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[Il commento] Dopo il cartellino giallo dell’Ue, la manovra di settembre è come imbuto: su le tasse o si taglia il welfare

Il governo in carica il prossimo settembre dovrà prendere decisioni durissime e dolorose, tutte con il segno meno

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
Di Maio, Conte e Salvini
Di Maio, Conte e Salvini

Ce lo siamo ripetuti mille volte: nel salone del Titanic si ballava, mentre il transatlantico puntava contro l’iceberg. E’ una metafora fin troppo logorata dall’uso, ma cattura ancora nitidamente l’immagine di un governo che si balocca con ipotesi di tagli fiscali in nome della flat tax, di ritocchi a sussidi e pensioni mentre la nave del paese è diretta verso il gorgo di una nuova crisi finanziaria. Perché il governo – quale che sia – che sarà in carica il prossimo settembre dovrà prendere decisioni durissime e dolorose, tutte con il segno meno. Taglieremo medicine e ospedali? Scuola, università, ricerca? Pensioni e cassa integrazione? Bisognerà, infatti, incidere sulla carne viva dell’economia, della società e delle famiglie, perché le alternative – del genere spending review, efficienza – si sono esaurite e ne è rimasta una sola, la peggiore: o si aumentano le tasse o si taglia il welfare.

IL CARTELLINO GIALLO DI BRUXELLES

Le dimensioni del problema saranno evidenti oggi, quando la Commissione Ue renderà noto il suo rapporto sull’economia italiana, a sei mesi dall’accordo che ha permesso, a dicembre, il varo della manovra 2019. Saranno voti pesantemente negativi ai quali, a stare alle regole, il mese prossimo dovrebbe seguire la richiesta di una pesantissima stangata nel 2020 e l’apertura di una procedura d’infrazione sul debito, con l’invio a Roma di una troika di controllo e sorveglianza, modello Grecia. E’ possibile che le regole non vengano seguite alla lettera: in mezzo ci sono le elezioni europee e la conseguente confusione a Bruxelles per il cambio della guardia alla Commissione e al Parlamento. Ma gli aspetti procedurali, in questo momento, sono irrilevanti. Ciò che conta è che il rapporto di oggi disegnerà come ci vedono in Europa, da una parte gli altri governi, dall’altra  i mercati ed è un’immagine che sconteremo, quando conterà, cioè a settembre. Non è, infatti, un bel vedere: secondo le anticipazioni, rispetto agli impegni, l’Italia ha mancato agli obiettivi 2018 per 5,5 miliardi di euro. Aveva promesso di tenere il deficit pubblico al 2 per cento del Pil e, invece, nel 2029, secondo Bruxelles, toccherà il 2,6 per cento: manca all’appello, anche per il 2029, una manovra di taglio del bilancio per 5-6 miliardi di euro, mentre il debito, invece di ridursi o fermarsi, schizzerà al 134 per cento dell’economia nazionale. E, nel 2020, se Salvini, Di Maio o chi per loro mantenessero le promesse, più volte ripetute, di non toccare l’Iva per tappare il buco, il  deficit, dice Bruxelles, arriverebbe al 3,5 per cento, ben oltre i parametri di Maastricht.

UNA SCOMMESSA AZZARDATA

L’Italia ha qualche ragione nel rivendicare che questi brutti numeri sono frutto di una congiuntura sfavorevole. Ma questo, agli occhi dell’Europa, rende ancor più colpevole la testardaggine con cui, nello scorso autunno, è stata messa in cantiere una manovra espansiva, senza che ne esistessero le condizioni. Difficile perdonare l’azzardo con cui il governo italiano si è messo nell’impossibilità di intervenire a raddrizzare quella congiuntura, perché aveva già esaurito, per mantenere le promesse elettorali, tutti i propri margini di manovra. Il risultato è una economia di cui la Banca d’Italia (nel suo Rapporto sulla stabilità finanziaria) ha appena fotografato la fragilità, perché l’asfissia del bilancio pubblico impedisce di predisporre difese contro una possibile crisi. Via Nazionale non agita una fantasma privo di corpo. Banche e assicurazioni italiane hanno in portafoglio più del 40 per cento del debito pubblico e su quei titoli riposa il loro equilibrio patrimoniale. Una tempesta che facesse traballare quell’equilibrio, decimando- via spread -  il valore dei titoli in portafoglio, aprirebbe terremoti a ripetizione che sarebbe anche difficile contenere nei confini nazionali.

L’ILLUSIONE SOVRANISTA

Di tutto questo le altre capitali europee sono acutamente consapevoli. L’illusione che coltiva Salvini di un ribaltamento sovranista del potere a Bruxelles, nelle prossime elezioni, non trova conferme nei sondaggi. In ogni caso, anche un rafforzamento degli euroscettici non allenterebbe la morsa sull’Italia. Per insegnare che i sovranismi sono, per loro natura, non convergenti, ma inevitabilmente conflittuali, non serve neanche scomodare la storia, basta la cronaca del governo sovranista austriaco che, in barba al sovranismo di Roma, conta di distribuire passaporti austriaci ai cittadini italiani dell’Alto Adige. Sul piano finanziario, gli altri governi sovranisti sono anche meno disposti, rispetto al comune sentire federalista, a consentire lo sfondamento dei parametri della stabilità da parte di un governo che il rapporto Ue di oggi raffigura, davanti all’opinione pubblica europea, come sconsiderato, spendaccione e scialacquatore.

IL RISCHIO ITALIA

Soprattutto se, in Europa, si comincia ad avvertire il rischio di un contagio proveniente dagli scossoni di una crisi italiana. Una voglia matta di punire, comunque,  l’Italia per le trasgressioni di bilancio non c’è oggi e non ci sarà domani. Ma tutto cambia se verrà avvertito un rischio per l’equilibrio dell’eurozona:  i 2.300 miliardi di euro del debito pubblico italiano, che una ondata speculativa potrebbe far traballare, equivalgono ad un quarto dell’economia dell’intera eurozona. L’Italia ha già sperimentato sulla sua pelle – nel caso della riforma delle crisi bancarie – cosa vuol dire trovarsi da sola contro 27 paesi. Da questo punto di vista, il governo gialloverde porta la responsabilità di aver reso più difficile e lontana quella riforma delle procedure di austerità, imposte negli anni scorsi e dimostratesi eccessive e controproducenti. Il Patto di Stabilità voluto da Berlino e dagli altri governi rigoristi andrebbe rivisitato, allargato e allentato. Ma un accordo si può trovare per favorire gli investimenti e stimolare la crescita, non per accrescere i sussidi della spesa corrente, come ha fatto l’Italia gialloverde.

LA SPESA FACILE

Anche qui, i dati europei sono impietosi. Nel 2019, la spesa corrente italiana (ovvero quella che non viene destinata ad investimenti) crescerà di altri 12 miliardi di euro, rispetto al 2018, arrivando al 45,5 per cento del Pil. Nel resto dell’eurozona, invece, in media, è solo del 42,9 per cento ed è in discesa. Colpa anche del fatto che il Pil altrui aumenta e il nostro no, ma il risultato è comunque l’impressione di una spesa pubblica difficile da controllare, in particolare in materia di sussidi e pensioni: i dati, pubblicati dal governo con il Def di aprile, dicono che il capitolo “lavoro e pensioni”, nei prossimi tre anni - non solo, ma in particolare per il Reddito di cittadinanza e quota 100 anti-Fornero - costerà oltre 90 miliardi di euro.

L’IMBUTO

Ecco perché la futura manovra economica di settembre assume l’aspetto di un imbuto da cui non si sa cosa possa uscire. Il conto complessivo è facile: per non sfondare qualsiasi rapporto con Bruxelles è necessaria una manovra che tagli il deficit in una misura più vicina ai 40 che ai 30 miliardi (comprese le cifre già impegnate per gli aumenti agli statali, le missioni all’estero, le minori entrate per la recessione). Di questi, 23 miliardi sono previsti con l’aumento dell’Iva oltre il 25 per cento. Nessuno vuole attuarlo, perché tassare i consumi comprime la domanda e strozza le speranze di ripresa economica. Qualcuno pensa, però, che l’aumento possa essere scambiato con l’alleggerimento delle imposte dirette che porterebbe la flat tax. Ma la flat tax non basterebbe a compensare l’effetto recessivo dell’aumento dell’Iva. Inoltre, tassare i consumi – visto che l’imposta è uguale per tutti – colpisce di più le classi popolari, mentre la flat tax favorisce le classi medio-alte. E’ uno scambio, insomma, economicamente inutile e politicamente esplosivo. In ogni caso, anche la flat tax costa almeno una dozzina di miliardi e, dunque, il peso della manovra si ridurrebbe, ma non abbastanza.

E allora? Uscire dall’imbuto sarà molto complicato. Le chiacchiere sui tagli per rendere più efficiente, in generale, la spesa pubblica, con l’ennesima spending review, resteranno chiacchiere. Per il semplice motivo che la spesa per la burocrazia  può essere certamente migliorata, ma difficilmente ridotta. I dati europei dicono, infatti, che per far funzionare la pubblica amministrazione noi spendiamo già meno degli altri: il 18,3 per cento del Pil, contro il 20,2 per cento della media degli altri paesi dell’euro. Non è da lì che possono venire grossi risparmi. Rimangono i grandi capitoli di spesa: pensioni, lavoro, scuola, sanità. O l’aumento delle tasse. Sarà un autunno rovente.

Maurizio Riccidi Maurizio Ricci   
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