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Mancano almeno venti miliardi: la legge di bilancio è già in salita e le promesse vanno in fumo

Subito dopo Ferragosto, il governo dovrà impegnarsi soprattutto sulla manovra. Giorgetti predica rigore, il Mef lo pretende, il resto dl governo no e Meloni dovrà mediare. Ma non ci sono soldi

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Mancano almeno venti miliardi: la legge di bilancio è già in salita e le promesse vanno in fumo
La premier Meloni e il ministro Giorgetti (Ansa)

Matteo Salvini è già in campagna elettorale per i prossimi turni di amministrative e per le Europee. Ha un’agenda molto fitta, giusto tre giorni di riposo, poi su e giù per l’Italia (sabato era alla Versiliana). Promette mondi fantastici su cantieri e opere pubbliche (“più ne apro e più creo lavoro”) ed è un po’ più cauto del solito sui conti pubblici: la flat tax sembra sparita dalla sua narrazione; le ulteriori proposte di condono anche; si mette sul petto la bandierina della tassazione sugli extraprofitti (che alla fine avrà un gettito inferiore a due miliardi) ma nel gradimento generale questa scelta ha bucato meno del previsto. Giorgia Meloni, al contrario, è in vacanza in Puglia, poi forse andrà in Grecia qualche giorno, rigorosamente con Ginevra, la figlia, e vedrà il meno possibile ministri, colleghi di partito, fan e supporter. Via dalla folla. Distanza e silenzio, eventualmente post e video messaggi sono la dimensione preferita. Giancarlo Giorgetti non si farà rivedere in pubblico prima del 21 agosto quando la politica riemergerà dalla feria sul palco di Cl a Rimini.

Ci soffermiamo su questi nomi perchè saranno soprattutto loro, nella maggioranza, i protagonisti dei prossimi mesi e della legge più importante per lo Stato che è la manovra di bilancio. E come si capisce, le posizioni sono diverse: il ministro dell’Economia richiede massimo rigore sui conti pubblici; Salvini e quindi la Lega, di cui pure Giorgetti fa parte, al contrario chiedono maglie più larghe; Forza Italia anche ma dipende; la premier è nel mezzo e cerca di mediare. Ben sapendo che il prestigio e la credibilità internazionale, che ha saputo conquistare andando in assoluta continuità con Mario Draghi, dipendono anche dalla serietà con cui saprà gestire i conti pubblici. Cosa che finora Giorgetti al Mef ha saputo garantire. Ma adesso anche i più convinti sostenitori cominciano a mettere sulla bilancia fatti e promesse.

Mancano venti miliardi

Giorgia Meloni ha sempre rinviato alla legge di bilancio ’23-’24 per far vedere la vera svolta e di che pasta è fatto il suo governo. Quella dell’anno scorso è stata una legge di bilancio per 3/4 dettata dalle circostanze, dal fatto che il governo si era insediato in ottobre e che Draghi aveva già impostato il lavoro in un certo modo. Insomma, subita più che decisa. Il punto è che anche quest’anno è molto difficile che il governo possa esprimersi come vorrebbe e come ha promesso. Il punto è che non ci sono soldi. E già adesso, fatta una prima stima, mancano all’appello circa venti miliardi. Tantissimo per un governo il cui ministro economico ripete ogni volta che dichiara qualcosa: “Servono rigore e prudenza”.

Dopo la pausa di Ferragosto il governo sarà impegnato sui dossier economici, sulla Nadef, sulla costruzione della manovra economica e sulla stesura dei primi decreti attuativi della delega fiscale. In tempo per la finanziaria, dovrò anche arrivare la proposta del governo per colmare i buco nero del lavoro povero. Salario minimo o no, serve una soluzione per tre milioni e mezzo di lavoratori.

Cosa c’è in cassa

In questi dieci mesi il livello e l’intensità delle promesse si è molto ridimensionata. Tranne Salvini che ogni tanto lancia obiettivi più o meno impossibili, gli altri ministri si lamentano ma solo in privato che vorrebbero cordoni della spesa più ampi, Meloni e Giorgetti predicano “rigore” e quindi nessun debito. Cerchiamo piuttosto di prendere tutti i soldi del Pnrr e usare bene quelle somme. Nel frattempo hanno più o meno tutti ampliato i rispettivi staff fino a 150 persone in più (Santanchè e Lollobrigida). Alla faccia di una spending review ministeriale che prevede un risparmio di circa 1,5miliardi.

Qualche cifra comincia a filtrare dagli uffici di via XX Settembre. Al momento il governo può contare su 4,5 miliardi stimati con il Documento di economia e finanza uscito in aprile. A questa cifra vanno aggiunto 1,5 miliardi in arrivo dal taglio della spesa corrente dei vari ministeri (300, 500, 700 nei tre anni fino al 2026). La famosa tassa sugli extra margini delle banche partorirà alla fine un topolino da un paio di miliardi. Forse anche meno visto che Forza Italia, e non solo, ha chiesto modifiche in Parlamento. E infatti il crollo di borsa dei titoli bancari si è fermato. Il danno alla credibilità internazionale del paese è stato fatto: nessuno critica l’obiettivo della tassa ma il metodo è stato una lunga somma di errori. Il gettito della tassa arriverà tra un anno circa ma potrà essere contabilizzato da subito. Più o meno si arriva ad una cifra di circa 8 miliardi. Senza dimenticare che il Pil potrebbe fermarsi sotto l’un per cento e quindi anche il valore del gettito potrebbe cambiare. Al ribasso. E’ indispensabile che il Pil confermi l’un per cento previsto. L’ Istat stima che nel secondo trimestre il Pil sia arretrato dello 0,3%. Il Mef ha fatto sapere che il dato allo stato “non influisce sulla previsione annua formulata nel Def” e che “l'obiettivo di crescita è ancora pienamente alla portata”. Nel Def si parla di Pil tendenziale allo 0,9% per il 2023 e all’1,4% per il 2024.

Ma ne servono molti di più

Il problema è che servono molti più soldi. Tra le spese indifferibili ci sono i 5-6 miliardi delle missioni internazionali. Solo per confermare l’attuale taglio del cuneo per i redditi fino a 35 mila euro, servono almeno dieci miliardi. Il governo vorrebbe aumentare il taglio delle tasse in busta paga (anche per migliorare le condizioni dei lavoratori poveri) per cui il preventivo di spesa aumenta. C’è il capitolo pensioni: Salvini ha promesso - promette da anni - il superamento della Fornero, ma anche quest’anno dovrà ridimensionare le attese perchè non ci sono soldi. Dovrà spiegare, nel tour elettorale che è già iniziato, che sarà possibile, al massimo, confermare Quota 103 (quella del ’23). E già questo costa circa un miliardo. Il ministro della salute ha chiesto quattro miliardi, ne potrebbero arrivare due e mezzo. Un altro miliardo va messo in conto per confermare la detassazione dei fringe benefit (un altro modo per far salire il valore degli stipendi e dare un po' di benzina contro il caro vita) e tre miliardi per sistemare, almeno un po’, i contratti scaduti da anni nel settore del pubblico impiego. Se si mettono in fila queste voci - e sono quelle indispensabili - la somma fa tra i 28 e i 30 miliardi.

“Lavoro e redditi”

Giorgia meloni ha parlato venerdì dopo il tavolo sul salario minimo. “Noi stiamo già lavorando sulla legge di bilancio, che segue il filone della precedente, lavoro e redditi” ha specificato la premier. Il mantra del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti è “prudenza e responsabilità”. Le stime presentate potrebbero anche essere migliori del previsto. E le pieghe del bilancio, di cui Giorgetti è uno dei massimi esperti avendo seguito qualcosa come 25 leggi di bilancio, potrebbero quindi regalare qualche bella sorpresa. Giorgetti infatti ripete anche “attenzione pero’ a non confondere la prudenza con la mancanza di ambizione”. Vedremo se e come il governo saprà fare il miracolo di trovare risorse al momento non disponibili. Mentre l’inflazione resta altissima (soprattutto nel carrello della spesa) e il caro mutui leva il sonno alle famiglie.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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