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Meloni accelera sui taxi: “Ora basta tavoli”. L’ultimo braccio di ferro con Salvini prima dell’estate

Il ministro delle Infrastrutture convoca tavoli da settimane senza però arrivare ad una soluzione. Ora è stato affiancato anche il ministro Urso. Se non esce una sintesi in queste ore, lunedì sarà la premier a portare in Cdm le nuove regole. L’unica soluzione è aumentare le licenze. Ma i sindacati si rifiutano: “Così perdono valore le nostre”

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Meloni accelera sui taxi: “Ora basta tavoli”. L’ultimo braccio di ferro con Salvini prima dell’estate

I “tavoli” piangono. Nel senso che non trovano soluzioni. Le pretese dei tassisti aumentano, almeno tanto quanto le sigle “sindacali” che rappresentano la categoria ai suddetti tavoli. Così palazzo Chigi ha detto stop. Basta cincischiare. Basta caos taxi, disservizi e furbizie varie. Molto probabilmente nel consiglio dei ministri di lunedì 7 agosto, l’ultimo prima della pausa estiva, la premier Meloni metterà sul tavolo la soluzione. Con o senza l’accordo con i tassisti. Mettendo in conto il braccio di ferro con la categoria e scioperi a raffica nelle città. “Sulla vertenza taxi arriverà una risposta prima della chiusura estiva. Dobbiamo garantire il diritto degli utenti. Il tentativo è rispondere all’attesa di mercato senza danneggiare gli interessi legittimi della categoria” ha detto ieri sera il ministro economico Giancarlo Giorgetti collegato alla festa della Lega Romagna a Cervia. Poco prima, verso le otto di sera, altre conferme analoghe erano arrivate da palazzo Chigi.

E poiché nessun pronostico simile era uscito in giornata dai ministeri delle Infrastrutture e del made in Italy che da settimane convocano tavoli per trovare una soluzione allo scandalo del disservizio taxi, si può immaginare che il dossier sia uno di quelli su cui si misurerà l’ennesimo braccio di ferro tra la premier e il vicepremier Salvini nonchè ministro delle Infrastrutture. L’ennesimo scontro interno, silenzioso ma non per questo meno corrosivo, tra la Lega e i Fratelli.

Tempo scaduto

Che il tempo sia scaduto lo si è capito martedì sera quando, dopo l’avvio dell’indagine dell’Antitrust comunicato in mattinata e settimane di nulla di fatto tra ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e dello Sviluppo economico, palazzo Chigi ha fatto uscire una nota di tre righe che sputava veleno da ogni parola: “Il governo nei prossimi giorni affronterà il problema del servizio taxi con una soluzione improntata all’efficienza e trasparenza nei confronti del cittadino, all’equità per i tassisti e al rispetto delle regole del mercato”.

Tempo scaduto, appunto. Chi ci sta bene. Gli altri facciano pure quello che vogliono. Il 20 luglio 2022 mentre Forza Italia, Lega e 5 Stelle sfiduciavano i governo Draghi, Roma era da giorni ostaggio delle auto bianche che tenevano sotto assedio il governo che stava per approvare la legge sulla concorrenza dove all’articolo 7 c’erano le nuove regole per il servizio pubblico dei taxi. Vinsero, anche quel giorno come sempre negli ultimi vent’anni, i tassisti. Cadde il governo, l’articolo 7 fu stralciato, da dieci mesi governa Giorgia Meloni e mai come in questi mesi il servizio taxi è diventato un disservizio. In ogni città d’Italia, non solo nelle tre finite nel mirino dell’Antitrust (Roma, Bologna, Milano).

Al di là delle code chilometriche ovunque, a Torino 9 taxi su dieci ti dicono prima di salire che “il pos non funziona”. A Firenze non è possibile prenotare una macchina alle 6 del mattino. A Massa, per andare su centri più piccoli, alla stazione arrivano solo su chiamate, così caricano la corsa. Da Fiumicino ti dicono subito 5 euro in più se vuoi pagare con la carta. A Ciampino scelgono di “servire” per lo più turisti stranieri. Per il resto gitano auto vecchie, sporche, anche puzzolenti con autisti che non sanno neppure la strada dove deve andare. Al netto di guide come minimo azzardose.

In cerca di una soluzione

Dopo le giornate con le sigle sindacali dei tassisti - se ne sono contate 32 - ieri a palazzo Piacentini, sede del ministero delle Imprese e del Made in Italy, il ministro Urso (Fdi) e il sottosegretario ai Trasporti Edoardo Rixi (Lega) hanno incontrato l’Anci. E’ nella disponibilità dei sindaci infatti la gestione del numero delle licenze. Ma ogni volta che qualcuno ha provato a cambiare, almeno negli ultimi vent’anni, sono state bloccate le città. Serve quindi una norma nazionale che consenta ai sindaci di poter poi operare. Nessun dubbio, a questo tavolo, che il servizio debba essere una volta per tutte adeguato al turismo sempre crescente, ad alcuni eventi come Olimpiadi del 2025 e i Giubilei del 2025 e del 2033.

Nell’ottica della massima condivisione” è il refrain ripetuto da ciascun politico o tecnico che si è seduto a quei tavoli in queste settimane, la soluzione preferita dal governo, il giusto compromesso che tutela efficienza e trasparenza per il cittadino, equità per i tassisti e rispetto delle regole di mercato, dovrebbe essere la “doppia licenza”, cioè la possibilità per ogni conducente e titolare di licenza di poterla sdoppiare facendo lavorare un famigliare o un parente o anche un amico. In pratica i Comuni potranno rilasciare entro un termine predeterminato una licenza aggiuntiva a ciascun titolare che ne faccia richiesta e che abbia i requisiti previsti. Si tratta di una misura di sistema, flessibile, in grado di affrontare i picchi della domanda legati a grandi eventi o a flussi di presenze turistiche superiori alla media stagionale.Nella stessa ottica sono state presentate anche misure per semplificare il meccanismo già esistente delle doppie guide (in ambito famigliare). A pacchetto, sono state offerte anche una revisione generale dell’ecobonus e agevolazioni per l'acquisto di vetture elettriche o ibride da destinare alle nuove licenze o a chi intende sostituire il proprio taxi.

I sindacati non ci stanno

Diciamo subito che i sindacati non ci stanno. Avanzando motivazioni che rispondono ad un solo principio: monopolio delle licenze. Anche chi dovesse avere un animo liberale - e ce ne sono per fortuna - non sfugge a logiche da caserma che impongono diktat in totale contrasto con il mercato e la libera concorrenza. Per Ugl-taxi (sigla amica del governo) si tratterebbe di una “liberalizzazione del mercato mascherata. Solo a Roma si passarebbe dalle circa 7.800 licenze a 16 mila. Sono troppe. Meglio allora sburocratizzare la cosiddetta seconda guida e le licenze stagionali per eventi straordinari”. Fa sorridere, ad esempio, il segretario della Fit-Cisl Salvatore Pellecchia che dice “il problema non siamo noi ma il trasporto pubblico carente e il traffico nelle città”. Il governo, ha detto Pellecchia, “non tiene conto conto delle cause del problema della mobilità urbana che riguarda il Tpl. Il tema è che l'utenza che si è riversata sui taxi per problemi di inefficienza dei mezzi pubblici, c’ è un problema di certezza dei finanziamenti per il Tpl e razionalizzazione delle oltre 900 aziende. Servono personale e mezzi”. Lo scarica barile è iniziato subito.

Uritaxi ha il coraggio di definire “assurda” l’indagine dell’Antitrust. Giusto per capire a che livello di anarchia e impunità sono arrivati i sindacati dei tassisti dopo vent’anni in cui sono riusciti a fare il bello e il cattivo tempo. Grazie, va detto, anche all’appoggio delle parti politiche al governo in quel momento. E’ una categoria che garantisce pace sociale e consenso. E che la può anche togliere. “Incredibile - dice Claudio Giudici di Uritaxi- che in una stagione dove i settori a 'prezzo libero' fanno registrare aumenti record - dalle compagnie aeree, alle catene alberghiere, alle compagnie petrolifere, e, per restare al settore del trasporto, alle multinazionali del trasporto che si appoggiano al noleggio con conducente, l’Antitrust apra un'indagine sul sistema taxi che invece ha una tariffa amministrata e precisi obblighi di servizio rimessi al controllo comunale. Dovrebbero invece aiutarci a liberalizzare i costi. Siano nel mondo al contrario”. Un bel coraggio, senza dubbio. Ovviamente si stanno facendo sotto anche gli Ncc, da sempre ostacolati in Italia che invece potrebbero essere una soluzione, che chiedono di non perdere l’occasione di rivedere il mercato in generale.

Nei numeri la risposta e la soluzione

Analizzando i numeri dei taxi in Italia nel corso degli anni si capisce il problema ma anche dove sta la soluzione: aumentare il numero delle licenze. Tutto il resto sarebbe un inutile compromesso. La consistenza del parco vetture appare sostanzialmente ferma da anni. Nel 2021 (dati Istat) erano in circolazione 22.723 taxi nei comuni capoluogo di provincia, appena 30 vetture in più rispetto al 2016. Ci sono circa 7.700 licenze attive a Roma, circa 4.800 a Milano, quasi 2.400 a Napoli, 1.500 a Torino, poco più di 700 a Firenze e altrettante a Bologna, circa 320 a Palermo. Tabelle alla mano: a Roma ci sono 27,4 licenze ogni 10mila abitanti, a Milano 35,6, a Torino 17,5.

Nelle principali città europee i numeri sono ben diversi: a Londra ci sono 14.600 licenze per i cab neri e poi 80mila guidatori di noleggio privato. A Parigi ci sono 17.500 licenze attive (dati del 2018) e comunque funziona benissimo Uber che può essere prenotato anche una settimana in anticipo. Provateci in Italia a prenotare una settimana prima un taxi alle 6 del mattino.

La legge quadro del 1992 che regola gli autoservizi pubblici non di linea individua in capo ai Comuni la determinazione del numero di veicoli da adibire al servizio taxi attraverso bandi pubblici. Chiunque ci ha provato seriamente s’è beccato città sotto assedio per giorni. Idem quando ci ha provato il governo. Addirittura un anno sono saliti da Napoli a Roma i tassisti e le rispettive macchine che andavano in giro a controllare chi non faceva sciopero. Quando ne beccavano uno, lo facevano accostare. Ed erano guai: minacce all’autista e pure al cliente. I tassisti non vogliono l’aumento delle licenze perchè comporterebbe un aumento della concorrenza e una riduzione del loro valore. Per chiamare le cose col proprio nome, i tassisti rifiutano le leggi del libero mercato. E qui Giorgia Meloni ha l’occasione migliore per dimostrare fino a che punto vuole veramente diventare la Thatcher italian

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