[Il retroscena] Martina stoppa Renzi: “Comando io…”. E chiede “collegialità” sulle nomine 

Eletti per acclamazione i due capigruppo del Pd: Delrio alla Camera;Marcucci al Senato. L’ex segretario voleva Guerini che ha deciso però di fare un passo indietro “per facilitare l’accordo ed evitare la conta”. A lui potrebbe andare la presidenza del Copasir. Non cambia la linea per le consultazioni: no a governi con M5s e Lega.  Richetti candidato segretario all’assemblea di fine aprile?

Martina con Renzi
Martina con Renzi

Qualcosa si muove nel blocco renziano del Pd. Non è una sconfessione, non una sconfitta e neppure un pareggio. La nomina, per acclamazione, di Graziano Delrio e Andrea Marcucci a capigruppo Pd della Camera e del Senato, è la conferma che il partito non si spacca andando alla conta, come non pochi commentatori avevano sperato nelle ultime ore. Ed è la conferma, anche, della linea politica - no governi con i 5 Stelle nè con la destra sovranista e lepenista - dell’ex segretario Matteo Renzi e della base del partito. Ma aver discusso sui candidati e aver costretto al passo indietro un fedelissimo come il coordinatore del partito Lorenzo Guerini, è anche il segnale che Renzi non comanda più in modo granitico. “Unità e collegialità” rivendica il segretario reggente Maurizio Martina.

“Scelgo io”

“Martina ha detto a Renzi, ‘caro Matteo, va bene due renziani ma uno almeno lo scelgo io’ ” sintetizzano alcuni deputati legati all’ex segretario mentre lasciano la Sala Berlinguer dove, alle 16 e 30,  si è appena conclusa la nomina. Dario Franceschini, il timoniere nei momenti di crisi, si mette in una panchina nel cortile di Montecitorio, da solo, e parla fitto al telefono. Tiene la mano sulla bocca per non far leggere Il labiale. La notizia di un ammorbidimento del Pd è moneta preziosa in questi tempi di vigilia di consultazioni per la formazione del governo. E Franceschini è certamente uno dei pontieri con il Quirinale per trovare una soluzione e una maggioranza. Lorenzo Guerini, che era il predestinato, quello blindato perché gradito a tutte le anime del partito, cammina in Transatlantico prima con Rosato e poi con Delrio, sorridente e affabile. E’ un grande incassatore, uno che unisce e non divide. Non avrebbe mai consentito di diventare l’occasione di una conta, e di una spaccatura, di cui il Pd non ha certo bisogno dopo la sconfitta del 4 marzo. Da qui il suo passo di lato di Guerini nonostante, in caso di conta, l’80% di consensi a sua disposizione.A lui dovrebbe andare il Copasir, il comitato di controllo sugli 007. A sera, chiusa la partita, ognuno può rivendicare una vittoria: i renziani per cui è andata “abbastanza bene”; Martina che può dire di aver dato un “segnale di squadra e unità” ma soprattutto di autonomia da Renzi; le minoranze,che hanno fatto, in parte, cambiare i nomi proposti da Renzi.

Un voto di fiducia

La nomina è stata quasi contestuale: alle 16 e 30 alla Camera; alle 17 al Senato. E’ stato tutto molto veloce.  La riunione è iniziata con circa mezz’ora di ritardo. I dirigenti si sono riuniti prima al Nazareno, sede del partito, poi a palazzo Giustiniani, dove ha l’ufficio Renzi, per sbrogliare la matassa sui nomi ed evitare la votazione (segreta) sui capigruppi. In sala Berlinguer Martina ha preso la parola ed è andato dritto al nodo: “Vogliamo provare tutti insieme a dare un segnale di squadra e l'unità è il presupposto per costruire il rilancio del Pd. Le due proposte che vi presento per i capigruppo sono fatte con questo spirito: Graziano Delrio alla Camera e Andrea Marcucci al Senato”. L’assemblea resta un po’ perplessa: tutti sapevano che il ticket era Guerini-Marcucci e che non c’era motivo per retrocedere. Così non è. Martina stupisce tutti quando chiede di procedere per alzata di mano, “sulla mia fiducia”, senza arrivare alla conta.  L’assemblea esegue,  applaude ed acclama. Anche se l’assemblea resta perplessa. “Habemus Papam. Con Delrio capogruppo alla Camera abbiamo compiuto un ulteriore passo in direzione della squadra” rivendica Martina. Al Senato la scena si ripete. E se Delrio, catalogato nella categoria dei “renziani critici”, è la prova che le minoranze hanno diritto di esistere nel Pd, Marcucci è la prova che Renzi è ancora regista del gruppo.

Lo strappo

Non è una rivoluzione ma neppure un dettaglio quanto accaduto ieri tra il Nazareno, Montecitorio e palazzo Madama. L’accordo viene trovato alle 15 e 30. Alle 15, nel suo nuovo ufficio da “senatore semplice”, Matteo Renzi incontra il reggente del partito Maurizio Martina e il presidente Matteo Orfini. Presente anche Guerini, il candidato capogruppo alla Camera. La riunione è l'ultimo tentativo di arrivare alle assemblee dei gruppi che dovranno eleggere i propri presidenti senza una spaccatura trarenziani e anti-renziani. L'ex segretario, forte dei numeri,oltre a Guerini, vuole il fedelissimo Andrea Marcucci al Senato, ma la minoranza interna è in subbuglio. Non vuole due esponenti vicini all'ex segretario e lancia Roberta Pinotti, ministro della Difesa uscente, franceschiniana di ferro. Martina spiega a Renzi che “va trovata una mediazione, le minoranze chiedono discontinuità”. I rapporti tra i due negli ultimi giorni sono tesi perché Martina, nella prospettiva di Renzi, si sarebbe prestato a riunioni e caminetti che l’ex segretario aveva abolito. Sono minuti e ore in cui i telefoni bollono. I falchi renziani sono contrari: “Stanno facendo di tutto per far saltare il ticket ma non ce la faranno” dice sicura una deputata renziana intorno alle 13 e 30. Guerini, capita la situazione, annuncia che è disposto a fare un passo di lato. Renzi, che in mattinata incontra Lotti al Nazareno, non chiude sull’ipotesi Delrio che, nel frattempo, pur nicchiando, scioglie le riserve. Dopo una mattinata di  telefonate che però non fanno l’accordo, Renzi riunito nel suo ufficio a palazzo Giustiniani con Martina, Guerini, Orfini e lo stesso Delrio - i suoi colonnelli ai tempi della segreteria - rilancia: “Se vogliono (le minoranze, ndr) un cambio di nomi si può fare, per me le proposte sono due: Guerini e Bellanova o Delrio e Marcucci”. Sull’ora di pranzo balla anche, sempre per il Senato, il nome dell’economista Nannicini. Nuova veloce consultazione. L’accordo è fatto. 

I vicepresidenti 

Il Transatlantico, in certe occasioni, diventa la cartina di tornasole dove misurare umori e dinamiche al di là delle dichiarazioni ufficiali. Le minoranze sono tutte presenti come non capitava da un pezzo. “Delrio è una figura che unisce, non spacca e garantisce equilibrio” commenta Franceschini. Guerini ringrazia via twitter -  “Un augurio e un abbraccio carico di stima ed amicizia a @graziano_delrio nuovo presidente dei deputati del  @pdnetwork” - ma anche a voce passando da un capannello all’altro. Se c’è tensione, non traspare. “Un applauso cosi' collegiale è il segno che siamo tutti contenti” chiarisce Luca Lotti. Renzi tace. Ma anche al Senato l’acclamazione spazza via retroscena e interpretazioni. Non i veleni.  “Martina ha voluto battere un colpo per far vedere che ha in mano la situazione e che sa imprimere una svolta - osserva un deputato dem -  ma per quanto ho visto oggi, credo si sia giocato la possibilità di fare il segretario”. Altri dicono che “la scelta di Delrio in realtà fa comodo a Martina che così si è tolto di mezzo un potenziale concorrente per la segreteria”. Difficile insomma dire se e quanto Renzi abbia abbozzato e/o subito di fronte all’obbligo di dover dividere il ticket Guerini-Marcucci e al passo indietro che gli è stato chiesto. Probabilmente va tutto bene così com’è. 

La controprova 

E’ a portata di mano.  Tra oggi e domani si eleggono anche i vicepresidenti. Il Pd, sulla base di accordi raggiunti con gli altri leader, dovrebbe avere diritto a due vicepresidenti - uno alla Camera; l’altro al Senato; almeno un questore e un paio di segretari d‘aula. La decisione, in questo caso, spetta all’aula dove, nel segreto dell’urna,  il Pd non ha maggioranze sufficienti a meno che 5 Stelle e Lega non decidano di mettere a disposizione i propri voti. Serve, quindi, un nome condiviso. Già. Ma con chi? Quali alleanze esprimerà la votazione per i vicepresidenti? Saranno ribadite quelle nate per le presidenze dei due rami del Parlamento? Gli scrutini saranno tra oggi (Senato) e domani (Camera). A ieri sera i vicepresidenti indicati erano Ettore Rosato alla Camera e Anna Rossomando, esponente dell’area orlandiana, al Senato. Ma ci sono buone chance anche per Roberto Giachetti (Camera) e Valeria Fedeli (Senato), il primo un renziano ortodosso, la seconda più critica. E’ chiaro che la bocciatura di Rossomando in favore di Fedeli equivarrebbe ad una messa in mora della corrente di Orlando che invece ieri è stata determinante per stoppare Guerini. Le  altre vicepresidenze della Camera spettano a Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia (esclusi i 5 Stelle che hanno la presidenza). Al Senato toccano a Lega, Fdi, Pd e Liberi e Uguali (si fa il nome di Loredana De Petris). I trenta posti che compongo gli uffici di Presidenza di Camera e Senato (4 vice, tre questo e 8 segretari d’aula) portano con sé uffici, personale, indennità, soldi e altri benefit. Ma è chiaro che il ruolo mediaticamente più esposto è quello del capogruppo. Specie alla Camera.  Al Senato, il prescelto Marcucci dovrò scontare una presidenza ombra che è quella del senatore Matteo Renzi. 

L’assemblea

Chiusa questa partita, Martina dovrà mettersi al lavoro per l’assemblea che dovrà eleggere il segretario che condurrà il partito al congresso. Un ruolo che il segretario reggente confida di poter conquistare. L’assemblea non è prevista prima di fine aprile. Quando, si spera, dovrebbe prendere forma il governo. Intanto c’è chi inizia a muovere le truppe in vista di quella data. Tra questi Matteo Richetti, il responsabile della comunicazione del partito nell’era Renzi. Sarà lui il candidato segretario alla prossima assemblea. Lui la pedina con cui Renzi avrebbe deciso di sfidare il reggente Martina.