Le grandi manovre per il nuovo pentapartito passano dal proporzionale

Assomiglia moltissimo anche al buon, caro, vecchio pentapartito: Dc, Psi, Pri, Psdi, Pli, con i moderati alla guida del Paese, eventualmente attraendo altre forze di volta in volta. Il futuro dei moderati passa dalla scienza. E dal proporzionale

Enrico Letta (Foto Ansa)
Enrico Letta (Foto Ansa)

C’è una parola magica che fa sognare il “Polo della scienza” di cui abbiamo parlato per primi la scorsa settimana su Tiscalinews e che poi, un po’ alla volta, si sta materializzando nel Paese e nella politica. A pronunciarla è stato Carlo Calenda, leader di Azione e della lista più votata alle comunali di Roma, che fa una smorfia abbastanza disgustata quando gli raccontano dell’idea di Enrico Letta di un “campo larghissimo” che vada per l’appunto da Azione al MoVimento Cinque Stelle. L’ex ministro dello Sviluppo Economico quando sente parlare di pentastellati diventa verde e usa un eufemismo per dire che l’idea del segretario Pd “non lo convince”.

Ma, per l’appunto, è la seconda parte del discorso quella dove sta la “ciccia” che per Calenda, che ironizza spesso sul suo peso, è anche più di una metafora: “Penso a una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento molto alta”.

Il Polo della scienza

E qui si materializza per l’appunto quello che abbiamo chiamato “Polo della scienza” e assomiglia moltissimo anche al buon, caro, vecchio pentapartito: Dc, Psi, Pri, Psdi, Pli, con i moderati alla guida del Paese, eventualmente attraendo altre forze di volta in volta.

Stavolta, al posto di democristiani, socialisti, repubblicani, socialdemocratici e liberali ci sarebbero per l’appunto Azione, Italia Viva di Matteo Renzi, Coraggio Italia di Giovanni Toti e Luigi Brugnaro, Forza Italia, la parte di Pd che proprio non regge l’alleanza organica con i pentastellati e che rischia di essere spianata dalla segreteria Letta (una trentina abbondante di parlamentari di Base riformista, gli ex renziani) e forse anche la parte della Lega che fa capo al ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti e ai governatori del Nord Italia, a partire da Luca Zaia e in generale alla Liga Veneta (eccezion fatta per Lorenzo Fontana, ultrà salviniano).

Un bacino di elettorato davvero molto rappresentativo anche perché le elezioni, da sempre, si vincono al centro e uno schieramento così fatto ha anche tutte le caratteristiche per raccogliere l’eredità della Forza Italia del 1994.

I colloqui siciliani

I colloqui siciliani fra Gianfranco Miccichè, presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana e uomo del cappotto con tutti i collegi uninominali vinti nel 1994 e gli uomini di Matteo Renzi per arrivare alla fusione fra i gruppi di Forza Italia e quelli di Italia Viva in Sicilia vanno esattamente in questa direzione e, ad esempio, Giovanni Toti in Liguria si sta spendendo moltissimo per questa soluzione, “intestandosi” Draghi.

La disfatta del centrodestra a Savona, da dove erano iniziate tutte le vittorie dei candidati totiani ha già fatto suonare campanelli d’allarme e soprattutto la Lega ha accusato il governatore di pensare troppo alla sua lista personale piuttosto che all’unità della coalizione, ma Toti ha rintuzzato ricordando come la sua lista arancione sia l’unica che in realtà ha aumentato i consensi: “Credo che alcuni partiti del centrodestra, rincorrendo terrapiattisti per tutte le piazze d'Italia, abbiano scompensato e reso incomprensibile al nostro elettorato la linea politica. Credo che l'aver osteggiato ogni tipo di riforma del primo Governo veramente riformista del Paese negli ultimi anni abbia disorientato il nostro elettorato che a testa bassa si è rimesso a lavorare dopo il Covid. E sulle elezioni comunali a Savona leggo delle analisi sul voto che sono surreali, molto semplicistiche e talvolta autoassolutorie, partiti che hanno dimezzato i propri voti che spiegano come fare politica all'unico partito che ha continuato a prendere voti".

La resa dei conti

Insomma, è partita la resa dei conti e la disfatta di Lega e Fratelli d’Italia – che possono anche aver incrementato localmente i voti rispetto a cinque anni fa, ma che politicamente hanno perso – si inquadra proprio nella “rincorsa ai terrappiattisti”.

Soprattutto al Nord, l’idea che Matteo Salvini e Giorgia Meloni si siano battuti contro il Green Pass che ha permesso la ripartenza del Paese non è stata digerita nemmeno da una parte del loro elettorato, che proprio quella ripartenza voleva.

Il “delitto perfetto” si ha se si considera che nei due partiti sovranisti, spesso gli esponenti No Vax e No Pass sono gli stessi che erano anche No Euro – i Borghi, i Siri e i Bagnai della situazione, per capirci – altro argomento indigesto al Nord produttivo.

I no vax

Ed è impressionante vedere come, tranne che a Trieste, dove il candidato No Vax ha preso quasi il 5 per cento, ovunque si siano presentati i No Vax e No Pass sono andati malissimo. Proprio a Trieste il favoritissimo sindaco Di Piazza ha rischiato di perdere proprio per le manifestazioni No Pass e il blocco del porto. A Roma il pessimo risultato di Michetti al ballottaggio si spiega anche con le sue posizioni sul Covid. E un po’ ovunque chi ha provato a cavalcare le piazze No Pass si è trovato senza credibilità, ma anche senza voti, perché quel tipo di elettori è più facile che si rifugi nell’astensione o scelga una protesta più dura.

Così come il fatto che Lega e Fratelli d’Italia abbiano posto più l’accento sugli attacchi alla titolare del Viminale Luciana Lamorgese piuttosto che sull’assalto di Forza Nuova, dopo la manifestazione No Pass di Roma, ha allontanato molti moderati dalle urne.

Anche il flop di Italexit e di Gianluigi Paragone che, nonostante sia arrivato terzo a Milano, non ha raggiunto il 3 per cento necessario per entrare in consiglio comunale, fermandosi a meno di cinquanta voti dal traguardo, va esattamente in questa direzione, visto che l’ex pentastellato si era intestato la battaglia No Pass.

I partiti responsabili

Insomma, ha ragionato il ministro della Salute Roberto Speranza a “Che tempo che fa”: “Gli elettori tendono a premiare i partiti che si sono dimostrati responsabili nell’affrontare la pandemia”.

E non è un caso che l’analisi più lucida sulle elezioni sia stata quella di Matteo Bassetti, che nella vita non fa il politologo, ma è storicamente un moderato doc:“Alle elezioni gli italiani hanno premiato la scienza, sono stati bastonati quei partiti che propagandavano l’anti-vaccinismo, l'anti-scienza e andavano dietro ai maghi Merlino e ai complotti. Mi pare che l’Italia abbia premiato la scienza e la medicina, sono stati bastonati alle urne quei partiti che hanno portato avanti l’antivaccinismo, coloro che hanno preso posizioni contro la risposta grandiosa data dal Servizio Sanitario Nazionale, da tutti i sanitari in prima linea, da Figliuolo e da Draghi. La politica che ha detto che i vaccini facevano male ha preso una forte bastonata alle elezioni. Se dopo questa bastonata elettorale qualcuno non cambierà registro vuol dire che non ha capito. Quando tu lisci il pelo a personaggi che dicono che bisogna curare il Covid con la liquirizia o con le vitamine e che i vaccini ammazzano la gente, alla fine la gente non ti segue. Qualcuno mi accusa di fare politica? Io faccio politica sanitaria, non ho necessità di fare politica. Sono alcuni partiti che vogliono fare il mio mestiere, dicendo che il Covid si cura con la liquirizia e che i vaccini ammazzano la gente. Qualcuno della politica è venuto a dire che io non potrei parlare in tv della mia materia, cioè delle malattie infettive, il problema sono i politici che invadono il campo dei medici, se loro facessero il loro mestiere noi faremmo il nostro, ma è evidente che se invadi il nostro campo, i medici e gli scienziati si difendono”. Ecco il futuro dei moderati passa dalla scienza. E dal proporzionale. Col pentapartito come modello.