Una riforma costituzionale è per sempre: M5S e Pd si menano ma sulla durata della legislatura vanno d’amore e d’accordo

“Niente paura” canterebbe Ligabue, ci sono le riforme costituzionali a mettere tutti d’accordo, dal Pd all’M5S, passando per Italia Viva

Zingaretti e Di Maio
Zingaretti e Di Maio

Di Maio disdetta tutte le alleanze locali con il Pd e dice ai quattro venti che “Lega o Pd per me pari sono, meglio andare da soli” al punto da rompere ogni possibile collaborazione futura con il Pd e mettere a rischio il governo? Il Pd, dal canto suo, stizzito per il ‘bidone’ appena ricevuto da Di Maio, minaccia il voto anticipato e fa sapere che “la pazienza del nostro partito non è infinita”? I 5Stelle sono una pentola sul punto di scoppiare tra faide interne e nuovi organigrammi che non si riescono a comporre? Italia Viva di Renzi entra a gamba tesa sui rapporti tra Pd e M5S e minaccia battaglia, in Parlamento, sulla manovra economica? La manovra economica stessa slitta di giorno, nella sua presentazione in Parlamento, e i vertici di maggioranza si susseguono ai vertici, nella quotidiana fatica di trovare la famosa quadra?

La maggioranza balla? ‘Niente paura’, ci sono le riforme

“Niente paura” canterebbe Ligabue, ci sono le riforme costituzionali a mettere tutti d’accordo, dal Pd all’M5S, passando per Italia Viva. Incredibile a dirsi, meno facile di quello che sembra a farsi, la maggioranza di governo si ricompatta sul tema riforme e si mette a lavorare di buona lena e in pieno accordo come se non ci fosse un domani. Insomma, come se la legislatura potesse durare davvero anni e anni, non mesi, come se il traguardo dell’elezione del prossimo capo dello Stato (il 2022) fosse lì, a un passo, e la fine naturale della legislatura (il 2023) anche. Miracoli dell’ingegneria costituzionale che appassiona pochi adepti ma che è un ottimo indicatore – una sorta di ‘pesce pilota’ – della tenuta di ogni maggioranza di governo che si rispetti. Del resto, se sei d’accordo sulle ‘grandi riforme’, poi l’accordo politico sul day by day, il giorno per giorno, lo trovi cammin facendo. Questa, almeno, l’intenzione delle ‘teste d’uovo’ della maggioranza quadripartita che regge le sorti del governo Conte: trovare un grimaldello, una ragione concreta, per durare il più possibile. A dispetto dei santi.

Varate due ddl costituzionali dall’iter lungo e complesso

Ma di cosa si tratta, nel concreto? Vediamo cosa bolle nella pentola delle riforme istituzionali della maggioranza. Lunedì, in un vertice che si è tenuto alla Camera, Pd, M5S, LeU e Italia Viva hanno concordato l'iter per concretizzare i quattro punti dell'intesa, siglata a inizio mese, sul pacchetto di misure che dovrà fare da ‘contrappeso’ al taglio dei parlamentari e che, come si sa, è diventata da poco legge. Si tratta di due provvedimenti da presentare in parallelo alla Camera e al Senato. E, soprattutto, si tratta di ddl costituzionali che hanno, per loro natura, un iter piuttosto lungo (doppia lettura, in fotocopia, tra Camera e Senato). Insomma, un orizzonte di legislatura ben più ampio rispetto alle tensioni politiche di questi giorni. “E’ stata una riunione assolutamente serena e costruttiva” riferisce più di un partecipante. Nel merito nella riunione cui hanno preso parte i capigruppo di maggioranza di Camera e Senato di M5s, Pd, Leu e Iv e il ministro alle Riforme, Federico D'Inca (M5S) e che vedrà un aggiornamento della riunione oggi al Senato, si è deciso di andare avanti su ben quattro riforme, già concordate nella riunione del 7 novembre. Inoltre, stato ribadito l'impegno a presentare, entro dicembre, un testo di riforma elettorale condivisa, che resta – come vedremo - il nodo più complesso da sciogliere. Quindi, per ora, avanti su ben quattro riforme costituzionali che però sono la premessa di ogni legge elettorale, perché, spiega Stefano Ceccanti (Pd), rendono possibile una legge elettorale fotocopia per Camera e Senato, il che assicura che nei due rami del Parlamento vi sia lo stesso risultato. Innanzitutto, sarà abbassata da 25 a 18 l'età per votare al Senato, come è già oggi per la Camera (elettorato attivo), e da 40 a 25 quella per essere eletti a Palazzo Madama (elettorato passivo). La prima riforma – un disegno di legge costituzionale - è già partita in Commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, e la seconda sarà un emendamento ad essa che sarà depositato a breve. La terza modifica della Carta, un altro ddl costituzionale, riguarda la base elettorale del Senato, che oggi è “regionale”: diventerà “circoscrizionale”, come per la Camera, il che significa che il recupero dei resti di ciascuna Regione sarà effettuato a livello nazionale, permettendo ai partiti piccoli e medi, che con il taglio dei senatori sarebbero esclusi dal Senato, di eleggere qualche parlamentare. La quarta riforma, che accompagnerà la terza nel secondo ddl ad hoc, è la riduzione da tre a due del numero dei delegati che ciascuna Regione invia a Roma per eleggere il presidente della Repubblica assieme ai parlamentari, modifica resa necessaria dal fatto che, con meno parlamentari, che sono stati tagliati di 345 unità, i delegati regionali avrebbero ‘pesato’ troppo nell’elezione. Le due ultime riforme viaggeranno, dunque, in un ddl a parte il cui iter partirà, però, dalla Camera e non dal Senato.

Così l’orizzonte della legislatura diventa il 2022/2023

E se è vero che, per velocizzare l’iter delle quattro riforme, contenute in due diversi ddl costituzionali, mentre un ramo del Parlamento esaminerà il primo (elettorato attivo e passivo), l’altro ramo istruirà il secondo (delegati regionali ed elezione del Senato su base circoscrizionale), è pur vero che, per far arrivare i due ddl ‘a dama’ serviranno anni: doppia lettura tra Camera e Senato, in copia conforme, e pausa di riflessione di tre mesi tra la prima e la seconda lettura in ogni ramo del Parlamento. Morale, un anno intero – il 2020 – volerebbe via in un amen, sorgerebbe già il 2021 per vederle approvate, ma anno in cui, a partire da agosto, inizia il semestre bianco che precede la fine del settennato presidenziale. Sei mesi in cui le Camere, per Costituzione, ‘non’ possono essere sciolte fino all’elezione del nuovo Capo dello Stato, fissata a gennaio del 2022. Insomma, riforme che garantirebbero ‘lunga vita’ al governo Conte II o, quantomeno, all’attuale maggioranza di governo.

Pd e M5S filano d’amore e d’accordo…

Politicamente, come si diceva, “il clima era ottimo”, dicono tutti i partecipanti. L'aspetto centrale del vertice è stata la volontà condivisa, come hanno ribadito il ministro Federico D'Incà e Anna Macina (M5S), di andare avanti “con il programma di governo e le riforme costituzionali”. Assicura la Macina, portavoce del Movimento 5 stelle e capogruppo in commissione Affari costituzionali alla Camera che “La maggioranza è compatta e c'è condivisione di obiettivi. Solo così si può lavorare bene e portare a casa i risultati. L'intenzione è di realizzare tutti gli impegni presi nel programma di Governo”.  “C'è la volontà del governo di proseguire in maniera stabile con riforme costituzionali stabili. È stata una riunione molto positiva, con interventi costruttivi. Un'ottima giornata di lavoro” dice il ministro D’Incà, fiducioso anche sulla tenuta della maggioranza: “E' determinata ad andare avanti. Lo è sempre stata e lo sarà nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Gli accordi presi si portano avanti. Vale per le riforme e per altri punti del programma”. Dell'esito del voto in Umbria nemmeno l'ombra: “E' come se l'Umbria non ci fosse stata” ha detto Dario Parrini (Pd), che coglie, in prospettiva, il senso politico del vertice, da raffinato politico quale è.

Il punto di frizione resta la legge elettorale

Certo, tra tanti peana, un punto di frizione permane. La parte meno ‘produttiva’ del vertice di oggi è stata quella sulla legge elettorale. Al momento, non ci sono novità significative. Soltanto la conferma di un timing già fissato ai primi di ottobre: avviare l'iter della legge entro l'anno. Ma su quale testo non è ancora chiaro. Al momento si conoscono soltanto le rispettive posizioni di partenza con il Pd che il segretario Nicola Zingaretti ha schierato su un sistema di tipo maggioritario mentre M5S e LeU sono per il proporzionale. Italia Viva non si sbilancia, al momento, ma che prema a sua volta per il ritorno al proporzionale si sa.

La legge elettorale, dunque, rimane il nodo. Sullo sfondo si stagliano due modelli: il proporzionale con soglia di sbarramento, peraltro ancora tutta da fissare (LeU chiede il 3%, come è nel Rosatellum, il Pd il 5%, all’M5S andrebbe bene il 4%) e un doppio turno maggioritario con ballottaggio nazionale in cui ci si può alleare tra il primo e il secondo turno. Sistema che piace al Pd, mentre M5s e Iv preferiscono il proporzionale che non obbliga a dichiarare la coalizione prima del voto, obbligo che invece il Pd vuole.

Prima di usare la ‘colt’ ci sarà un nuovo quadro politico

Ma se ha ragione Ceccanti, se cioè le riforme costituzionali sono prodromiche alla legge elettorale, vuol dire che, nel vivo della discussione di quest’ultima, si entrerà molto in là (diciamo tra un anno abbondante), quando l’iter dei due ddl costituzionali sarà completato. Un’assicurazione sulla vita, per il futuro della maggioranza e della legislatura. Anche perché, come si sa, quando una nuova legge elettorale viene varata, vuol dire che il Parlamento è arrivato agli sgoccioli e che si sta per andare a nuove elezioni. Le leggi elettorali, infatti, sono come le Colt nel Far West: quando le hai in mano, e cariche, non ti sottrai alla tentazione di usarle. Ma le ‘Colt’, cioè le leggi elettorali, si scrivono, ormai, sotto la dittatura degli eventi e le convenienze del momento: a seconda di come evolverà il quadro politico e a seconda di quali alleanze saranno possibili e fattibili, si sceglierà un modello piuttosto che un altro per ‘sparare’ all’avversario.