[Il retroscena] “La Manovra non è ancora legge”. Le opposizioni insorgono. E lavorano ad un piano alternativo

L’ipotesi del decreto che entra subito in vigore, evita l’esercizio provvisorio ma garantisce il ruolo delle opposizioni. Il Pd unito insiste con il ricorso alla Consulta e convoca la piazza a Roma per il 29 dicembre. Cgil, Cisl, Uil: “Manovra recessiva”. Giachetti chiede l’incontro con il presidente Mattarella. Brunetta (Fi): “Pretendo rispetto delle mie prerogative. E se la maggioranza cappotta da sola nel parcheggio non resta che il decreto”. Il caso del condono fiscale uscito dalla porta e rientrato dalla finestra

Manovra, le opposizioni insorgono
Manovra, le opposizioni insorgono

C’è in giro, dalle parti della maggioranza, un sentimento di vittoria. La manovra del “governo con le palle” (sic Salvini) e delle “promesse realizzate” (sic Di Maio) viene vivisezionata da maggioranza e opposizioni, da una parte gli aspetti “di sicura crescita”, dall’altra quelli di “recessione certa”.  Nulla di nuovo, è il gioco della politica a fine anno quanto licenzia la legge di bilancio, la più importante dell’anno. Solo che la Manovra quest’anno, la prima volta nella seconda Repubblica, non è ancora legge dello Stato. E l’ultimo miglio – tra il 27 e il 29 gennaio – sarà il più duro. Quello che abbiamo visto al Senato negli ultimi dieci giorni e soprattutto sabato 22, è solo un assaggio di quello che potrebbe succedere alla Camera dove il maxiemendamento è già fisicamente arrivato ma sarà disponibile per i deputati solo a partire dal 27. Il 28 l’aula con il governo che metterà la fiducia e dopo 24 ore, cioè sabato 29, le dichiarazioni di voto e la doppia votazione finale, la fiducia e l’ormai famoso maxiemendamento di 195 pagine per 654 articoli.

Nulla è ancora scontato 

Ma da come si sono messe le cose, l’agenda potrebbe non essere così lineare. Il Pd punta a sollevare il conflitto tra poteri alla Consulta per palese violazione dell’articolo 72 della Costituzione. Nel frattempo riempirà piazza di Montecitorio sabato 29 dicembre, una chiamata a cui stanno aderendo tutti sindacati (“E’ una manovra recessiva”), le organizzazioni cattoliche, persino l’Anpi e, da non sottovalutare, tutte le mozioni del congresso (con qualche differenza). Non male in neppure 24 ore di convocazione iniziata più per dire che per fare nelle more della giornata al Senato e diventata virale in poche ore.

Un altro condono

 Sono, quelli che andranno in piazza, veramente tutti molto adirati rispetto alla manovra del cosiddetto cambiamento e che invece “mette le mani sulle pensioni bloccando le indicizzazioni, rinvia ancora una volta le assunzioni, mette in conto un aumento dell’Iva, svuota Fondi chiave per molte regioni, riduce gli investimenti a favore di due misure assistenzialiste” e  “introduce un condono pazzesco”, quel “saldo e stralcio” dei debiti con la pubblica amministrazione che era stato eliminato dal condono fiscale. Uscito dalla porta tra gli evviva dei grillini è rientrato dalla finestra in una legge blindata per far vedere chi veramente comanda in quella coalizione.

Forza Italia, lato suo, “vorrà vedere tutelati tutti i diritti previsti dal Regolamento e dalla Carta costituzionale e – assicura il responsabile economico Renato Brunetta – daremo battaglia”. Il punto è vedere fino a dove le due opposizioni vogliono e possono spingersi.

Due opzioni

Ci sono due opzioni. Se la Manovra non sarà approvata, dal primo gennaio scatterà l’esercizio di bilancio provvisorio. E’ già successo, ai tempi della prima Repubblica, ma – per quanto le opposizioni possano giudicare “dannoso” e “pericoloso” per il paese il contenuto del maxiemendamento, non arrivano ad augurare qualcosa che sarebbe prima di tutto umiliante per il Paese.  L’esercizio provvisorio è di per sé un giudizio fallimentare sul governo e per tre mesi costringe la macchina dello stato a congelare  tutta la spesa. L’amministrazione centrale può arrivare a spendere “fino a 1/12 per le spese correnti”, ad esempio gli stipendi. Tutto il resto fermo per tre mesi. “L’Italia non lo merita, ha invece bisogno di crescere” dicono fonti del Pd e Forza Italia facendo intendere che la loro azione di resistenza non dovrebbe arrivare fino a tanto.

L’ipotesi decreto

La seconda opzione è una via di mezzo, non umilia il paese, tiene finalmente conto delle opposizioni ed ha precedenti recenti (secondo governo Prodi, dicembre 2006): si chiama decreto legge e vorrebbe dire trasferire il testo della legge approvata al Senato, ma non alla Camera, in un decreto che assorbe eventuali modifiche magari necessarie per via di errori materiali o perché richieste dalle opposizioni. Il decreto entra subito in vigore, mette al riparo da esercizi provvisori salvo essere poi convertito entro 60 giorni. Attraverso un normale iter parlamentare.Che comprende, questa volta, il ruolo delle opposizioni fin qui ignorato.

Il ricorso alla Consulta

Il Pd ha indicato la strada tramite il capogruppo al Senato Andrea Marcucci: sollevare il conflitto davanti alla Corte per violazione dell’articolo 72 della Carta, quello che stabilisce che ogni testo per diventare legge deve essere votata e approvata “articolo per articolo” in commissione e poi in aula. La “manovra del cambiamento” ha ignorato il dettato costituzionale. Un’accusa che brucia soprattutto in casa 5 Stelle e di cui anche il premier Conte è consapevole fino a essersi scusato più volte in aula e in conferenza stampa. Ma le scuse non bastano. Anzi, sono la conferma del “grave vulnus alla democrazia”. Ieri un post di Stefano Ceccanti, professore di diritto costituzionale e deputato del Pd, indicava che la battaglia alla Camera riprende esattamente da qui. “Con una notevole perseveranza – ha scritto Ceccanti - una legge di bilancio nata con i parlamentari che facevano da claque al governo si è conclusa col voto su un testo ignoto. Per evitare l’esercizio provvisorio si è reso provvisorio e vuoto il Senato. Ci vediamo alla Camera”.

“Ci vediamo alla Camera”

Ecco, “ci vediamo alla Camera” significa che i deputati del Pd “non permetteranno in alcun modo di essere esautorati e umiliati come è successo al Senato” e pretenderanno di “leggere, esaminare e quindi votare il testo della legge, articolo per articolo come recita la Costituzione” visto che  il testo già votato era cosa diversa da quello attuale. Come questo possa accadere con soli tre giorni di tempo a disposizione, non è dato sapere. Anche perché il testo, a questo punto, non è più modificabile, non ci sarebbero i tempi tecnici. A meno che non si ricorra, appunto, al decreto. Una palese ammissione di fallimento per i governo giallo-verde.

Il Pd decide di percorrere due strade. Il ricorso alla Consulta è la strada maestra da intraprendere. “La Corte – spiega Ceccanti – finora ha rigettato questi ricorsi caso per caso ma mai in linea in principio. Se poi dovesse accogliere, potrebbe esaminare il caso decidendo di dare per buono ciò che è già successo e dettare però paletti più precisi per il futuro”.

Tutti in piazza

La seconda strada è quella della piazza. Fare opposizione su questo rende, anche in termini di visibilità, e di certo il Pd in pieno congresso non si fa sfuggire l’occasione per uscire dalla marginalità in cui è stato in questi mesi in cui Lega e 5 Stelle hanno giocato da maggioranza e da opposizione.  Così Maurizio Martina e Marcucci hanno convocato via social una manifestazione in piazza di Montecitorio per il 29 dicembre, giorno previsto da calendario per il voto finale. Martina ha fatto un appello all’unità delle varie mozioni. Roberto Giachetti, candidato al congresso in ticket con Anna Ascani,  ha fatto sua la proposta della piazza rilanciando sul fronte Consulta e chiedendo subito un incontro al Quirinale. Nicola Zingaretti ha spostato la piazza un po’ più in là, a gennaio, ne condivide il principio ma probabilmente non vede alcuna chance di poter incidere in questo momento.

Occhi sul Quirinale

Il punto è esattamente il Quirinale. Il Presidente Mattarella, la cui paziente e mai invasiva moral suasion in questi tre mesi ha evitato la procedura d’infrazione europea, ha ricordato proprio l’altro giorno durante la cerimonia di saluti al Quirinale come sia prioritario per una democrazia  “rispettare il pluralismo in tutte le sue forme” e come sia necessario per chi governa rispettare i limiti imposti dalla Carta costituzionale. L’articolo 72, palesemente ignorato in queste settimane, è uno di quei limiti. Eppure la presidente del Senato Elisabetta Casellati in questi giorni è sembrata  ignorare le richieste delle opposizioni di vedere rispettate le prerogative costituzionali. Sarà interessante vedere cosa farà il presidente della Camera Roberto Fico. Senza dimenticare che molti 5 Stelle stanno soffrendo queste forzature memori della tante battaglie che hanno fatto quando erano all’opposizione. “Questa è l’ultima fiducia” diceva qualche senatore l’altro giorno al Senato stufi di essere lì ad obbedire agli ordini che arrivano dai vertici del Movimento.

“Dissenso unanime”

Forza Italia, che ha bocciato senza se senza ma la Manovra, non ha convocato la piazza ma è decisa a dare battaglia fino all’ultimo secondo utile.La capogruppo alla Camera Mariastella Gelmini sottolinea come “la manovra gialloverde abbia prodotto un risultato storico: l'unanimità del dissenso. Dopo tutte le associazioni di categoria adesso anche i sindacati hanno annunciato una mobilitazione unitaria. Questa legge di bilancio non piace proprio a nessuno: ha umiliato il Parlamento, tagliato gli investimenti, rinviato le assunzioni nella Pa e nelle università, quota 100 entrerà a regime solo nel 2020, della vera flat tax nemmeno l’ombra e sul futuro degli italiani pende la spada di Damocle dell'aumento monstre dell'Iva (23 miliardi nel 2020, ndr). Nessuna prospettiva, solo propaganda. E di propaganda è lastricato il cammino verso la recessione”. Renato Brunetta, centravanti di Forza Italia sui temi economici in questi tre mesi, si aspetta che “la maggioranza cappotti da sola nel parcheggio di casa”. Che il 27 vengano fuori tanti e tali errori oggettivi e contraddizioni nel testo per cui sarà inevitabile l’impasse e a quel punto intervenire, correggere e modificare. Arrivare, in buona sostanza, al decreto correttivo. “Di sicuro – promette – io vorrò tutelare a pieno tutte le mie prerogative”. Esaminare, studiare, nel caso correggere il testo della Manovra.  Poi ammette: “Con una Manovra così disastrosa meglio sarebbe stato andare all'esercizio provvisorio di bilancio, il quale è in ogni caso previsto dalla Costituzione ed è quindi una modalità di conduzione del bilancio molto più democratica di quella appena vissuta in Parlamento. Oltretutto, la gestione in dodicesimi avrebbe evitato l'introduzione del reddito di cittadinanza e della quota 100. Per noi un’ottima cosa”.

E Di Maio fa i test

Salvini scrolla le spalle e dice, “facciano pure, questa legge per me vale 7 ma abbiamo iniziato e questo è quello che conta”. Di Maio, invece, assume toni più trionfalistici e dopo il giochino del “fatto” scritto accanto a tutto ciò che, a suo dire, è già legge – dal reddito alle pensioni, dal blocco dell’Iva agli investimenti – ieri ha diffuso lo schema di un altro gioco, “vero/falso”, ovverosia “bufala per bufala” come smontare tutte “le panzane che stanno girando in queste ore”. Omette, il vicepremier 5 Stelle, di dire che la Camera non ha ancora votato. E i deputati, anche tra i suoi, non ci stanno a passare per figuranti telecomandati.