[Il retroscena] La exit strategy di Mattarella: incarico alla Lega o governo di tregua. E Salvini tende la mano ai Cinque Stelle

Crisi, venerdì il terzo e ultimo giro di consultazioni. La soluzione passa anche dalla Direzione Pd. Guerini al lavoro per rammendare lo strappo tra renziani e governisti e arrivare a votare un documento unitario. Il patto costituente proposto da Renzi è “la variante sullo stesso tema” già proposta da Franceschini. Il monito del Capo dello Stato: “Agire in nome del bene comune”

[Il retroscena] La exit strategy di Mattarella: incarico alla Lega o governo di tregua. E Salvini tende la mano ai Cinque Stelle
di Claudia Fusani, giornalista parlamentare

“Distinguere il bene comune dai molteplici interessi di parte”. Il Presidente Mattarella è tornato ieri a parlare dopo giorni di silenzio passati invano ad aspettare una soluzione politica allo stallo post voto che oggi conta il giorno numero 59. L’occasione è la Festa del lavoro, quel lavoro che dà corpo e sostanza all’articolo 1 della Costituzione e che dovrebbe essere al primo posto, nelle sue molteplici criticità -qualità, quantità e sicurezza -, nell’agenda del nascituro governo politico.  E invece è la notizia drammatica di 1019 morti sul lavoro nel 2017.  

L’appello ai partiti e ai rispettivi leader è netto e severo visto che i “molteplici interessi di parte” stanno invece  bloccando la legislatura. Ed è l’ultimo appello che il Quirinale può concedere. Ancora una manciata di giorni prima di assumere in prima persona la decisione per una exit strategy. Che non può arrivare prima di venerdì. E prima che il Pd consumi, in  un modo o nell’altro, la Direzione di domani pomeriggio. Proprio dal Nazareno infatti, se renziani e antirenziani sapranno ritrovare un filo comune e condiviso, può arrivare l’assist per una possibile soluzione: un patto costituente ma corto con al primo punto la riforma elettorale, congelamento o superamento delle clausole Iva, interlocuzione a Bruxelles sul bilancio europeo, argine alle spinte protezionistiche di Trump, legge di bilancio e misure urgenti per lavoro e povertà (entrambe potrebbero passare dalla riduzione delle tasse).

Guerini al lavoro per un documento comune

E’ l’obiettivo dell’assemblea e delle varie anime del partito. Lorenzo Guerini è al lavoro per cucire e rammendare l’ala renziana con quella “governista” del reggente Martina, dei ministri Franceschini e Orlando, del governatore Emiliano  a cui si è aggiunto, tra i big, anche Piero Fassino. Cercando di non sentire certi incitamenti alla resa dei conti (“è il momento della battaglia contro il delinquente che ha distrutto la sinistra”) che arrivano, tanto per fare un nome, dall’ex senatore Ugo Sposetti. E di dimenticare tweet come “Renzi è diventato il Signor No” by Franceschini. “Si sta lavorando ad un documento comune, che possa trovare l’intesa tra le varie anime, diversamente sarebbe una sconfitta per tutti” diceva ieri il senatore Dario Parrini,  renziano di ferro. E’ importante ad esempio che ieri Maurizio Martina, in piazza a Prato con Cgil, Cisl e Uil, abbia ritrovato parole positive e anche po’ di sorriso. Tra strette di mano e selfie con i militanti del Pd che dicevano “basta litigi” e “basta che se c’è una maggioranza, chi non è d’accordo prende e se ne va, è due anni che si va avanti così…”, il segretario reggente ha rassicurato che “continuerà a fare il mio mestiere. Ma ho bisogno di fare un lavoro di squadra che rispetta le opinioni di tutti e possa marciare unita. Non riesco ad immaginare un segretario fuori dalla collegialità”. Martina crede che “le condizioni per fare questo ci siano, però bisogna guardarsi negli occhi e sapere che se si fa questo mestiere non lo si fa per un'ora ma lo si fa tutti insieme, sempre”. Tono e parole che ipotecano la conferma dell’incarico ed assai diverse rispetto a quelli di 24 ore prima, quando ha attaccato Renzi e ha aggiunto:  “Avanti così e si rischia l’estinzione”.  

Il patto costituente

Non è ancora chiaro se la Direzione cambierà ordine del giorno dopo l’intervista tv di Matteo Renzi che nei fatti ha affossato l’asse Pd-5Stelle dando voce a quella netta maggioranza degli elettori Pd (più del 70%) che ritiene impraticabile l’alleanza con il Movimento e che invece l’ala governista, d’accordo probabilmente anche con il Quirinale, stava guidando passo dopo passo al tavolo con Luigi Di Maio. Più che cambiare, l’ordine del giorno “dovrebbe essere integrato”. Non più solo l’ipotesi del tavolo con i 5 Stelle (diverso da farci un governo insieme) a questo punto resta residuale,  ma anche l’assemblea  nazionale (già rinviata una volta), il segretario e/o il congresso e, soprattutto, quel “patto costituente” che l’altro giorno è stato lanciato da Renzi ma il 12 marzo fu proposto anche da Franceschini in una lunga intervista.   

“Lavoriamo per trovare la sintesi, non per dividerci o andare alla conta” ha detto Piero Fassino che ipoteca la conferma dell’incarico a Martina. Circa la soluzione  dello stallo, l’ex segretario dei Ds ha aggiunto: “Vedo solo due modi: o si accetta un percorso riformista, come dice Renzi, anche se segnalo che dalla commissione Bozzi sono già falliti cinque tentativi; oppure si lavora per trovare alleanze che riportano il quadro politico ad una situazione bipolare”. 

Il patto costituente o, in una versione più ridotta, il governo di scopo: potrebbe essere questa l’exit strategy per il Pd e anche per il governo. Stefano Ceccanti, costituzionalista e ora in Parlamento con il Pd,  non ha dubbi: “La proposta di Renzi e quella di Franceschini sono varianti dello stesso tema. Soprattutto non esistono al momento alternative migliori”.      

 

Il governo “corto”

La terza “voce” di giornata, dopo Mattarella e il Pd, è quella di Giancarlo Giorgetti, capogruppo della Lega alla Camera e l’uomo delle trattative per gli ex lumbard. La Lega aveva taciuto per tutta la giornata di lunedì, da una parte in estasi per la vittoria in Friuli, dall’altra molto attenta ad osservare cosa si sta muovendo negli altri partiti. Utili, dunque, le parole di Giorgetti intervistato ieri da Rtl. Sollecitato sul patto costituente lanciato da Renzi, ha aperto “ad una modifica della legge elettorale con l’appoggio di tutti ma patti chiari, amicizia lunga, governo corto. Governo breve”. L’unica ipotesi possibile “è una rapida modifica della legge elettorale, che permetta a chi vinca, al prossimo giro, di poter governare in modo autosufficiente”. Perché poi si sa come funziona: “Prima dicono di voler cambiare solo la legge elettorale, poi durano quattro anni, come ha fatto l'ultimo governo. Questo non sarebbe giusto e non sarebbe corretto. Quindi, o il Centrodestra e il Movimento 5 Stelle si mettono d'accordo coinvolgendo tutti gli altri, ma garantendo che una volta approvata la legge elettorale in tempi rapidissimi si torna al voto - e su questo c'è un impegno comune e condiviso - oppure non ha senso neppure mettere in piedi un governo di scopo, per la legge elettorale”. 

 

M5s isolati

La Lega non raccoglie dunque l’invito di Di Maio di andare subito al voto, a giugno. Non sarebbe neppure tecnicamente possibile.  Però allunga ancora una volta la mano al capo politico del Movimento che non ha molte alternative davanti a sè e che molti danno già per “bruciato”. Il veto dei 5 Stelle è sempre lo stesso: Berlusconi. Impossibile che lo rimuovano. Però hanno la possibilità di dimostrare che agiscono in nome della responsabilità e “dell’interesse comune” come ha ricordato ieri Mattarella. In fondo le ultime rilevazioni dicono che il 62% degli elettori 5 Stelle vedono con favore un governo con la Lega.  

 

Le due strade di Mattarella 

48 ore di tempo sono quelle che ancora restano alle forze politiche per decidere prima che il Capo dello stato avvii un terzo e ultimo giro di consultazioni. Venerdì in giornata, molto probabilmente, il Quirinale assumerà la sue decisioni. Che sono due. La prima, dettata dalla logica dei numeri, vede il pre incarico al centrodestra,  alla Lega, a Salvini o ad un’altra persona ritenuta più idonea a questa terza fase, in quanto la forza non solo arrivata  prima al voto del 4 marzo ma anche sensibilmente rafforzata nei turni regionali in Molise e Friuli. “Proverò - ha detto ieri sera Salvini arrivando come un eroe a Grumello nel bergamasco alla festa della Lega - a cercare in Parlamento quella forza per fare le cose che ci chiedono gli italiani. Ci proverò fino all'ultimo, ma partendo dal centrodestra che è la prima coalizione e ha vinto in Molise e in Friuli. Vediamo se nel frattempo chi ha aperto due forni e girato 18 panetterie è tornato con i piedi per terra”. E per la prima volta, alla domanda “chiederebbe un pre incarico”, Salvini ha risposto: “Perchè no…”. E’ la legge dei numeri che suggerisce al Capo dello stato la necessità di dare almeno una chance al primo arrivato. Un pre-incarico, infatti, non è un incarico pieno ma solo una nuova esplorazione, la terza, dopo le due già affidate ai presidenti di Senato e Camera.  

La seconda strada prevede un governo di tregua, o di scopo, o istituzionale, o nei mille modi in cui può essere definito un governo del Presidente affidato ad una personalità terza e sostenuto da chi ci sta in Parlamento per garantire il Paese rispetto alle scadenze interne - clausole Iva, legge bilancio, legge elettorale - e internazionali - bilancio europeo, Consiglio europeo, G7 in Canada, e politiche protezionistiche americane. A questa soluzione Salvini anche ieri sera ha opposto un secco No: “Il governo istituzionale è stare tutti insieme per non fare nulla”.       

Rimbombano nelle tempie di tutti le parole del Presidente: “Non mancano difficoltà nel nostro cammino. Tuttavia, dove c’è il senso di un destino da condividere, dove si riesce ancora a distinguere il bene comune dai molteplici interessi di parte, il Paese può andare incontro, con fiducia, al proprio domani”. Basta, appunto, saper distinguere il bene comune dai molteplici interessi personali.