[Il retroscena] “Pronti alla mega vendetta, faremo fuori tutti gli uomini di Tria”. La minaccia dei Cinque Stelle ai dirigenti del ministero per sforare il tetto sul deficit

Il vertice grillino accusa “sono loro che non mettono a disposizione i soldi necessari”. E scatta la minaccia per spaventare i tecnici. Così una autorevole fonte 5 Stelle che dà conto delle difficoltà che sta vivendo il Movimento. Ma anche del fatto che non hanno intenzione di provocare una crisi. I capigruppo stellati: senza quei soldi “a rischio la leadership di Di Maio”. La soluzione per la Rai, con l’astensione di Forza Italia e il nuovo vertice di centrodestra convocato oggi a Grazioli, impensierisce il Movimento. Così come la sempre più evidente autonomia del premier Conte che in tre mesi ha sviluppato un filo diretto e quotidiano con il Quirinale

[Il retroscena] “Pronti alla mega vendetta, faremo fuori tutti gli uomini di Tria”. La minaccia dei Cinque Stelle ai dirigenti del ministero per sforare il tetto sul deficit

Non c’è una lettera di sfiducia dei 5 Stelle indirizzata al ministro economico Giovanni Tria. C’è molto di più. “O ci danno le risorse che chiediamo – spiegano fonti autorevolissime del Movimento -  oppure è già pronta la megavendetta: nel 2019 faremo fuori (sic) tutti questi signori del Mef (il Ministero dell’economia e della finanza ndr) che dicono no ai tagli e non ci mettono a disposizione 10 miliardi per il reddito di cittadinanza”. Il messaggio, che - considerata la fonte - è sicuramente condiviso e forse ispirato sillaba dopo sillaba a livello di governo, contiene almeno tre notizie. La prima: è un segnale di debolezza, l’ammissione che a una parte dell’esecutivo sta sfuggendo il controllo politico della maggioranza e la padronanza della macchina dello Stato. La seconda: in cuor loro i 5 Stelle sono decisi ad andare comunque avanti, a non provocare crisi di governo e, anche se non arrivassero i soldi per il reddito di cittadinanza, a turarsi il naso pur di andare avanti. La terza: la tensione nella maggioranza è altissima, soprattutto in casa 5 Stelle dove si assiste, infastiditi e preoccupati, alla rinnovata saldatura del centrodestra e si sospetta l’avvio di una campagna acquisti tra i propri parlamentari in direzione della Lega. 

L’apparente buonsenso

Dopo gli ultimatum di martedì (Di Maio a Tria: “Un ministro serio sa dove trovare le risorse per le riforme”) e le indiscrezioni su una presunta lettera dei parlamentari stellati contro Tria e sulle dimissioni del viceministro Garavaglia (Lega) – tutte regolarmente smentite – ieri è stata la giornata del buonsenso e della ragionevolezza. Di Maio dalla Cina ha corretto il tiro (“Piena fiducia in Tria ma manteniamo le promesse attingendo a un po’ di deficit”), la viceministra del Mef Laura Castelli, ancora senza deleghe, ha provato a spiegare che “con il deficit a 1,6% non è possibile fare nulla a meno che non si proceda solo a tagli” e che dunque serve uno sforzo, perché le pensioni minime a 780 euro e il reddito di cittadinanza “sono necessari”. Lato Lega, Giorgetti ha provato a mediare suggerendo al ministro Tria di “essere più elastico e di essere meno attento alle virgole” (virgole che peraltro equivalgono a miliardi). Salvini ha fatto il vago e, alla domanda se Tria può stare tranquillo, l’ha messa giù così: “Gli italiani possono dormire sonni tranquilli”. Da qui un hashtag che è andato per la maggiore su twitter (#triastaisereno), con l’aggettivo che per Enrico Letta significò le dimissioni.

Una settimana sull’ottovolante

Il 27 settembre il governo deve presentare la Nota di aggiornamento al Def, ossia le tre/quattro percentuali, a cominciare dal deficit, che saranno i pilastri della legge di bilancio. Ieri sera, dal vertice informale dei capi di stato europei a Salisburgo, il premier Conte non ha voluto dare cifre ma in giornata chi ha parlato con Tria ha riferito che “neanche arrivare all’1,6% è scontato e spingersi oltre il 2% rischia di essere insostenibile per la Ue e i mercati”. Fino al 27, salvo rinvii, sarà un ottovolante di dichiarazioni in un senso e nell’altro, minacce e carezze, ultimatum e dialogo. Ma è chiaro che la maggioranza sta mettendo in conto una crisi di governo o un cambio di maggioranza. “Non mi risulta esista alcun progetto di documento contro il ministro Tria” ha spiegato ieri il capogruppo M5s Francesco D’Uva, “ma ciò non toglie che l’esistenza di una significativa apprensione nel gruppo parlamentare per come sta andando il dibattito sulla manovra”.  Forse non è conseguenza del dibattito sulla manovra ed ha invece più ha che fare con il Milleproroghe, ma ieri la ministra della Salute Giulia Grillo ha accettato senza battere ciglio le dimissioni del suo capo di gabinetto Alfonso Celotto, un tecnico esperto e competente ereditato dalla seconda repubblica. “Lega e 5 Stelle sono come acqua e olio, non si mescolano, non ci sono possibilità” osserva una fonte di governo stellata. Che spiega: “La ritrovata sintonia nel centrodestra e gli indizi sulla pesca di Salvini tra i 5 Stelle per blindare una nuova maggioranza agitano fortemente Di Maio e i vertici governativi del Movimento, che non sanno fino a che punto potranno reggere i malumori interni se non riescono a realizzare almeno un po’ di quello che hanno promesso”. 

Il vertice del centrodestra

Ieri, ad esempio, ha rinnovato gocce di sudore freddo l’astensione di Forza Italia in Vigilanza Rai su Marcello Foa. Nei fatti è un via libera - che però potrà essere formalizzato solo nelle prossime 48 ore - al candidato di Salvini alla guida di viale Mazzini. Un tempo utile per celebrare oggi a palazzo Grazioli il vertice del centrodestra Salvini-Meloni-Berlusconi che dovrà ratificare ciò che già era stato deciso domenica sera ad Arcore: coalizione unita alle prossime regionali (Abruzzo, Molise, Sardegna) e alle prossime amministrative. Le monete di scambio sono state la Rai e la candidatura di Foa, ben giocate da Berlusconi che ha trasformato una possibile sconfitta in un credito nei confronti del precipitoso (a luglio) Salvini. E’ chiaro che tutto questo non piace ai 5 Stelle. Così come è visto con sospetto il progressivo tentativo del premier Conte di emanciparsi dall’abbraccio del Movimento e dei suoi commissari del popolo: soprattutto, dal controllo dello staff comunicazione di Palazzo Chigi. 

Il tentativo di Conte

Anche ieri il Presidente del Consiglio ha giocato il ruolo del mediatore e garante del Contratto. Lo sta facendo per Genova, ci sta provando sull’immigrazione e nei confronti dell’Europa. Ieri mattina ha ricevuto e ascoltato le preoccupazioni dei capigruppo M5S di Camera e Senato Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli(“senza il reddito nella legge di bilancio può essere e rischio la leadership di Di Maio”), che poi hanno raccontato su Facebook “le rassicurazioni ricevute circa il grande impatto che il reddito di cittadinanza avrà nella prossima legge di Stabilità”. Conte, a dir la verità, ha parlato di interventi importanti contro le diseguaglianze e in favore della povertà. Che non coincidono con il reddito di cittadinanza. E’ chiaro il bisogno del gruppo parlamentare di rivendicare il premier come “cosa loro” e non della Lega. La verità è che il premier-professore si sta lentamente spostando fra le fila di quello che viene chiamato “il partito del Quirinale” in cui giocano come titolari Tria e Moavero. Conte sa che la propria “vita politica” alla fine avrà un senso solo se saprà rispettare l’establishment di cui è espressione senza rinnegare i punti del contratto di cui si è fatto garante come “avvocato degli italiani”. Da qui i colloqui frequenti e le consultazioni ormai giornaliere tra i consiglieri di palazzo Chigi e il Colle. E poi con Bankitalia e Bruxelles ma anche con Francoforte. La missione al vertice informale Ue di Salisburgo è un altro piccolo passo verso l’autonomia e la necessità di rassicurare. I mercati, ha ben detto Draghi, sono assai sensibili alle parole. E di sproloqui in questi mesi estivi, magari in una delle tante, troppe, dirette Facebook,  ce ne sono stati fin troppi.

La disperazione e i “coltelli”

Solo se si ha chiaro questo quadro, si capisce a fondo quanta “disperazione” c’è in quel messaggio e nelle “minacce” veicolate dalle fonti parlamentari vicine ai vertici governativi del Movimento di cui si è detto all’inizio. L’affermazione di Di Maio su “Tria ministro serio” va intesa “in un senso più largo”, come auspicio che si occupi dei problemi degli italiani. E l’annunciata “megavendetta”, che è il fatto nuovo, va letta come la minaccia sul fatto che, se non saltano fuori i soldi per il reddito di cittadinanza, cadranno le teste di decine di funzionari e dirigenti del Mef. “Dedicheremo tutto il 2019 - si dice testualmente - a fare fuori la gente del Mef, una cosa ai coltelli”. Tria c’entra il giusto, dunque relativamente, “non è lui - si spiega - il problema”. “Al ministero ci sono persone che stanno lì da decenni, hanno in mano il meccanismo, proteggono il solito sistema e non ti fanno capire le voci di bilancio per tagliare. Non è accettabile che non si trovino 10 miliardi, non sono mica 200 miliardi. Un manovra di 20-30 miliardi la fanno tutti i governi, nulla di strano”.

Peccato che non possa essere palazzo Chigi nè il Movimento 5 Stelle "a fare fuori” i dirigenti del Mef. A parte il lessico, la democrazia in Italia non funziona ancora così.