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Meloni al governo "seguirà l'agenda Draghi". Processo a Salvini che rilancia: “Voglio un ministero di peso”

La rabbia dei tanti rimasti fuori. Ipotesi vicepremier per il segretario della Lega. La leader di Fratelli d’Italia continua ad evitare i giornalisti

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Foto Ansa)
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Foto Ansa)

Nel giorno numero 2 della vittoria - non ancora del governo - la situazione in maggioranza è questa: Giorgia Meloni al lavoro, zitta e muta negli uffici in via della Scrofa per trovare una soluzione tra inflazione, caro energia e la ricerca di 40 miliardi che saranno la dotazione minima della legge di bilancio che il nuovo governo dovrà approvare entro dicembre. Matteo Salvini ha riunito il Consiglio Federale della Lega dopo il brutto risultato - fuori anche Umberto Bossi che non ce l’ha fatta nella sua Varese - e la richiesta di chiarimenti e analisi profonde che salgono dalla base e dai governatori.

Salvini rilancia

E per chiarire che non si sente né sconfitto né in minoranza ha chiuso la riunione con due richieste specifiche: un ministero di peso per lui; il via libera alla legge sulle Autonomie e Quota 42 nel primo consiglio dei ministri. Possiamo immaginare che Giorgia Meloni abbia reagito con qualche fastidio a questa richiesta che presuppone un budget al momento non disponibile. L’incontro con l’azzurro Antonio Tajani, nel pomeriggio, non deve essere stato di tenore molto diverso: anche Forza Italia, che rispetto alla Lega è staccata di 0,6-07%, vuole un ministero di peso. E una delle proposte lanciate dal presidente Berlusconi in campagna elettorale. Insomma, se la Lega alza bandierine per dimostrare che “il governo sono anch’io”, altrettanto farà Forza Italia.

La buona notizia è che siamo al giorno 2 e queste sono tensioni tipiche di chi deve ancora prendere le misure.

L'ex ministro degli Interni chiede un incarico di peso

 Anche Salvini ormai ha fatto un partito personale, a propria immagine, somiglianza ed obbedienza. Saranno, alle fine, “solo” 95 i parlamentari leghisti ma la loro fedeltà al segretario è a prova di bomba. Dunque i militanti possono anche scrivere sui social ma il segretario è e resta blindato. La foto postata sul web in cui Salvini e una ventina di delegati sono tutti a sedere sorridenti dietro i banchi come fossero a scuola vorrebbe raccontare di una clima disteso e di una squadra compatta. L’espressione del governatore del Veneto Luca Zaia, per l’appunto messo a sedere in prima fila accanto al segretario,  è il dettaglio che cambia la scena.  La stravolge e capovolge.  “Ditemi cosa per voi non ha funzionato. Io mi aspettavo di più, mi assumo le mie responsabilità ma abbiamo pagato l'ingresso nel governo Draghi anche per aiutare le Regioni durante la pandemia” ha detto il segretario in apertura di una riunione durata quasi quattro ore. Durante le quali nessuno ha chiesto il suo passo indietro. Anzi, il Consiglio all’unanimità ha chiesto un ministero di peso per il segretario: il Viminale, oppure un altro di peso o la nomina a vicepremier. Come ai tempi del Conte 1. I presidenti di Regione hanno chiesto un coinvolgimento nella partita del governo e la settimana prossima ci sarà un'altra riunione proprio su questo tema. Salvini ha aperto la strada ai vari congressi regionali - non avrebbe potuto fare altrimenti viste le richieste dalla base - e c’è chi vede in questo passaggio l’ultimo miglio della sua segreteria. “In questo momento indebolire la Lega è sbagliato. Serve coesione” ha sottolineato.

La Lega degli scontenti

Ma il malcontento nei territori è tanto: tanti, troppi, sicuri di essere eletti, si sono invece ritrovati fuori. Il colmo è stata la mancata elezione di Bossi, dopo 35 anni di mandati Parlamentari.  Salvini ha chiesto ai presidenti di Regione di fermare l'onda dei malpancisti sul territorio. A partire dal Veneto e dalla Lombardia. Solo se rimaniamo uniti - questo il ragionamento - riusciamo a portare a casa i risultati. A partire dall'autonomia nel primo Consiglio dei ministri. La Lega dunque celebrerà i congressi regionali a gennaio. Quello cittadino entro ottobre, il provinciale di Bergamo il 20 novembre. Insomma, un processo di verifica sembra essere iniziato. L’analisi del voto è impietosa: dal 2018 Fratelli d’Italia ha conquistato 6,5 milioni i voti e la Lega ne ha persi quasi sette. E il segretario ha tempo fino a gennaio-febbraio per dimostrare pari dignità nel governo. Non è detto che basti. 

E intanto Giorgia scompare dai radar

E’ chiaro che Giorgia Meloni vive con apprensione questi mal di pancia della sua maggioranza. Il suo partito è forte ed è il più votato ma senza le due gambe di Salvini e Berlusconi non sta in piedi. Ora la premier in pectore vuole concentrarsi su squadra e dossier.  Anche, dalle prime informazioni a sua disposizione,  prende corpo il paradosso per cui colei che non ha mai votato la fiducia al governo Draghi (tranne che per la missione Nato in Ucraina), ne assuma alla fine la famosa “agenda”. Che Giorgia Meloni porti avanti proprio il testimone di Mario Draghi. Almeno in questa prima fase perché l’emergenza economica è tale da non lasciare spazio alla discontinuità politica pure promessa in campagna elettorale.

Giorgia Meloni, la vincitrice e premier designata, è scomparsa dai radar. “Questione di stile” si fa notare ai piani alti di Fratelli d’Italia: “Per rispetto del Capo dello Stato e delle regole costituzionali che dettano un iter assai preciso per l’incarico e la formazione del governo, non possiamo certo metterci a fare conferenza stampa dove la costringerebbero a parlare e a rispondere in quanto premier”. Osservazione corretta. L’immersione di Giorgia Meloni è quindi una scelta prima di tutto istituzionale. Poi di contenuti.  “Studia vecchi dossier, apre nuovi dossier, incontra persone” è il massimo che filtra dallo staff.  Ha passato la giornata negli uffici in via della Scrofa.

I dossier che scottano

Tra i contatti ci sono certamente quelli con Palazzo Chigi, il Mef e la ragioneria dello Stato. Tra i dossier ci sono la legge di bilancio, che dovrebbe essere presentata a Bruxelles entro metà ottobre ma è già stata accordata una data di consegna più larga (primi di novembre); il decreto aiuti Ter (14 miliardi, l’ultimo firmato Draghi, in Gazzetta dal 19 settembre) che sarà convertito dal nuovo Parlamento e su cui il nuovo esecutivo potrebbe decidere di intervenire in cerca della discontinuità; un altro pacchetto di aiuti contro il caro bollette perché le misure scadono a fine novembre e non è pensabile affrontare dicembre, gennaio, febbraio senza queste ciambelle di salvataggio. Dulcis in fundo, la legge di bilancio che il nuovo Parlamento dovrà approvare entro il 31 dicembre.

Alla ricerca di 40 miliardi

Il primo boccone amarissimo da masticare arriva proprio da questo piatto: da primi contatti con il Mef viene fuori, in via del tutto informale, che solo per fronteggiare inflazione, crisi energetica e le misure base il nuovo governo parte da da un budget di 40 miliardi tra sostegno fiscale per gli acquisti di energia delle imprese, azzeramento oneri di sistema nelle bollette, sconto benzina, adeguamento pensioni, taglio del cuneo fiscale, rinnovo contrattuale del pubblico impiego più altri soldi per le misure indifferibili come le missioni militari. Difficilissimi da recuperare. Una doccia gelata. Non così inattesa. Ma che giustifica in buona parte il silenzio post voto della leader di Fratelli d’Italia. Nasce da qui l’auspicio che Guido Crosetto, fidato consigliere di Meloni, fondatore di Fratelli d’Italia, in pole position per il ruolo di Sottosegretario alla Presidenza, ha consegnato ieri in un paio di interviste: “Potrebbe essere una finanziaria a quattro mani tra vecchio e nuovo governo”. 

Verso il Consiglio dei ministri

Domani ci sarà il Consiglio dei ministri che dovrà approvare la Nadef. In ritardo di due giorni – la scadenza è il 27 settembre - proprio per dare modo a Meloni di prendere confidenza con i numeri visti dall’interno. Il Documento fotografa la situazione a politiche invariate, ovvero conterrà solo le stime del quadro tendenziale. A comporre poi il quadro programmatico,  cioè la legge di bilancio, dovrà essere il nuovo esecutivo che a occhio e croce, pressato dalle scadenze, dovrebbe poter giurare entro la fine di ottobre. I numeri consegnati, sempre ufficiosamente, alla leader di Fratelli d’Italia e ai suoi consiglieri più stretti (Crosetto, La Russa, Fazzolari)  non sono così disastrosi come è stato più volte detto negli ultimi mesi. Il Pil 2022 è stimato al rialzo (dal 3,1% al 3,3%). Nel 2023 la crescita sarà però dimezzata (dal 2,4% stimato al +0,7%-+0,8%), comunque sempre meglio degli scenari foschi dipinti in questi giorni da alcune agenzie di rating che hanno il segno meno. Aumenta di conseguenza anche il deficit che sale a +5% rispetto al 3,9% stimato ad aprile. Una revisione in senso negativo che rosicchia altri  spazi di manovra.

I quaderni di Giorgia Meloni stanno aumentando. E sono pieni di sottolineature. Difficile trovare la quadra in questi numeri. A meno di non seguire la tanto vituperata agenda Draghi. E di sperare che Bruxelles, su cui continua il pressing del premier in carica, metta il tetto al prezzo del gas e proceda al disaccoppiamento o al taglio degli extraprofitti delle aziende. Sempre Crosetto propone di recuperare miliardi non spesi dai Fondi europei per la programmazione 2014-2020. Ma le regole europee non sono così flessibili: quei soldi sono destinati e finalizzati e non possono essere stornati a piacimento.

In cerca della squadra di governo

Tutto molto complicato. Ma si sapeva. Come del resto la squadra di governo. Anche su questo massimo riserbo per correttezza con il Quirinale. E’ l’altro quaderno/dossier aperto da Meloni. La casella iniziale, quella del Mef, continua a restare vuota. L’ipotesi Panetta perde peso – preferirebbe la guida di Bankitalia e non amerebbe servire un governo politico -, quella di una conferma al ministro in carica Daniele Franco anche per motivi molto simili: preservare la terzietà del tecnico di Stato. E’ stato un onore servire Draghi e Mattarella. Non può esser previsto nulla di diverso. Si affaccia in queste ore il nome di Domenico Siniscalco già in via XX Settembre, come indipendente, nel 2004 ai tempi del governo Berlusconi. E’ fondamentale in queste ore assicurare questa casella. Su tutto il resto, sempre Crosetto dice che nella scelta della squadra “non ci sarà posto né per il manuale Cencelli né per le bandierine”.

I no a Matteo e il nodo Bongiorno

Messaggio chiaro per chi tra Lega e Forza Italia ha già puntato alcuni ministeri. Entrambi gli alleati avranno la presidenza delle Camere e qualche profilo più tecnico, ad esempio Giorgetti al Mise per continuare il lavoro iniziato e Tajani alla Farnesina per rassicurare Bruxelles sulla linea europeista. Salvini può scordare il Viminale e anche per la Giustizia, dove vorrebbe Giulia Bongiorno, la strada è molto stretta: come si può pensare di affidare il ministero all’avvocato che lo assiste nel processo Open arms? Un ministero per ciascuno a Lega e Forza Italia. Questo sembra il criterio. Gli accordi pre elettorali parlavano di 2/3 ministeri di peso per ogni partito. Gli alleati sono l’altro “quaderno” difficile di Giorgia Meloni. Come dimostrano i resoconti da via Bellerio, sede storica della Lega dove solo ieri in serata si è chiuso il lunghissimo Consiglio federale.  

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

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