Gli elettori del Pd hanno usato il lanciafiamme contro Renzi: il partito di Matteo alluvionato

E' Renzi che ha detto 'se perdo vado a casa': questo voto certifica che in giro c'è un 75% di elettori potenziali che potrebbe volerlo detronizzare

Gli elettori del Pd hanno usato il lanciafiamme contro Renzi: il partito di Matteo alluvionato

Alla fine il lanciafiamme lo hanno usato gli elettori, ma contro Renzi. E la migliore riprova del senso di spiazzamento per la sconfitta era - nella notte elettorale - l'assenza di un volto che dal Nazareno spiegasse le ragioni della batosta . Niente. Gruppo dirigente evaporato. Solo questo laconico comunicato: “Sconfitta netta senza attenuanti a Torino e Roma contro le candidate del M5S e una vittoria chiara e forte a Milano e Bologna contro i candidati delle Destre”.

Ma dietro le quinte ne accadevano di tutti i colori. Dalle sofferenze di Debora Serracchiani per la sconfitta di Trieste ("Bisognerà fare una analisi severa"), al pianto incredibile di Piero Fassino: "No me lo merito", ha sussurrato mentre gli sgorgavano le lacrime. Una analisi che corrisponde al sentimento del Pd. A suo modo geniale, anche se amarissima, la sintesi di Matteo Orfini: "Il vero partito della nazione lo hanno fatto i Grillini". Il presidente del Pd vuole dire che, pur senza alleanze politiche, il M5stelle è riuscito a ottenere nei ballottaggi i voti del centrodestra. Non è accaduto il contrario, come sa bene Stefano Parisi.

Eppure non è vero che "Vincono le facce giovani", come recitano i retroscena sull'analisi di Renzi a porte chiuse. "Occorre un reset -ripete Matteo Renzi nella notte - devo innovare di più". E si consola così: "La sinistra non c'è, non esiste. Il congresso non c'è - scrive Goffredo De Marchis su La Repubblica - perché prima viene il 2 ottobre". Ovvero: prima della resa dei conti c'è il referendum costituzionale, che il premier legge come una arma interna per battere la sinistra. 

Il problema è che, analizzando questi dati con attenzione, persino questa è una versione vagamente edulcorata della realtà. È vero, il Pd può cantare vittoria all'ombra del Duomo, altrimenti oggi si parlerebbe di dimissioni del premier. Giuseppe Sala ha senza dubbio salvato Matteo Renzi, con il suo punto e mezzo di vantaggio su Parisi. Ma altrove lo scenario è davvero inquietante, per il Pd. Non solo perché i Cinque Stelle hanno vinto tutti i ballottaggi a cui erano arrivati rivelando il loro micidiale potere coalizzante (non solo Torino ma ad esempio a Carbonia: sotto di dieci punti al primo turno, avanti di dieci al secondo). I Cinque Stelle vincono a Cattolica, a Pinerolo, a Nettuno, a Vimercate e persino nella rossissima (un tempo) Genazzano. È inquietante non solo perché vince l'opposizione di sinistra, a Napoli, dove la seconda sindacatura di De Magistris  potrebbe diventare l'embrione di un Podemos italiano (già ribattezzato "Napoletanos"), ma anche a Sesto fiorentino - un tempo detta "Sestograd" - dove Alfredo Falchi, di Sinistra italiana vince con il 65%. 

La sconfitta è inquietante perché anche con il centrodestra - tolta Milano - le cose non sono andate bene. Bastano gli esempi di Grosseto e di Trieste, dove Lega e centrodestra hanno vinto la sfida in territori non storicamente favorevoli (a Grosseto il dato politico in più è la conferma della "maledizione dell'Ala", dove anche l'ultimo candidato del Pd sostenuto da Verdini perde). La destra vince anche a Savona, Trieste, Pordenone a Novara. Vince a Benevento con il redivivo Mastella, che tutto può essere tranne che "faccia nuova", e non basta per Renzi recuperare Varese in casa del Carroccio. Otto capoluoghi al centrodestra, tre al centrosinistra, tre al movimento cinque stelle, è uno alla sinistra.

A Roma il Pd è finito alluvionato, come era prevedibile Roberto Giachetti, l'uomo giusto, al momento sbagliato, che adesso si confessa al Corriere: "Avevo davanti a me una montagna da scalare, il Pd si è rivelato una zavorra". E a Torino è rimasto sepolto Piero Fassino, come aveva previsto - in temi non sospetti - l'ex sindaco Diego Novelli. Piange, addirittura nella notte, Piero: "Non me lo merito". Il Pd - per paradosso - paga sia il mal governo che il buon governo. Paga dove amministra senza drammi e anche dove viene apprezzato, e - in queste elezioni - viene visto come l'alternativa da battere. Perdono, i suoi candidati, perché vengono visti come l'immagine del governo, come i suoi rappresentanti, perché la crisi continua ad essere l'unico racconto del paese.

Così, come già si prefigurava al primo turno, il dato più pesante è questo: il racconto della rottamazione sembra non solo esaurita, ma rovesciato. Adesso, per la maggioranza degli elettori, è il Pd il partito da rottamare. Questa mattina - infatti - l'Italia del No si ritrova con una maggioranza schiacciante. Riuscirà Renzi a ribaltarla nelle urne ad ottobre? Non è scontato, ma il premier il rischio vero. Da questa mattina il ballottaggio è uno strumento che ha dimostrato di favorire i Cinque Stelle: esattamente il contrario di quello che era stato immaginato quando era stato approvato l'Italicum.

La nuova legge elettorale, voluta e imposto da Renzi nella speranza che fosse l'arma finale, è oggi l'incubo del Partito Democratico. Potrebbe essere l'Italicum, in questo scenario, il regalo che consegna l'Italia ai Cinque Stelle, con in testa il loro candidato in pectore, Luigi Di Maio.

Il paradosso è questo. Il Pd ha fatto di tutto per isolarsi, ma invece vince solo dove può contare su qualche sparuto alleato: ad esempio Sel, a Milano come Cagliari. All'ombra del Duomo conta persino il sostegno dei radicali e dell'antagonista Basilio Rizzo (con il suo 35%). Fare terra bruciata non ha pagato.

Ma al referendum chi sarà l'alleato di Renzi, se oggi anche la sinistra interna mugugna? È Renzi che ha detto "se perdo vado a casa": il dato politico di oneste amministrative è che adesso c'è in giro c'è un 75% di elettori potenziali che potrebbe volerlo detronizzare. Nel No convergono le tre opposizioni - destra, sinistra e Grillini - che sul piano elettorale marciano separate, ma che nell'invettiva contro Palazzo Chigi si uniscono. Renzi ha una sola possibilità, cambiare racconto. Sarà in grado di farlo?