[Il caso] Il Capo dello Stato in campo contro il caos. Il quasi lockdown che non si può chiamare così. Stasera il Dpcm

Forse, altrimenti domattina. Si tratta del numero 23 dall’inizio della pandemia. Saranno le Regioni ad applicare le chiusure in base al “rischio”. Va in fumo la cabina di regia con le opposizioni auspicata dal Presidente della Repubblica e chiesta in aula da Conte. Le opposizioni accusano di governo di “richiesta strumentale per coprire il fallimento”. Odio e rancore nelle parole di Salvini. Spiragli di dialogo: il governo fa propri quattro punti della risoluzione del centrodestra

[Il caso] Il Capo dello Stato in campo contro il caos. Il quasi lockdown che non si può chiamare così. Stasera il Dpcm

Sintesi in tre punti di una giornata governata dal caos. 1)Per conoscere le nuove regole delle nostre vite se ne riparla stasera. Ma forse anche mercoledì mattina. Solo allora sarà firmato il Dpcm numero 23 in nove mesi di emergenza sanitaria. 2)La tanto auspicata cabina di regia maggioranza-opposizione anche ieri più volte invocata  dal premier nella sua lunga giornata parlamentare - no stop dalle 12 alle 22 - va in fumo ieri sera al Senato quando prende la parola Matteo Salvini: “Lei presidente Conte dice di voler condividere le misure, ma come e quando dato che tra poco lascerà il Parlamento e nessuno di noi e neppure i governatori abbiamo la certezza su quello che succederà?”. La sensazione è che sia troppo forte il rancore del centrodestra da Salvini a Massimo Mallegni (Fi) alla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, nei confronti del premier Conte per sperare che possa essere superato causa pandemia.

Troppo tardi” e “troppo comodo” chiedere collaborazione ora che il fallimento è evidente. “Grazie ai governatori che in questi mesi hanno agito mentre il governo e il commissario Arcuri dormivano” ha detto Salvini che ha trovato il modo di ricordare a Conte che “i porti sono stati chiusi anche da lei e da tutto il governo che presiedeva ma poi a processo mandate solo me”. 3) Se c’è ancora una speranza di mettere insieme i cocci e quindi l’azione di governo,  si chiama Sergio Mattarella. Tocca nuovamente al Presidente della Repubblica rimboccarsi le maniche e richiamare tutti alle proprie responsabilità. Per cui il nemico “è il virus” e non il rancore di parte.

Dpcm n°23

Stamani Conte incontrerà di nuovo i capidelegazione della maggioranza (ore 9.30) e poi, a seguire, i governatori. Lo schema del decreto è pronto. I nodi sono ancora diversi e tutti dentro la stessa maggioranza, divisa come sempre tra ala rigorista e ala più “morbida”. L'orario del coprifuoco, la chiusura tout court di ristoranti e bar nelle Regioni più a rischio, la durata stessa del Dpcm sono tutte caselle ancora da riempire. Il premier non voleva e non vuole un lockdown nazionale e non avrebbe intenzione di calcare la mano nelle chiusure. Sul coprifuoco, non a caso, alle Camere si parla di “tarda serata” perchè le 18, come chiesto da Speranza,  continuano a non convincerlo. Dovrebbe essere le 20 o le 21. Sarà un’Italia divisa in tre e con tante “zone rosse” locali e selezionate dove la vita di ciascuno di noi cambierà “con misure conseguenti” a seconda dei “coefficienti di rischio”. Dovrebbe essere cassato l’obbrobrio che prevedeva divieti in base all’età e voleva chiudere in casa gli over 70. L’Italia sarà divisa in tre zone di rischio - basso, medio, alto - definite di volta in volta con ordinanza del ministro della Salute in base a criteri oggettivi e non più sindacabili (non solo Rt bensì 21).

Le misure

Il Dpcm darà la cornice, il quadro di riferimento, la gabbia dipende dai punti di vista. Oltre al coprifuoco dalle 21, si parla di una serrata nei fine settimana per i centri commerciali,  di limitare il passaggio tra regioni e di obbligare il trasporto pubblico locale al 50% (sperando anche di capire chi sorveglierà sui mezzi il rispetto del limite di capienza). Verrà introdotto il divieto di spostamento da e per le regioni con indice di alta diffusione del contagio, l'autocertificazione per gli spostamenti necessari per comprovata esigenza, l'aumento della didattica a distanza per le scuole superiori al 100%, la serrata dei musei, delle mostre e della zona video-giochi nei bar e tabacchi. Sulla scuola oggi si riunirà il Cts: l’ipotesi è prevedere l'estensione della didattica a distanza anche per la scuola media (ma non per il primo anno).

Poi starà ai singoli governatori e quindi ai sindaci di volta in volta che la propria regione dovesse finire nella fascia ad alto rischio o retrocedere in quella bassa, applicare i divieti che però sarà sempre il ministero della sanità ad aver indicato. In poche parole, otto mesi dopo la dichiarazione dello stato di emergenza causa pandemia, siamo più o meno al punto di partenza: una situazione che il premier ha descritto come “diffusamente grave e particolarmente critica in alcune zone”, a un passo dalla “scenario di tipo 4”, il più grave,  con il caos delle norme, dei divieti e delle rinunce. L’unica novità è che stavolta non ci dovrebbero essere più discussioni e Dpcm. Diventerà tutto automatico: gravità del rischio in base a coefficienti specifici; chiusure e divieti conseguenti. 

Mattarella stoppa il gioco del cerino

Il problema è, come sempre, politico. Figlio della litigiosità, della sfiducia e del rancore (il centrodestra unito ha sempre rivendicato di avere la maggioranza nel paese) con cui è nata questa legislatura e i governi che ha prodotto. La discreta moral suasion del Colle arriva dopo ore di stallo. Nelle riunioni del weekend si è assistito al più classico gioco del cerino rispetto a chi deve prendersi la responsabilità di nuove chiusure. Conte non vuole fare mezzo passo indietro sul regime differenziato, non vuole un lockdown nazionale e non avrebbe intenzione di calcare la mano nelle chiusure. Quanto meno, non vorrebbe essere lui a metterci la faccia visto che il suo consenso è già pericolosamente in calo e ogni sera le città italiane vedono fiamme e barricate. I governatori non vogliono però essere loro ad imporre le chiusure in un malinteso, però, senso dell’autonomia che non può essere rivendicata quando è facile e rifiutata quando la situazione è difficile. Non solo: la Sanità è materia delle regioni, al governo centrale spettano le linee guida. Il fatto è che la seconda ondata è molto più insidiosa, politicamente, della prima.

A chiudere questo braccio di ferro è intervenuto ieri mattina il Quirinale. Con una telefonata al presidente della Conferenza Stato-Regioni Stefano Bonaccini (positivo ma asintomatico) e al suo collega della Liguria Giovanni Toti.  Nel colloquio con le Regioni Mattarella non è entrato nel merito delle misure concrete. Ha ribadito però il ruolo decisivo dei governatori nel fronteggiare la pandemia. Ruolo che, proprio per questo, richiede responsabilità. In poche parole gli ha detto di metterci la faccia perchè stavolta tocca anche a loro. E’ finito il tempo in cui stanno al tavolo per dire Sì o No. Devono anche fare.Nel pomeriggio il Capo dello Stato ha incontrato anche la presidente del Senato Elisabetta Casellati e il presidente della Camera Roberto Fico. Anche a loro è stato recapitato un messaggio di “unità e collaborazione istituzionale”. Aiutare e non fare politica con interviste e simili. E’ una regia silenziosa, quella di Mattarella, ma necessaria per frenare quella Babele di voci che, dalla maggioranza alle opposizioni fino ai governatori, attraversa il Paese.

Prove di dialogo

Dovremo scrivere un libro a parte per raccontare il ruolo decisivo e sempre dietro le quinte del Capo dello Stato in questa lunga crisi. Anche questa volta è stato Mattarella un paio di settimane fa il tema della collaborazione maggioranza e opposizione e di una cabina di regia comune dove gestire la crisi. Nelle informative della scorsa settimana il concetto è comparso, finalmente, anche nelle parole di Conte. He ha fatto anche l’offerta ufficiale sabato scorso su una soluzione già confezionata: commissione parlamentare bicamerale presieduta dal ministro Speranza. Ma è stata bocciata da Salvini, Meloni e Berlusconi. “No grazie” hanno detto, “troppo tardi, non siamo disponibili a manovre di palazzo”.

Ieri però qualcosa si è mosso. Sia alla Camera che al Senato Il centrodestra ha messo in votazione una risoluzione con una premessa che è una bocciatura secca dell’operato di Conte  (“avete agito finora da stato autocratico e ora, che avete fallito e siete in difficoltà, chiedete la nostra collaborazione”) e a seguire 21 punti. Bene, quattro di questi (12-13-14-17) sono stati accolti dal governo e approvati a larga maggioranza: le proroghe di versamenti e tasse a carico di partite Iva e lavoratori autonomi; misure speciali e tutele dei lavori più fragili; garanzie di cura per tutti i malati, pari opportunità per tutti per la didattica a distanza. Quattro osservazioni a cui era impossibile dire di no. Al punto 11 della risoluzione del centrosinistra è invece comparso il Mes. Ancora una volta manca una parola chiara e definitiva sui 36 miliardi del Fondo salva stati. 

Area ad alto rischio

E’ chiaro che un quadro del genere si porta dietro altri aiuti e altri provvedimenti economici  per le categorie che non potranno lavorare e lavorano già da settimana molto meno.  Il tema è stato posto ieri nei vari interventi, “con quali soldi Presidente…”.  Su questo è da registrare un “irrigidimento" del ministro Gualtieri.  Almeno a detta dei 5 Stelle che invece avrebbe già allargato di nuovo i cordoni della borsa. 

Al momento sono 13 le Regioni che superano l'indice di contagio Rt di 1,5 ma norme stringenti potrebbero essere applicate a Lombardia, Piemonte e forse Calabria. E ad aree dove si registrano focolai, con la chiusura di bar e ristoranti e limitazioni ancora maggiori. Il fatto è che l’Italia è già in lockdown. Conte e qualche ministro dovrebbero farsi un giro fuori ogni tanto. Dalle cinque in poi le persone in giro le conti sulle dita di una mano. Hanno chiuso nuovamente l’Italia stavolta però non hanno il coraggio di dirlo. E andrà così a dicembre. Dopo Pasqua, sarà negato anche Natale.