La maggioranza sbanda sulla Manovra tra i paletti di Di Maio e la campagna acquisti di Renzi

Il leader 5 Stelle detta le tre modiche “imprescindibili”. Renzi chiude la Leopolda e lancia l’Opa sui moderati di Forza Italia e gli indecisi rimasti nel Pd. “Noi intanto siamo partiti, se vorrete, sarete bene accetti”. Italia Viva come En Marche di Macron. L’atto di accusa del ministro Bellanova. L’ira di Zingaretti. Il big bang alla fine delle regionali

Matteo Renzi
Matteo Renzi

E’ stato un fine settimana che ha fatto chiarezza, nei ruoli e nelle sfide, dentro e fuori la maggioranza. C’è Matteo Renzi che dalla Leopolda di Firenze blinda la legislatura fino al 2023 ma lancia l’Opa su Forza Italia e sugli incerti del Pd, in Parlamento ma anche negli enti locali e, assicura, “a giugno, al termine delle elezioni regionali,  ci sarà un nuovo big bang degli amministratori locali che porterà migliaia di amministratori ad aderire a Italia Viva, un’area liberale, democratica e riformista di cui il Paese, stretto dall'accordo 5 Stelle-Pd da una parte e dai sovranisti dall'altra, ha bisogno”. C’è il centro-destra che in piazza San Giovanni, alla manifestazione di sabato in nome dell’orgoglio italiano, ha perso il centro e si è posizionato definitivamente a destra consegnandosi a Salvini. E Luigi di Maio, in crisi con la propria leadership e nel timore di finire comparsa del Pd e di Renzi come già lo era stato della Lega, che si mette di traverso rispetto alla manovra per ribadire ruolo e potere: “Senza i voti del Movimento 5 Stelle  la manovra non si fa”. Il premier Giuseppe Conte ci aveva messo il suo carico da 90 sabato con il suo avviso di sfratto: “Chi non sa fare squadra è fuori”. A questo punto, il segretario dem Nicola Zingaretti, intravisto il rischio di essere risucchiato dal ruolo, che lui non avrebbe mai voluto, di responsabile al fianco sempre e comunque di Conte, non può che battere un colpo: “Il Pd al governo solo per occupare delle poltrone non ci sta”.  E avverte gli alleati: “Se c’è chi fa il furbo, non si va avanti. Gli italiani non sono coglioni”. 

Da “salvo intese” a “senza intese”

Ora, il problema è che tutto questo deve fare i conti con la sezione di bilancio che inizia domani in Parlamento e deve portare, entro la fine dell’anno, all’approvazione della legge di bilancio, con 23 disegni di legge collegati, e al decreto fiscale con dentro le misure chiave, quelle più divisive, sulla lotta al contante e le nuove micro tasse che vengono calcolate tra i 7 e i 12 miliardi. La manovra, con la zavorra dei 23 miliardi di clausole Iva lasciate in eredità di Conte-Salvini e Di Maio, diventa quindi, come previsto, il ring della nuova maggioranza giallo-rossa. Come lo era già stato di quella giallo-verde.

Il giallo del vertice di maggioranza è solo un espediente per posizionare bandierine identitarie e risolvere crisi di identità. Di Maio, la scorsa settimana in missione a Washington con il presidente Mattarella, non era presente al Consiglio dei ministri più lungo della legislatura che nella notte tra martedì e mercoledì della scorsa settimana ha approvato il Documento programmatico di bilancio, cioè i saldi della manovra, e ha dato il via libera “salvo intese” alla manovra e al dl fiscale. Significa che, fissati i grandi numeri dei saldi del 2020 (30 miliardi il valore della manovra, 2,2% il deficit, 0,6% il pil)e trovate le coperture per disinnescare i 23 miliardi di iva, è ancora tutto da decidere come raggiungere quei saldi. Dunque il vertice è solo una scusa. O meglio, un contentino. Lo ha preteso Di Maio, per esercitare il potere della “sua” maggioranza relativa. Conte glielo concederà, probabilmente stasera. Ma la Manovra non dovrà tornare in Consiglio dei ministri per il semplice motivo che è stata approvata “salvo intese”. E che le modifiche, che ci saranno, saranno oggetto degli emendamenti che saranno presentati durante l’iter parlamentare.   

I paletti di M5s

Sono quelli noti e che già hanno tenuto banco tra le 23 e le 5 del mattino nel Consiglio dei ministri nella notte tra martedì e mercoledì. Di Maio ieri li ha messi in fila in un lungo blog di toni assai ultimativi.  Sono tre punti “imprescindibili” su cui chiede la verifica di maggioranza: il carcere per i grandi evasori (oltre i centomila euro, pare) insieme con la confisca di beni per un valore superiore alla cifra evasa; l’abbattimento subito delle commissioni bancarie sui pagamenti elettronici; giù le mani dell’aliquota del 15% per la partita iva fino a 60 mila euro di fatturato. Matteo Renzi, dopo aver chiarito che, per quello che riguarda lui e il neonato partito, la legislatura andrà avanti fino al 2023 in modo di eleggere un Capo dello Stato europeista e non sovranista come accadrebbe se le destre prendessero il potere, mette sul tavolo alcune proposte. “Idee e non ultimatum” precisa nell’intervento di chiusura a cui hanno assistito 10 mila persone che hanno trovato posto dentro la Leopolda e altre duemila fuori davanti ai maxi schermi. “Conte - aggiunge - dovrebbe ringraziare perchè noi in questo modo riconosciamo al governo il primato di fare politica”. 

… e di Italia Viva

Iv vorrebbe togliere di mezzo Quota 100 e dedicare quei soldi, circa 14 miliardi dei 20 previsti in tre anni e di cui 6 già spesi, ad abbassare le tasse sul lavoro, per la famiglia e i giovani. Aiutare milioni di italiani e non “solo” i 200 mila pensionati destinatari di Quota 100.  Renzi ha già messo in conto che questa è una battaglia persa, che neppure sarà iniziata. L’altro fronte è quello delle tasse. “Italia viva - rivendica Renzi - è contro l’aumento delle tasse per fare cassa”. E mette a disposizione “una squadra di 5 professionisti che faranno un taglio di 5 miliardi di spesa intermedia (quella per il funzionamento dei ministeri, ndr) in due anni. Aumentiamo l’efficienza dei servizi e non le tasse”. Il leader di Iv ha dato numeri utili per orientarsi nel libro sacro del paese, il bilancio. Ad esempio colpisce che gli anticasta per eccellenza, i taglia poltrone, cioè 5 Stelle, in un anno e mezzo al governo abbiano aumentato la spesa intermedia di 14 miliardi. Soldi che devono essere recuperati subito. Italia viva offre una ricetta anche per combattere l’evasione fiscale che non sono le multe a chi non ha i pos, le lotterie o gli incentivi a chi usa le carte (tutti previsti nel dl fiscale). Serve un fisco amico e telematico che aiuta avvisa, ricorda con notifiche va telefonino. Semplice. Il problema “non son i contanti ma le detrazioni fiscali”.  A Conte che si erge paladino all’evasione fiscale e ne ha fatto la cifra della “sua” manovra, Renzi ricorda che “fatturazione elettronica, la dichiarazione precompilata, la cedolare secca sugli affitti, lo scontrino elettronico, sono nate negli anni ai tavoli della Leopolda”. Tutte buone prassi introdotte con i governi Renzi e Gentiloni e che a maggio scorso, grazie a 15 miliardi recuperati, ha evitato all’Italia la procedura d’infrazione a maggio scorso. Renzi poi ha chiarito che mai Italia viva strizzerà l’occhio ai giustizialisti. Rispetto della magistratura Sì, mai fan delle manette. Sarà la giustizia il fronte più difficile su cui trovare sintesi all’interno della maggioranza. Anche il Pd non ama le manette. Meno che mai se sbandierate perchè identitarie. 

L’Opa sul Pd sulle orme di Macron

Zingaretti e il Nazareno, forse meno Franceschini, si sono innervositi quando Renzi dal palco della Leopolda ha lanciato l’opa anche sul Pd. “Il Pd - ha chiarito Renzi con molta calma - è stato casa mia anche se per sette anni ogni mattina il primo problema è stato difendersi dal fuoco amico e la sera del referendum molti hanno brindato contro di me”. Quindi stessa casa di origine ma poi strade diverse.  “Per noi ad esempio non è concepibile un’alleanza politica strutturata con in 5 Stelle e teniamo molto agli ideali liberali, riformisti e democratici”. I ringraziamenti al sindaco Nardella che se n’è fregato dei diktat dall’alto che suggerivano di evitare la Leopolda e “l’appello a due amici, Dario Franceschini e Nicola Zingaretti (“facciamo partire i lavori già stanziati e finanziati sull’Isola dei Ventotene e mandiamo avanti la costruzione di una Scuola europea denso il carcere del confino”)” hanno fatto scattare una lunghissima standing ovation. Il popolo della Leopolda, consapevole della scissione avvenuta col Pd, è molto attento a non voler distruggere il Pd. “Non si costruisce nulla sulle macerie” e “no attacchi al Pd ” sono frasi ascoltate spesso nelle lunghe file ai bar della Leopolda. Ma gli applausi più lunghi e sentiti Renzi li ha presi quando si è rivolto “a tutti quelli che non sono venuti: noi intanto andiamo, il progetto è simile a quello di Macron (che ha divorato la sinistra francese, ndr), se poi ci volete raggiungere sarete sempre i bene accetti”. E quando, in chiusura, ha citato Aldo Moro: “Se vogliamo essere presenti, dobbiamo essere per le cose che nascono anche se hanno contorni incerti, e non per le cose che muoiono, anche se vistose e in apparenza utilissime”. 

Quella su Fi

In questi giorni alla Leopolda era in voga un gioco di parole: “Forza Italia Viva…”. Nella crasi tra Forza Italia e Italia Viva c’è buona parte del senso dell’Opa lanciata da Iv su Forza Italia. Quella che non è voluta andare nella piazza San Giovanni a fare da comparsa al leader unico Matteo Salvini e che non vuole avere a che fare con le posizioni sovraniste, populiste, nazionaliste della Lega e di Fratelli d’Italia.  L’ala moderata in FI è in fibrillazione. “A chi crede che c’è spazio per un'area liberale e democratica dico venga a darci una mano. Italia Viva è aperta” ha spiegato l'ex segretario dem alla Leopolda. La campagna acquisti sarebbe in corso non solo in Parlamento e negli enti locali ma anche in Rai (si parla di contatti con il consigliere Borioni). A palazzo Madama sarebbe e non solo da oggi aperto un dialogo con alcuni esponenti azzurri. Girano i nomi di alcuni senatori, tra cui Causin, Dal Mas, Berardi, della senatrice Masini e del senatore eletto all'estero Fantetti. Alle sirene renziane Mara Carfagna continua rispondere “mai, grazie”: “Non siamo in cerca di nuovi approdi nè di nuovi padroni”. Renata Polverini si è al momento autosospsesa da Forza Italia per il malessere rispetto a Salvini. 

Teresa e quei sassolini tolti dalle scarpe

Certo poi le tensioni col Pd hanno una parte ancora enorme di irrisolto. Anni difficili quelli passati, non ci sono dubbi. L’opa di Renzi è stata presa malissimo al Nazareno dove persiste l’azione denigratoria nei suoi confronti: “il bullo”, “s’è fatto il partito per contare e comandare”; “i quattro gatti della Leopolda”. Anche se prima del distacco vero e proprio c’è stato chi lo aveva esplicitamente invitato ad andarsene come ad esempio Bettin, primo consigliere di Zingaretti. In effetti ieri i siluri più micidiali li ha tirati il ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova denunciando “la guerra per bande” dentro il Pd che “ci ha costretto a guardarsi le spalle ogni momento del giorno”. Da tempo Bellanova, che ai tempi dei governi Renzi e Gentiloni è stata sottosegretario allo Sviluppo economico, sentiva di doversi togliere fastidiosi sassolini dalle scarpe.   Ci andò molto vicina quando un anno e mezzo fa fu bocciata la sua candidatura a segretario: il suo non poteva essere “il profilo adatto”. E dire che invece la sua storia personale potrebbe essere un romanzo. Nel suo acclamatissimo intervento, Bellanova ha oggettivamente “fatto male” almeno tre volte. Parlando di Italia Viva l’ha descritta come “la vera casa dei riformisti, una casa larga, dove se arriva un ragazzo che ha il dono della leadership gliela si lascia esercitare e non gli si tira addosso ogni giorno qualcosa”. Poi quel riferimento alla “guerra per bande” che sarebbe stata il pane quotidiano dentro il Pd. E, infine, l’allusione al fatto che “il Pd non è mai nato perchè mai c’è stata la fusione tra i due partiti, Pd e Margherita. Non è un caso che abbiano sempre tenuti separati i rispettivi patrimoni”. Zingaretti ha accusato Bellanova di “aver fatto una brutta gaffe perchè bisogna ricordare cosa sono state nel nostro paese le bande armate…”. La convivenza tra Pd e Italia viva è destinata se non a complicarsi almeno ad andare avanti. Per tutta la durata dei voti regionali. Si comincia domenica, in Umbria. Si va avanti fino a maggio con nove regioni alle urne. Quando appunto, secondo la visione di Renzi, ci sarà un nuovo big bang.