro paesi per l’unanimità sotto l’accordo: Italia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Quattro su 27. E l’Italia, l’unico paese fondatore. Durante il pranzo ufficiale al Quirinale, il Capo dello Stato - che ha controfirmato la legge sull’Autonomia differenziata - ho trovato il modo di esecutare la sua moral suasion per evitare strappi.

Doppio gioco?

“Tattica e trattativa” suggeriscono da palazzo Chigi consapevoli che nessuno può abusare della pazienza specie quando cerchi di convincere che i numeri sono dalla tua (cioè Meloni). La premier darà battaglia alla cena del Consiglio accanto a Orban e Fico salvo poi trattare a porte chiuse con Ursula von der Leyen per ottenere il portafoglio di peso per l’Italia e una vicepresidenza. Una curiosità: ieri tutti al Senato facevano già i compimenti a Fitto per il ruolo dia supercommissario che lo aspetta. Lui, ovviamente, tirava dritto anche piuttosto seccato. Von der Leyen deve allargare la sua base elettorale. Le dinamiche dell’europarlamento dicono fissano i granchi tiratori nel 15%. E dunque, puntare ai Verdi o a Fratelli d’Italia? Von der Leyen, che parla spesso con Meloni anche in questi giorni, vorrebbe i 24 voti di Fratelli d’Italia. Che non vuol dire dei Conservatori (anche nel 2019 il Pis polacchi, dentro Ecr, votò in dissenso e in appoggio a von der Leyen). L'indizio della trattativa tra le due è tutto nelle sei pagine della lettera sulla migrazione che la tedesca ha inviato ai leader dei Ventisette con un chiaro endorsement al modello Albania e a Giorgia Meloni.

A Bruxelles c’è molta sorpresa per l’irritazione di Meloni, per la sua volontà di partecipare alla trattativa sui top jobs e la conseguente irritazione per esserne stata esclusa. “La maggioranza in Ue - si spiega - è formata come prevedono i Trattati, dai tre gruppi capaci di rappresentare il 65% della popolazione”. La chiamano “matematica della politica”. Italia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca - le voci contrarie all'accordo e governate dalle destre, seppur con Praga pronta a dare il suo benestare - “sommano appena il 17% della popolazione”.

La contropartita

Convincere Meloni quindi. Senza darle mai la sensazione di essere decisiva o determinante. Lasciandole però lo spazio per poter poi fare una narrazione dei fatti da cui la premier italiana possa risultare populisticamente vittoriosa. Il commissario con deleghe pesanti (economiche) sarebbe già accettato. Una vicepresidenza Ue “è pressoché assicurata” come dicono fonti diplomatiche di Bruxelles.

Il punto è fare presto. Il primo luglio Orban assume la presidenza del semestre europeo. Il motto del semestre è: “Make Europe Great again”, copiato pari pari da quello di Trump. Trump, appunto: il 5 novembre gli Stati Uniti andranno al voto, i sondaggi danno testa a testa Trump-Biden. Domenica la Francia va al voto e la destra di Le Pen, filoputiana, è in testa nei sondaggi. Putin si frega le mani: in Europa ha piazzato un bel po’ di amici (che adesso Orban potrebbe riunire in un nuovo politico), la Casa Bianca è a portata di mano. Ecco perchè l’Europa non può perdere tempo in trattative ma deve essere operativa il prima possibile. Ed iniziare a cambiare.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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