Il governo Meloni ha fatto la manovra Draghi. 35 miliardi col favore delle tenebre

La legge di bilancio cresce di 3 miliardi: ipotesi sanatorie e condoni. Tra le uscite Quota 103 e l’aumento delle pensioni minime. Ridotta la pax fiscale. C’è la flat tax fino a 85mila euro e quella incrementale per gli autonomi. 21 miliardi  contro il caro energia. Ma in aprile questi soldi saranno già finiti 

Il governo Meloni ha fatto la manovra Draghi. 35 miliardi col favore delle tenebre
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (Ansa)

“Abbiamo trovato l’accordo politico. Ora c’è da sistemare qualche numero” diceva ieri sera alle 19 e 30 il ministro economico Giancarlo Giorgetti mentre lasciava il palazzo dei gruppi a Montecitorio dove aveva appena concluso un vertice di maggioranza con la premier Meloni, il sottosegretario per l’attuazione del programma Fazzolari (sempre più uomo chiave della maggioranza) e i vicepremier Salvini e Tajani. Per sistemare quei numeri il Consiglio dei ministri ha impiegato tre ore e mezzo, dalle 21 a mezzanotte e venti minuti. “Col favore delle tenebre…” si sarebbe detto ai tempi dei governi Conte. Lo diceva soprattutto Giorgia Meloni, leader dell’unica opposizione. E la prima legge di bilancio del governo di destra-centro, la legge più importante dello stato, il biglietto da visita di ogni governo ma soprattutto di chi rivendica da anni la guida del Paese per dimostrare di cosa sarebbe stato capace di fare. 

Il problema sarà a primavera

Ecco, tre ore e mezzo dopo, i circa 170 articoli che disegnano la manovra 2023 sono per 2/3 il proseguimento delle scelte fatte a suo tempo dal governo Draghi. Che deve essere un contrappasso doloroso per chi politicamente ha fatto di tutto per mandare a casa quel governo. Per la terza parte mancante, sono bruscolini  di propaganda elettorale che toccano un po’ tutto senza fare realmente nulla: c’è un po’ di flat tax m non c’è una vera riforma del fisco; non c’è l’abolizione del Reddito di cittadinanza strombazzata per mesi e garantita fino a 48 ore fa; non c’è la pace fiscale nella versione almeno raccontata da Salvini e neppure quelle pensioni minime a mille euro su cui Berlusconi aveva impostato il suo ritorno in campo. C’è qualcosina di un po’ di tutto. Motivo per cui tecnicamente alla fine i tre partiti di maggioranza si dicono “soddisfatti” e parlano di un “buon clima durante la riunione”. Del resto 32 miliardi - sapremo stamani se il perimetro della manovra è cresciuto di un paio di miliardi - non sono pochi. Il problema è - se la guerra va avanti  - che tra marzo e aprile questi soldi saranno finiti e le misure dovranno essere rifinanziate. “Come” è il grande punto interrogativo.  Mario Draghi tra gennaio e agosto 2022 ha fatto tre decreti Aiuti per un valore di 60 miliardi. Senza fare scostamento di bilancio. Grazie al buon andamento dell’economia e alla crescita - e quindi le entrate per lo Stato - superiore alle attese. Le previsioni non sono cose rosee per il prossimo anno. A meno che non finisca la guerra. E allora, solo allora, il governo potrà iniziare a soddisfare qualche promessa.   

Un po’ di tutto e un po’ di niente

La premier a dir la verità è stata sempre molto franca. Il 26 settembre, un minuto dopo aver realizzato la vittoria, è entrata  in modalità “frenata” per non dire “pompiera”. Sul fronte delle misure economiche. Si capisce ora molto meglio perché invece ha subito voluto accelerare su altre misure identitarie come sicurezza (decreto rave party) e immigrati (l’inutile e penoso stop alle navi delle ong). Ne aveva bisogno per poi andare a coprire tutto quello che non sarebbe arrivato dopo.

Legittimo, anche questo è politica. Anche perchè sia la premier che il ministro Giorgetti lo hanno detto e ripetuto nelle ultimi ore.  “La nostra priorità” ha detto Meloni nella riunione di maggioranza prima del Consiglio dei ministri è “affrontare l’emergenza e dare alla Ue e ai mercati un segnale di grande serietà”. E poiché “non ci sono risorse e non c’è tempo, non possiamo sbagliare”. Una prudenza che va di pari passo con gli aggettivi usati ieri dal ministro Giorgetti: “Sarà una manovra coraggiosa ma responsabile, realistica e prudente”.  Palazzo Chigi è stato attentissimo a non far girare neppure una bozza del testo - anni di opposizione affinano anche queste abilità, cioè le bozze non circolano prima - e gli orari di chiusura del Cdm sono tali per cui le cronache di stamani possono affidarsi solo ad un comunicato ufficiale rilasciato quasi all’una del mattino dal Mef. E a qualche indiscrezione. Poche in realtà perchè le forze di maggioranza fanno di tutto per tirare avanti una luna di miele sempre molto precarie. I quattro punti di rottura emersi nell’ultima settimana - azzeramento dell’Iva per pane e pasta (lo voleva Forza Italia); pensioni minime (Fi) e Quota 103 (Lega); scudo fiscale e pace fiscale (Lega) e flat tax incrementale (Fdi); Amazon tax, la tassa per l’ecommerce e le consegne a domicilio - sono stati limati per dare qualcosa un po’ a tutti. Ma è chiaro che esploderanno una volta che il testo arriverà in Parlamento. 

35 miliardi, di cui 14 da trovare

Anche perchè dei 35 miliardi in dotazione per il 2023, 21 sono a deficit e andranno tutti per aiutare famiglie ed imprese a sostenere l’inflazione e il caro -energia. Gli altri 14 risultano già tutti impegnati tra cuneo fiscale, fondo per gli enti locali e altre spese. Non si capisce quale sarà la dotazione che viene data al Parlamento per soddisfare le richieste dei vari territori. Draghi, nell’unica legge di bilancio che ha firmato oltre alle altre quattro firmate sotto forma di decreti Aiuti, aveva lasciato solo 500 milioni. E si è giocato così l’elezione al Quirinale. Collegato alla manovra c’è il tradizionale decreto fiscale.

Il punto su cui il Mef si sta ancora adesso scervellando - ieri sera in Consiglio giravano tabelle su tabelle e molte avevano ancora spazi bianchi - è dove trovare le risorse mancati, cioè i 14 miliardi. Tra la voci indicate c’è  “il percorso di abolizione del reddito di cittadinanza   nella forma attuale, con la riduzione ad 8 mesi nel  2023 per gli occupabili e l’abrogazione totale con l’avvio di una nuova misura a partire dal 2024. Su questo punto è sicura la battaglia in Parlamento. Giuseppe Conte parla di misura “miserabile” Il Pd si limita a dire che è “sbagliata perchè va rivista e corretta la misura ma non va abolita nè vano lasciate le persone scoperte”. Se però sono occupabili e possono lavorare, perchè lasciarli nel sussidio? Si tratta di circa 700 mila persone che hanno ora otto mesi per organizzarsi.

Tra le “entrate” anche l'innalzamento al 35% della tassazione sugli extraprofitti. Ancora stamani è giallo sullo scudo fiscale, il rientro cioè di capitali dall’estero. La misura potrebbe fruttare dai 3 ai 5 miliardi. A cui è difficile rinunciare. Solo Giorgia Meloni stamani in conferenza stampa potrà sciogliere i punti interrogativi che ancora inseguono questa misura lanciata pochi giorni dal “suo” viceministro economico Leo. E’ sicuro invece che dal 1 gennaio 2023 la soglia per l’uso del contante salirà da 1.000 a 5.000 euro. La premier Meloni parla di una manovra  “importante e coraggiosa” a sostegno “dei cittadini, con particolare attenzione ai redditi bassi e alle categorie in difficoltà”. Ai ministri riuniti si sarebbe spinta a dire che “l'Italia tornerà a correre”. Lo speriamo tutti, ovviamente. 

“Cuneo” tagliato solo per i lavoratori

I 2/3 della manovra - 21 miliardi - prorogano in sostanza le misure già inaugurate dall’ex premier Draghi: sconti benzina (che però sarà limato di 5 centesimi, da 30 a 25), credito di imposta per le aziende e bar e ristoranti che sale fino al 35% e al 45% per le aziende energovore, bonus sociale (i 150 euro che Meloni leader dell’opposizione definiva “una elemosina”).  Confermata l'eliminazione degli oneri impropri delle bollette. 

Con il resto delle risorse l'esecutivo avvia alcuni provvedimenti. Tra questi c’è il taglio del cuneo fiscale, che vale 4.185 miliardi, tutto a beneficio dei lavoratori, fino al 3% per i dipendenti con redditi fino a 20mila euro e del 2% per quelli fino a 35.000 euro. Su questo punti Meloni ha dovuto rinunciare al progetto di “2/3 e 1/3” caro a Confindustria. Il taglio delle tasse sarà cioè solo a beneficio dei lavoratori e non dell’impresa. Con buona pace di Confindustria. C’è la riduzione dell'Iva dal 10 al 5% per i prodotti per l'infanzia e l'igiene intima femminile (tampon tax). E ancora: aumento dell'assegno unico per le famiglie, agevolazioni per le assunzioni a tempo indeterminato per donne under 36 (misura voluta da Fi) e per percettori di reddito di cittadinanza, proroga delle agevolazioni per acquisto prima casa per i giovani e la flat fax incrementale, cavallo di battaglia di Giorgia Meloni  che si è aggiunto nel gran finale di palazzo Chigi .

Il pacchetto fiscale può contare suIl’estensione della flat tax fino a 85.000 euro per lavoratori autonomi e partite Iva, quella incrementale, la detassazione ai premi dei dipendenti e un intervento di “tregua fiscale” con stralcio delle cartelle fino al 2015 per un importo massimo di mille euro. 

Braccio di ferro sulle pensioni  

Sul fronte delle pensioni, oltre alla conferma di “Opzione donna” rivisitata in chiave “ventennio” (le mamme possono andare in pensione a 58 anni, le altre a 60) e Ape sociale, arriva una indicizzazione al 120%, con le minime che salgono dagli attuali 523 euro a quasi 600.  Berlusconi può così vantare di aver alzato la sua bandiera. Non come avrebbe voluto ma è un buon inizio. “In cinque anni di governo arriveremo ai mille euro promessi” dicono in nottata i capigruppo Ronzulli e Cattaneo. In attesa di un riordino del sistema previdenziale, viene introdotto per il 2023 un nuovo schema di anticipo pensionistico a quota 103 che permette di uscire dal lavoro con 41 anni di contributi e 62 anni di età e prevede bonus per chi invece decide di restare a lavoro. E’, questa, la bandiera di Salvini che però, come sempre, non è l’abolizione della legge Fornero. Si tratta di una normalissima finestra. Che solo quest’anno ci costa un miliardo in più.

La povera Sanità, dove gli ospedali vivono ormai in vere e proprie trincee, riceverà un miliardo e 400 milioni per il 2022 e 500 milioni per il 2023 nella speranza che vadano tutti per assumere medici e infermieri. Per gli enti locali, compreso il trasporto pubblico locale, ci sono circa 3.1 miliardi complessivi. 

La card invece dell’Iva

Al posto dell’inutile taglio dell’Iva su pasta e pane (risparmio annuale circa 10 euro) su cui avevano puntato Forza Italia e Lega, per contrastare la corsa dell'inflazione e la riduzione del potere di acquisto viene istituito un fondo di 500 milioni di euro destinato alla realizzazione di una “Carta Risparmio Spesa” per redditi bassi fino a 15mila gestita dai Comuni e volta all'acquisto di beni di prima necessita'. Si tratta di una sorta di "buoni spesa" da utilizzare presso punti vendita che aderiscono all'iniziativa con un'ulteriore proposta di sconto su un paniere di prodotti alimentari. Previsto anche un assegno unico per le famiglie con 3 o più figli (finanziato con 610 milioni, era stato previsto un miliardo). In particolare, l'assegno sarà maggiorato del 50% per il primo anno e di un ulteriore 50% per le famiglie composte da 3 o più figli.

Salvini ha detto che le misure della Lega ci sono. Molto annaffiate ma ci sono: scudo fiscale, pace fiscale, lo stop al raddoppio delle multe per gli automobilisti. Soprattutto c’è il Ponte sullo Stretto. O meglio, la manovra dà atto della riattivazione della società Stretto di Messina spa, in liquidazione dal 2013, “visto il rinnovato interesse dell'esecutivo per l’infrastruttura”. 

Ma i conti non tornano

Mancano ancora soldi. Il taglio di quattro mesi di Reddito produrrà un miliardo, forse (ne erano previsti almeno un paio). Gli sconti benzina e gasolio sono stati tagliati di 10 centesimi (da 25 passano a 15 centesimi).   Per integrare la voce entrate è allo studio una revisione della tax expenditures, i numerosissimi sgravi fiscali di ogni genere e tipologia (circa 600) che stando alle ultime stime cubano fino a 70 miliardi. Il taglio delle tax expenditures per finanziare il taglio delle tasse  e la flat tax è un vecchio cavallo di battaglia di  Forza Italia.

Una norma “di entrata e non di uscita” l’ha escogitata il ministro dell’Ambiente e dell’energia Gilberto Pichetto Fratin. Si tratta di un price cap nazionale per le rinnovabili, un tetto ai ricavi che non possono superare i 180 euro (oggi sono a 140 circa). E’ una norma antispeculazione e ristretta alle imprese.

Meloni e Giorgetti non hanno invece ceduto invece sui bonus edilizi: saranno tutti rivisti, non solo il 110%. Da questa revisione sono attesi 2/3 miliardi.  Il resto lo spiegherà stamani la premier Meloni. Col favore del giorno. In realtà la manovra è stata approvata ma non ancora scritta. E finchè non c’è il bollino della ragioneria ancora tutto può cambiare.