Letta e Salvini, Meloni e Conte se le danno di santa ragione sul palco del Meeting di Rimini

Dal "caso Durigon" al "caso Lamorgese" non c’è una cosa su cui i partiti di maggioranza del governo Draghi siano d’accordo. Affondo di Salvini contro Conte

Giuseppe Conte, Antonio Tajani, Enrico Letta, Matteo Salvini, Maurizio Lupi e Giorgio Vittadini al Meeting di Cl (Ansa)
Conte, Tajani, Letta, Salvini, Lupi e Vittadini al Meeting di Cl (Ansa)

Parliamoci chiaro. Non fosse stato per il dibattito di ieri, che ha visto confrontarsi tutti gli ‘alleati’ (si fa per dire, ovviamente) che compongono l’ampia maggioranza che sorregge il governo Draghi, i quali se le sono dati di santa ragione, su tutti gli argomenti possibili dello scibile umano, il Meeting dell’Amicizia dei Popoli (quest’anno l’edizione si chiama “Il coraggio di dire IO”, almeno Comunione e Liberazione ci ha risparmiato i soliti titoli chilometrici…) che, si tiene, ogni anno, da tempo immemore, alla Fiera di Rimini, sarebbe stato di una noia mortale, una di quelle cose da addormentarsi ‘coi pizzichi’ – come si dice a Roma – a causa della gran noia.

Tutti insieme appassionatamente sullo stesso palco

Per fortuna, però, ci hanno pensato i politici a ravvivare un’edizione del Meeting in surplace, al netto, si capisce, dell’overture affidata niente di meno che al capo dello Stato, Sergio Mattarella. Dal ‘caso Durigon’ al ‘caso Lamorgese’ non c’è una cosa su cui i partiti ‘alleati’ al governo siano, sostanzialmente, d’accordo. Ma proprio non una. Merito del Meeting, dunque, è stato, più che altro, il ‘miracolo’ di averli messi, per una volta, tutti sullo stesso palco. In effetti, vedere Giuseppe Conte, Enrico Letta, Matteo Salvini e Antonio Tajani, il presidente di Iv, Ettore Rosato, e – collegata da remoto – la presidente di FdI, Giorgia Meloni, unica a rappresentare l’opposizione, uno accanto all’altro faceva il suo bell’effetto, ad usum dei fotografi a bordo palco.

La ‘foto di gruppo’ tra leader assai diversi

La foto di gruppo propone comunque un unicum della politica italiana, specie nella stagione cruciale della gestione Recovery Fund, sotto la guida “tecnica” del presidente Draghi (subentrato alla deflagrazione di due coalizioni precedenti, quella ‘gialloverde’ e quella ‘giallorossa’). Un ‘esperimento’, quello di ‘far parlare tra diversi’ che il Meeting propone già da qualche anno. E che stavolta incrocia timori e allarmi, sulla tenuta dell’esecutivo, esplicitati proprio qui al Meeting sia dal leader di Confindustria, Carlo Bonomi, sia dal commissario europeo, Paolo Gentiloni. L’altra curiosità è che i singoli leader parlano dei vari temi più scottanti a latere dell’iniziativa, cioè non sul palco, dove il dibattito scorre, assai noioso, sui massimi sistemi (l’Io, il Noi, il Bene comune, etc.), ma uti singoli, cioè rispondendo, da un palchetto per le conferenze stampa, approntato per i giornalisti che, finalmente, possono fare le domande, quelle che contano.
Ma vediamo subito i principali temi su cui, soprattutto Letta e Salvini, si sono assai scornati.

"Pronta la mozione di sfiducia a Durigon” dice Letta e ‘pronto’, forse, il suo passo indietro…

“Pronta la mozione di sfiducia su Durigon”. Il segretario del Pd Enrico Letta conferma, dal palco di Cl, che sarà presentata a settembre. Al netto della mancanza di proprietà di linguaggio (una mozione di sfiducia a un sottosegretario non è prevista né dalla Costituzione né dai regolamenti parlamentari, bisognerebbe parlare, invece, di “mozione di censura”, il cui effetto pratico, peraltro, è nullo), il leader del Pd non ha dubbi: “Incompatibile l’apologia del fascismo con questo governo e con la nostra storia”, dice Letta. Matteo Salvini replica subito: “Lui (Durigon, ndr.) è il papà di quota 100 e con lui sto lavorando alla riforma delle pensioni, e sto seguendo anche il tema fiscale delle cartelle e del saldo e stralcio. Ragioneremo insieme su cosa fare e cosa sia più utile per la Lega e per il governo. Discuterò io con Claudio, il quale ha la mia massima fiducia”. Parole, però, assai ambigue che lasciano prefigurare la possibilità che Durigon lo faccia davvero, un passo indietro, dimettendosi, per togliere il governo – e Draghi – dall’imbarazzo, che cresce, ormai, giorno dopo giorno, sia nel governo che nella maggioranza.

La ‘mozione di censura’ per Durigon è pronta

La verità è che, dopo Sinistra italiana, la prima a formulare l’idea, non appena Durigon disse che voleva intitolare il parco comunale della sua città, Latina, ad Arnaldo Mussolini (fratello del Duce), e dopo LeU e, soprattutto, il M5s, il fronte degli ex giallorossi si è ricompattato con l’arrivo del Pd. “Il Pd conferma che presenterà nei prossimi giorni una mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario leghista, Claudio Durigon, se non dovessero arrivare prima le sue dimissioni” diceva, già l’altro giorno, Enrico Borghi, responsabile Sicurezza della segreteria dem, uno di quei democrat le cui parole vanno sempre lette con attenzione. Espressione, politicamente parlando, di Base riformista, infatti, quando parla Borghi è come se stesse parlando Enrico Letta. "Per noi valgono le cose che abbiamo detto nel momento in cui questa cosa si è palesata: le dichiarazioni di Durigon - diceva Borghi - sono incompatibili con la presenza in un esecutivo repubblicano. Antifascismo e rispetto delle vittime della mafia sono due elementi strutturali". Quindi, se Durigon non dovesse dimettersi prima, “il Pd presenterà una mozione di sfiducia e il Parlamento si esprimerà” confermava Borghi. Fino a ieri, al netto della condanna iniziale di Letta, una presa di posizione così drastica del Pd non c’era stata. La sorte di Durigon appare perciò segnata. A meno che, all’atto della mozione (‘di censura’ perché le mozioni di sfiducia individuali, per i sottosegretari, non sono ammissibili), Renzi e Iv non votino, compattamente, col centrodestra.

O, ovviamente, appunto, a meno che Durigon non si dimetta prima. Matteo Salvini lo difende a spada tratta, assicurando che di certo non ha parlato del ‘caso’ Durigon nella sua visita a Draghi, ma il resto dei partiti, tranne Forza Italia, ne chiede la testa. Ergo, Durigon sarà costretto a fare un ‘passo indietro’, rimettendo le deleghe (è sottosegretario al Mef) e, casomai, dedicandosi ‘a tempo pieno’ a dare una mano a Salvini a portare voti alla Lega a Roma, Lazio e Centro...

Il ‘caso Lamorgese’ e l’ostinazione di Salvini

Salvini, ovviamente, contrattacca mettendo nel mirino il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. Dopo le tensioni in crescendo degli ultimi giorni, Salvini arriva, sempre ieri, a chiedere le dimissioni della ministra dell’Interno. “I numeri sui morti nel Mediterraneo nei primi mesi di questo anno sono da soli sufficienti a bocciare l'operato del ministro Lamorgese”, dice il leader della Lega. “Mi domando in questi otto mesi come abbia occupato il suo tempo. Sará necessario pensare a un cambio, altrimenti problemi della sicurezza nazionale così non li gestiamo. Deve fare il ministro. Cosa che non ha cominciato a fare”. Enrico Letta ribatte subito: “trovo che le critiche che sono rivolte nei confronti del ministro Lamorgese da parte sia di partiti dell’opposizione che da parte di quelli che stanno al governo siano assolutamente pretestuose”. Critiche che “sono legate semplicemente a generare un clima di sfiducia - aggiunge Letta - e ad agitare sempre e comunque il tema sicurezza come tema sul quale lucrare voti. Io difendo il ministro, credo che il Governo stia facendo un buon lavoro su questi temi e invoglio ad andare avanti”. In questo caso, però, Letta sa che non deve darsi troppo pensiero: Draghi non ha alcuna intenzione di ‘rimuovere’ la Lamorgese, con la quale – al netto di alcuni ‘pasticci’ compiuti dal ministro durante agosto – condivide, passo passo, ogni scelta e iniziativa. Per non dire del fatto che, banalmente, è stato Mattarella a volere la conferma della Lamorgese al Viminale e che il suo posto è di quelli untouchables. Chi tocca i fili muore, ecco.

Anche il caso Afghanistan divide i partiti

I segretari si confrontano subito sull’Afghanistan, in realtà, sul palco. Si parte sempre da Letta: “Bisogna spostare subito il termine del 31 agosto per l’evacuazione dei civili. L’Italia G7, la Nato, le Nazioni Unite devono assolutamente impegnarsi su questo. E lo facciano secondo le nostre priorità e cultura. Il metodo è l’immagine bellissima del console italiano (???., ndr.) che prende un bambino dal tetto”, dice il segretario del Pd. E continua: “Dobbiamo ottenere i corridoi umanitari, negoziando con autorità locali. E poi ripensare il ruolo dell’Occidente". Tocca a Giuseppe Conte (arrivato in lieve ritardo a causa di un complesso ingorgo in autostrada). “Sono stato tacciato di essere l’avvocato dei tagliagole. Ma finiamola di fare i premi Nobel della geopolitica. Fa bene il presidente Draghi a insistere sul formato G20 allargato. Io avevo già detto articolando un ragionamento, e ripeto: la situazione attuale non contempla altre soluzioni che non sia il dialogo con i talebani perché un'altra guerra non è pensabile e non possiamo lasciare nell'angoscia la popolazione afghana".
Per Giorgia Meloni, invece, “la gestione Biden della vicenda Afghanistan è stata disastrosa. Una umiliazione per Usa e Occidente che avrá conseguenze imprevedibili, come i rischi legati al fondamentalismo islamico che si fomenterà. Come non parliamo del pericolo Pakistan, con 200 milioni di persone, l’unico che ha la bomba atomica. Ed è curioso concentrare tutte le riflessioni solo sul tema dei corridoi umanitari”. E, dice ancora la Meloni: “Credo che la soluzione sia un piano molto importante da parte dell'Europa per consentire alle nazioni limitrofe all'Afghanistan di accogliere i profughi".

L’affondo di Salvini contro Conte (non Letta)

Ma è sempre con Salvini che partono le prime scintille: “Sottoscrivo tutto l’intervento di Enrico Letta, con sorpresa dei giornalisti che magari volevano litigassimo qui”, ma poi polemizza direttamente con Conte: “Non sono affatto d’accordo con il professor Conte: io dialogo con chi rappresenta una istituzione, non con chi dice che i diritti delle donne verranno garantiti con la legge islamica”, aggiunge il Capitano del Carroccio. E poi: “Su questo l'Europa ha le sue colpe, a cominciare dall’aver cancellato le radici giudaico-cristiane dalla sua costituzione". Per Ettore Rosato, presidente di Iv, “noi non possiamo aprire un grande dibattito su prendere o non prendere i rifugiati. Ma con l’Europa dobbiamo organizzare questa accoglienza: tra l’altro molti di loro sono persone istruite, colte che conoscono lingue e hanno collaborato con noi. La guida di Draghi in questo senso rappresenta, in cotanto dramma, un momento fortunato per l’Italia".
Mentre Tajani, per FI, rilancia nel solco di quanto auspicato proprio al Meeting da Gentiloni, “la necessità di costruire una Difesa comune europea. Un esercito europeo ci farebbe risparmiare un sacco di miliardi ma soprattutto accrescerebbe il peso dell’Unione”. Per il vicepresidente degli azzurri, “bisogna poi affrontare il nodo della Cina: l’Afghanistan non è solo la terra dell’oppio, ma anche nel sottosuolo ci sono riserve che fanno gola a Pechino, bisogna mettere in chiaro con la Cina queste questioni. E infine lasciatemi un pensiero grato per gli uomini del Tuscania che stanno salvando vite a Kabul”.

Il ruolo dei partiti e quello della democrazia

Il dialogo passa poi al (formale) titolo dell’incontro “Il ruolo dei partiti nella democrazia oggi”. Conte rivendica invece - oltre tutti i passaggi traumatici e le lacerazioni attuali - il ruolo del Movimento. “Abbiamo conosciuto i partiti della Prima e della Seconda Repubblica. Poi è arrivato il Movimento 5 Stelle. Io sono il leader del M5s perché credo che una funzione importante i partiti la abbiano, anche in prospettiva; certo non nella visione novecentesca, ma sicuramente i movimenti hanno ancora la funzione essenziale di offrire un progetto di società”. Quindi, sostiene che “il nuovo corso del M5s è un progetto a cui abbiamo lavorato insieme per evitare di portarlo nella forma tradizionale di partito, ma cercando anche di dargli una forma di organizzazione, anche con un radicamento territoriale. E credo sia fondamentale il linguaggio: idee senza polemiche violente, si può fare politica con il sorriso” (sic).
È tagliente l’analisi di Giorgia Meloni, l’unica voce dell’opposizione al governo: “Qui dialoghiamo ma in realtà è spesso impossibile il confronto. Perché se mi oppongo al ddl Zan e se sono contro l’adozione da parte degli omosessuali sono omofoba, se sono per un confronto sull’accoglienza divento razzista e così via. Perché c’è una violenza data dall’assenza di identità, e questo toglie buon senso al dibattito politico”, dice la leader di FdI. Che poi chiude: “Comunque i partiti esistono solo se sono pesanti: se hanno sedi, se stanno sui territori, se si vedono e si toccano, oppure non sono partiti”. Parole che vengono salutate da un lungo applauso, indicare il favor della platea ciellina per la Meloni, nonostante la presa di distanza della presidente del Meeting che ‘coordina’ l’incontro tra i big. Sempre sul tema dei partiti, Salvini torna a colpire il Movimento 5S e Conte. “Per me uno non vale uno. Se devi andare in Parlamento o a fare politica, sarebbe meglio che tu avessi fatto esperienza di amministrazione anziché essere stato nominato a sorte".

La polemica Letta-Rosato e il sistema elettorale

Letta parte dalla premessa che “è la prima volta che mi trovo a in Italia a fare un incontro così, purtroppo siamo tutti uomini tranne Giorgia Meloni, la politica in Italia è maschilista, in Europa non è così”. Poi analizza: “La nostra democrazia è malata. Perché in una sola stessa legislatura, tre governi in tre anni con tre coalizioni diverse, è segno di malattia. E sia chiaro a tutti noi che se siamo qui abbiamo le nostre responsabilità. Ed è anche la legislatura in cui più di 200 parlamentari hanno cambiato casacca. Quindi, nel rispetto della Costituzione, non va bene andare avanti così”. Letta conclude e propone la reintroduzione “delle preferenze: penso che i cittadini si arrabbino quando non possono eleggere il loro parlamentare”. Da registrare, in questo ambito, uno scambio in dissenso tra Ettore Rosato e Enrico Letta su legge elettorale. Infatti, se il presidente di Iv definisce “ipocrisie” quelle sul ritorno alle preferenze, Letta - che ricorda dal palco di essere in campagna elettorale nel collegio di Siena - risponde che il vero problema è “non avere più collegi uninominali con il paracadute".
La verità è che il Pd sta pensando a una nuova legge elettorale, un maggioritario a doppio turno con premio di maggioranza che non superi il 55% dei seggi. La base è la proposta di legge depositata dai ‘maghi’ dem in materia, il deputato e costituzionalista Stefano Ceccanti e il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Dario Parrini. Una legge che, non è ancora la legge ‘ufficiale’ del Pd, ma che, però, prevede un sistema per eleggere i parlamentari basato sulle singole liste (il metodo sarebbe quello del Provincellum) e che, dunque, abolisce i collegi uninominali maggioritari presenti, oggi, dentro il Rosatellum, Il ‘mago’ elettorale della Lega, Roberto Calderoli, ha fatto capire che “se ne può parlare, ma dopo l’elezione del Capo dello Stato”, cioè verso la parte finale della legislatura. Il motivo che ‘alletta’ la Lega a un simile sistema è che, da un lato, si potrebbe federare con FI-Udc in un ‘listone’, per sopravanzare nei voti FdI, e che, dall’altro, non dovrebbe più decidere, a monte, come spartirsi i collegi sempre con FdI. Mai come stavolta, però, se son davvero rose fioriranno. Si vedrà nel 2022.

La polemica sul Reddito di cittadinanza

Il leader della Lega poi torna a picchiare contro la misura anti-povertà che fu varata dal governo di cui lui stesso faceva parte. “Mea Culpa - alza le mani Salvini - ho chiesto al presidente Draghi che va rivista. Io lo sento dire ogni giorno da centinaia di imprenditori, commercianti, lavoratori. Il reddito di cittadinanza sta creando enormi problemi, sta provocando un deserto economico, e anche morale perché disincentiva alla politica”. Parole vane, dato che il premier Draghi ha chiarito, in pubblico, che il RdC può essere ‘rivisto’, ma non ‘abolito'. Sul reddito di cittadinanza, la replica è concessa a Conte che spiega: “Ci sono sacche di povertà che vengono assistite e curate con questa misura. Che noi vogliamo migliorare, punendo gli abusi”. Parole a cui molti rispondono rumoreggiando in una platea in gran parte contraria allo strumento - almeno per come funziona oggi - varato dai 5S.

Infine, la sfida del Recovery Plan e le tasse

Si arriva al terzo tema del dibattito: la sfida del Recovery Plan e l’Italia al banco di prova di un autunno di riforme e gestione rigorosa del Pnr. Per Conte “dovrà esserci innanzitutto grande attenzione al mondo dell’impresa e la transizione 4.0”. Il capo dei 5S poi propone l'abolizione dell'Irap: “So che sono tanti soldi - aggiunge Conte - ma per le imprese Irap significa doppia contabilità, doppia dichiarazione e un sovraccarico di burocrazia. Ragioniamo insieme, mettiamoci tutti intorno a un tavolo per abolire l’Irap e sostituirla con una addizionale Ires”. Letta chiede di dare vita a un “grande patto sociale” tra le parti. E “nessuna ambiguità su Green Pass e vaccinazione. È come col semaforo - sottolinea il leader Pd - nessuno di noi passa col rosso, perché può morire e uccidere qualcuno. Quindi applichiamo il modello Meeting di Rimini su tutta l’Italia. Io impegno il mio partito a chiedere al nostro primo ministro Draghi di restare almeno fino all’aprile del 2023”. Che è anche come dire: niente Draghi in corsa per il Colle, quando si tratterà di parlarne a inizio 2023.

Vaccini e Green pass, sfida Meloni-Salvini

Per Meloni, invece, guardare al futuro e al 2023 significa “anche riforma presidenziale e domandarci se i nostri assetti siamo adeguati”. E ancora, per la leader Fdi: “Serve uno Stato che indietreggi. Il presupposto per la sussidiarietà è la libertà: di organizzarsi, di impegnarsi, di intraprendere. E poi ho trovato incredibile che nell’Europa in cui non si fanno più figli non ci sia stata una priorità del Recovery Fund sul sostegno alla natalitá”. Meloni poi torna a picchiare contro reddito di cittadinanza e contro obblighi di vaccinazione nelle scuole: “Il reddito di cittadinanza ha creato effetti devastanti, ha cancellato la dignità del lavoro. Sul Green Pass Non si pensi di chiudere un’altra volta. La Dad non si può più tollerare”. Salvini con una battuta riprende l’asse con l’alleata-avversaria di Fdi. “Mi sembra che qui è nata una maggioranza per cancellare il reddito di cittadinanza". Salvini poi, per non cedere spazio alla Meloni, torna a ribadire il suo no all’obbligo vaccinale: “Io faccio appello agli over 50 anni a fare il vaccino, a mettersi in sicurezza, e non rischiare la loro vita. Ma un obbligo vaccinale troverà il nostro no. La Lega chiede tamponi salivari gratuiti per tutti. Se passa, non ci sono problemi”.
Tajani dedica invece i suoi ultimi minuti a “salute e Lavoro, due facce della stessa moneta, la libertà”. Il numero due di Fi punta sulla necessità “di sostenere l’impresa” (ribadendo l’opposizione di FI contro il Dl anti-localizzazioni previsto dal ministro Pd Orlando) e “di rifondare il sistema sanitario, a partire dalla Medicina di prossimità”. Poi, però, va all’attacco frontale contro i No Vax, “che possono uscire e dire le loro sciocchezze solo perché ci sono milioni di italiani che, vaccinandosi, stanno proteggendo anche loro”, mettendosi dunque in una posizione assai lontana dalla Lega e da FdI.

Conclusioni dell’augusto dibattito a casa di Cl, i cui applausi per la Meloni sono stati manifesti? I partiti che sostengono l’azione del governo Draghi non sono d’accordo su nulla, tranne sul sostegno al… governo Draghi. Da questo punto di vista, Letta è facile profeta: “Noi sosteniamo lealmente il governo Draghi e continueremo a farlo, ma questa stagione eccezionale terminerà con le elezioni politiche, questa stagione irripetibile che per una volta governiamo anche con la Lega e Salvini non si ripeterà mai più”. In effetti, non vi è alcun dubbio che le cose andranno così. Poi, chi vincerà le prossime elezioni politiche è un altro paio di maniche.