La maggioranza, Pd in testa, isola Renzi. La caccia agli ex Responsabili è cosa fatta

Se tutto va bene non servirà neppure dare vita al Conte ter, basterà rimpastare il Conte due, che diventerà Conte due bis e senza neppure le dimissioni del premier o la crisi formale

Matteo Renzi - Foto Ansa
Matteo Renzi - Foto Ansa

“Se tutto va bene non servirà neppure dare vita al Conte ter, basterà rimpastare il Conte due, che diventerà Conte due bis e senza neppure le dimissioni del premier o la crisi formale” assicura un big dem avvezzo di governi fatti e disfatti o, appunto, di governi da fare o rifare: “Conte, che ha preso l’interim del ministero dell’Agricoltura (per quello della Famiglia non occorreva neppure prendere l’interim, trattandosi di delega ad hoc di palazzo Chigi), redistribuirà le deleghe delle due ministre e dell’ex renziano Scalfarotto (sottosegretario all’Estero, ndr.) ai Costruttori e, dopo il voto di fiducia, andrà avanti come se nulla fosse stato”.

I dem hanno seguito anche la partita della richiesta delle opposizioni al premier di “venire in Aula al più presto” e quella, simultanea, di Conte di “andare in Aula alla conte”, con il beneplacito, per quanto sofferto e poco convinto, arrivato dal Colle che ha avallato a fatica una tale mossa.

“Quello che abbiamo capito – spiega un deputato dem esperto di diritto costituzionale, ma non è Stefano Ceccanti – “è che ,sulla base del principio di alternanza, la verifica del rapporto fiduciario partirà dalla Camera perché l'ultima votazione fiduciaria si è svolta in Senato, anche se la presidente Casellati voleva che si votasse prima al Senato con l'argomento – fondato e ragionevole - che il dubbio sui numeri per il governo era lì dentro, da lei, al Senato”.

La fiducia a Conte si vota alla Camera, poi al Senato

Una decisione così importante sembra (ed è) tecnica, ma non è neutra politicamente perché il governo arriverà al Senato dopo aver vinto e non di poco la sfida alla Camera.

E’ evidente che i gruppi di maggioranza vogliono il voto di fiducia perché sono convinti di avere i voti anche in Senato. In particolare, varie voci accreditano circa 6 dissidenti di Iv al Senato. Nel caso in cui ci sia tra loro Nencini verrebbe meno il fondamento del gruppo di Iv perché il Psi ha avuto eletti in Parlamento e al senato c'è quel requisito politico.

La posizione del Colle e lo scostamento di bilancio

Non è chiaro però che fine farebbe, così, la votazione sullo scostamento di bilancio varato ieri in Cdm (34 mdl), che va messo in sicurezza e votato a maggioranza assoluta, ma si dice che il Quirinale pensi questo: se il governo dovesse diventare dimissionario perché battuto alle Camere e non si fosse votato prima lo scostamento a quel punto non si potrebbe più votarlo perché per farlo serve un governo in carica e non un governo dimissionario. Traduzione dal ‘quirinalese’: quindi chi vota contro il governo sulla fiducia blocca, come in un gioco a catena, anche lo scostamento. Insomma, l’arma di pressione del Colle sarebbe di dire ai ‘Costruttori’: votate per Conte e puntellate il suo governo o l’Italia va in crisi politica, dopo pandemica ed economica, ma c’è anche chi dice, invece, che il Colle non abbia affatto apprezzato l’intendimento e l’intestardirsi del premier nel chiedere, pretendere e ottenere la ‘conta’ in Aula e, soprattutto, passando per un traumatico voto di fiducia. Atto che, in Italia, ha fatto solo Prodi, e per ben due volte, peraltro fallendo l’obiettivo in entrambe le occasioni.

Il Pd va contro Renzi in modo massiccio: “Ora basta”

“Abbiamo voltato pagina”. Il Partito democratico taglia i ponti con il suo ex segretario. La base “in rivolta” – così assicurano dal Nazareno, ma esiste ancora la ‘base’ del Pd? - e la sorpresa per aver sentito Matteo Renzi respingere con toni sprezzanti l'ultima mediazione che il Colle, il Pd, persino Conte e i 5Stelle gli offrivano, compattano i dem.

Il segretario, oltre a negare secco ogni ipotesi di governo “con le destre sovraniste, trumpiane e anti-europee”, parla rispetto a Renzi di “inaffidabilità politica” al presente, ma destinata a mostrarsi in futuro “in qualsiasi scenario si possa immaginare e in ogni nuova possibile ripartenza”. Una porta chiusa in faccia e la negazione di ogni alleanza – sul piano politico nazionale come su quello locale – con Iv.

Fare ‘terra bruciata’ intorno a Renzi e ‘derenzizzare’ Iv

Il leit motiv, dunque, è fare ‘terra bruciata’ intorno a Renzi e, contemporaneamente, tentare in Parlamento un'operazione che fino a ieri sembra avere dell'impossibile: ‘derenzizzare’ Italia viva, mandare il leader all'opposizione (“Toglierselo dalle palle” il virgolettato politically incorrect) e offrire un futuro da 'costruttori' a parte dei suoi, ottenendo il doppio vantaggio di indebolire (definitivamente) il senatore di Rignano e garantire al Conte ter una maggioranza più stabile per numeri e nomi.

Sulla linea di Nicola Zingaretti stanno tutti, da Dario Franceschini al leader della minoranza, Lorenzo Guerini, ma con una differenza non da poco: Zingaretti (e, soprattutto, Andrea Orlando) non disdegnano, come seconda carta a disposizione, ove mai Conte perdesse la conta in Parlamento, la possibilità del voto anticipato, dietro le insegne di una lista Conte e alleati con i 5Stelle (così li consiglia il ‘consigliori’ Goffredo Bettini) mentre Franceschini e Guerini appoggerebbe anche altri governi (a guida Pd, cioè di uno dei due di loro stessi) o istituzionali che traghettino il Paese al 2023, come chiede il Colle, senza alcuna ‘avventura’ verso il baratro del voto e mettendo ‘in sicurezza’ la legislatura e anche il prossimo Capo di Stato.

I distinguo (Marcucci, Orfini) sono sempre più deboli

Ma i distinguo palpabili, all'indomani della rottura con Renzi, sono solo una sfumatura, come quelli che si notano nelle dichiarazioni di chi, come Andrea Marcucci (ex renziano e ultimo dem in carica ancora in feeling con Renzi), fino all'ultimo non vorrebbe negare il varco a “ripensamenti” sulla via di una – ormai impossibile – ricomposizione della maggioranza di governo quadripartita.

Anche la minoranza guidata da Matteo Orfini auspica che si possa ‘tenere’ dentro Iv, pur se insieme allargando la maggioranza ai responsabili contiani, con una mossa che sminerebbe Renzi rendendolo “non più indispensabile”, ma è ovvio che le due operazioni non stanno insieme tra di loro. “L'opzione Orfini”, però, anche altri dem l’avrebbero caldeggiato, nelle prime ore dopo la rottura. Ma nel day after della rottura diventa poco più di un debole flatus voci. “A questo punto o 'C', o 'C'…”, cioè o un governo Conte sostenuto dai responsabili, o un governo Cartabia che traghetti l'Italia alle elezioni anticipate a giugno, sono le due uniche alternative che si vedono a sera in casa dem.

“Conte ter senza Iv oppure elezioni”, dice il Nazareno

Il voto non è un auspicio, ma sarebbe l'esito drammatico della rottura. Perché il Pd fa sapere in modo netto e fermo – almeno fino a domani mattina, si capisce…. - che non sosterrebbe un governo di larghe intese con la destra: lo dice Nicola Zingaretti all'ora di pranzo, nel riunire l'ufficio politico del Pd (segreteria, ministri e capigruppo), quello che ormai è diventato il ‘gabinetto di guerra’ di casa dem.

E anche un governo a guida dem (si parla, da giorni, di Franceschini o Guerini) “sarebbe un'ipotesi dell'irrealtà”, come invita a fare Renzi, secondo la tesi del Nazareno perché i Cinque stelle non lo sosterrebbero. Dunque, già in tarda mattinata arriva il via libera: se si paleserà da qui a lunedì, e “alla luce del sole” un nuovo gruppo che sostenga il governo “europeista” di Conte in Aula, ben venga. “Non c'è da vergognarsene”, dice candido Dario Franceschini, che fino all'ultimo ha tenuto un canale aperto con Renzi, ma che ora “lo vuole vedere morto forse pure più di Zingaretti perché se tutto precipita smette di fare il ministro oggi e di poter aspirare al Colle domani” fa, maligno, un ex renziano. Un ruolo, quello di Franceschini, fondamentale e cruciale: la ‘pratica’ della ricerca dei Costruttori è stata tolta dalle mani di Conte (e della coppia Mastella) e passata nelle sue, cioè di uno che “quando c’è da giocare sporco lo sa fare”. Inoltre, anche i parlamentari della sua Area Dem sentenziano che “ormai è troppo tardi per ricucire” e la stessa cosa pensano gli ex renziani di Base riformista.

La caccia ai ‘Costruttori’ è nelle mani di Franceschini

Più che sui ripensamenti dell'ex premier e su una sua riconciliazione (ormai impossibile) con Conte, è sui ritorni a casa di deputati e senatori di Iv che si scommette in queste ore nei gruppi parlamentari dem. Concordano gli ex renziani: “stiamo lavorando per non far cadere il governo”. Sono loro, gli esponenti di Base riformista, area Lotti-Guerini, i più spiazzati dall'ex leader e anche i più delusi: “Incredibile che abbia giocato così questa mano di poker, ha fatto avvitare la crisi ma così si è infilato in una buca anche lui”. L’invito dei dem, però, è alla massima cautela.

La partita dei ‘Responsabili’ non è chiusa, sottolineano al Nazareno. Ed è questa l'ultima scommessa di Renzi, e cioè che l'operazione di Conte fallisca e apra la strada a un nuovo premier. Sembra un azzardo, nelle ore in cui i ‘Responsabili’ alias Costruttori iniziano a palesarsi, a partire da Riccardo Nencini, che a Renzi ha ‘prestato’ il simbolo del Psi per formare il gruppo di Iv al Senato. Lo spauracchio, già si beano gli avversari, è che Nencini glielo tolga così l'ex premier finirebbe nel gruppo Misto dove sarebbe la capogruppo – l’arcigna e tignosa Loredana de Petris di LeU – a decidere quanti minuti Renzi può parlare.

Il giocatore di poker e leader di Iv lancia il ‘controbluff’

Ma Renzi è e resta un vero e abilissimo giocatore di poker che, se l’altro avversario chiama ‘buio’ senza avere il punto in mano prima ancora di andare a ‘vedere’ il buio fa bluff e controbluff per saggiarne la tempra e fargli saltare i nervi.

Il leader di Iv nella giornata di ieri si fa vedere a una riunione in videoconferenza con i senatori Iv, e dice ai suoi: “Si stanno giocando il tutto per tutto. Se vincono martedì avranno 161 o al massimo 163 voti (cioè sul filo della maggioranza assoluta, ndr.) e nascerà il governo Conte-Mastella. Se perdono dovranno tornare a parlare con noi”.

“Bene, ora vedremo in Parlamento chi ha azzeccato i conti” sorride Matteo Renzi mentre gli passano le veline di Chigi (e del Pd) che garantiscono una maggioranza ‘certa’ (cioè politica e non solo numerica) che, al Senato, vuol dire superare quota 161 voti, il cosiddetto ‘quorum del plenum’.

“Quello di Conte, ragiona Renzi con i suoi, “è un azzardo. Non hanno i numeri. Si fermano a 151, altro che 161!”. In casa di Italia Viva ci si prepara al redde rationem cercando di non perdere lo spirito con il quale sono state prese le ultime decisioni: “Abbiamo posto dei problemi politici, di merito e di metodo, e ci hanno risposto con il mercimonio delle poltrone” – sbotta Renzi – “Ne prendiamo atto. Se vincono avranno una maggioranza risicata. Se perdono Conte andrà a casa e si farà una maggioranza senza di lui”.

Renzi isolato e asserragliato assicura ai suoi: “ho le V2”

Il leader di Iv appare, agli occhi di un dem che ama particolarmente la Storia, “come Adolf Hitler che, asserragliato nel suo ultimo bunker, mentre Berlino bruciava tra le fiamme e l’esercito sovietico faceva strage di soldati nazisti ragazzini assicurava e realmente riusciva ad ammaliare i suoi ultimi, e fedelissimi, gerarchi di avere in mano, oltre alle V2, ‘l’arma segreta finale’ con la quale avrebbe vinto la guerra e imposto la pace separata agli alleati in nome del comune pericolo, la lotta ai bolscevichi”.

Al di là dei paragoni storici aulici, i renziani ci ‘credono’ ancora, al loro leader, anche se non si sa per quanto ancora. “Ma siamo proprio sicuri – si chiede poi un big renziano, pasdaran della prima ora - che il Colle sia soddisfatto e contento che Conte abbia deciso non solo di andare alla conta al Senato, ma di volerlo fare subito, in pochi giorni, senza prima mettere in sicurezza scostamento di bilancio, decreto Ristori e altri provvedimenti? Soprattutto chiedendo e ottenendo non un semplice voto, via risoluzioni, sulle sue comunicazioni, ma strappando un drammatico voto di fiducia sul suo governo e sul suo operato?”. Una domanda che si fanno non solo i renziani, i più interessati a una risposta negativa (“No, il Colle non è affatto contento”).

Il firestorm lanciato contro Renzi è stato pesantissimo

Certo è che il firestorm – per non parlare di quello che si è scatenato sui social, dove Renzi è veramente più che avversato: è letteralmente odiato - che a partire da ieri è precipitato sulle loro teste, soprattutto da parte dem, oltre che di M5s, LeU, più altre piccole frattaglie di gruppi minori, ha impressionato molto, ma in negativo, i renziani. Renzi e i colonnelli ostentano sicurezza, ma sono scossi. Il leader di Iv ieri ha riunito i gruppi parlamentari: la riunione dei trenta deputati renziani è andata discretamente (“Al massimo ne perdiamo due o tre” ammette sconsolato un colonnello di Iv), ma paradossalmente quella del gruppo al Senato è andata anche meglio. “Non ne perdiamo nessuno”, giurano e spergiurano fonti renziane, cercando di ribaltare il mainstream che sparge, e a piene mani, il Pd (“Almeno in cinque/sei molleranno Renzi, forse otto”). E lo stesso Renzi ha caricato così i suoi 18 senatori: “Dobbiamo essere compatti come una falange macedone. E lo siamo. Ci stanno attaccando da tutte le parti, ma siamo persone libere che le poltrone le lasciano, non le prendono”. In verità, che “neppure un senatore” sia tentato dalla fuga verso il mondo – e il nascituro gruppo – dei Costruttori (ex Responsabili), è pretendere troppo da chi non è, di suo, un ‘cuor di leone’.

I senatori di Iv non sono ‘cuor di leone’. Il caso Nencini

Si parla di almeno un paio di senatori sul punto di lasciare, ma per il Pd sono molti di più (“cinque o sei, forse otto”): almeno due sarebbero quelli sicuri (Vono e Conzatti, Conzatti e Cucca, forse solo Conzatti, ex forzista) mentre Parente e altri hanno smentito e altri restano muti e silenti. Poi, da due giorni, è scoppiato il caso tormentone Nencini. Riccardo Nencini – toscanaccio e socialista nel midollo, ghibellino quanto Renzi è guelfo, una passione antica per i libri, per la storia, per il gusto della battuta sapida e salace – non solo fa parte del gruppo di Iv, ma ne è la ‘madre’ almeno quanto Renzi ne è il ‘padre’: senza di lui il gruppo stesso di Iv non sarebbe mai nato. E’ stato Nencini a prestare a Renzi il simbolo del Psi, di cui era segretario quando si sono tenute le elezioni e che lo ha visto ottenere lo scranno di senatore grazie a un collegio toscano blindato che ai tempi Renzi, in qualità di segretario del Pd, gli diede.

Insomma, è solo grazie a Nencini se il gruppo di Iv esiste. Solo che Nencini, da mesi in sofferenza di visibilità e in contrasto di linea politica, rispetto al governo Conte, con Renzi, ieri sembrava sul punto di mollare Renzi per sempre. Il senatore Nencini, infatti, firma una nota, con l’attuale segretario socialista, Enzo Maraio (giovane e vicino al Pd), dai toni che sembrano ultimativi ma sono solo ambigui: “Vogliamo essere Costruttori, ma costruendo l’unità del centrosinistra”. Nota che nel Pd interpretano come un “Nencini ha tradito Renzi, tempo due giorni e gli fa crollare il gruppo, così noi lo riaccogliamo a braccia aperte dentro il governo (Nencini è stato viceministro alle Infrastrutture, ndr.), se lui manda all’aria l’intera operazione di Renzi”.

Tra i socialisti, invece, le sue parole le traducono così: “Siamo in contatti con entrambe le parti, Renzi e Zingaretti, per cercare una ricomposizione dentro la maggioranza, ma non lasciamo il gruppo di Iv né togliamo il simbolo a Renzi per un posto al governo, ma chiediamo pari dignità a tutti”.

Renzi, alle brutte, ha già pronta la contromossa: “un gruppo di senatori provenienti da Forza Italia e dal Misto che viene con noi, in Iv, così il nostro gruppo supera i 18 senatori…”. Sarà, si vedrà, né ci vorrà molto: l’appuntamento, in Senato, è fissato per martedì mattina. Una frase detta da Renzi ieri in tv è cruciale: “Conte ha preteso la conta in Parlamento. Bene. Lo aspettiamo qui, è la democrazia, bellezza. Se arriva a 161 governa, ma bisogna vedere come, se non arriva a 161 nascerà e si farà un governo diverso, con un altro. Certo non si va alle elezioni, si vota nel 2023”.

Nei gruppi parlamentari di Iv trapelano dei ‘cedimenti’

Ma Renzi si sarebbe comunque detto ‘stupito’ della virulenza, pesantezza e cattiveria degli attacchi dei dem, ma chi tiene i contatti con lui gli ribatte che era stato avvertito. Intanto, nei gruppi di Iv inizia a trapelare più di una preoccupazione. E se nelle riunioni nessuno, tra deputati e senatori, si smarca apertamente, a taccuini chiusi qualcuno di loro inizia a far trapelare distinguo, mal di pancia, ripensamenti. “Avevamo avvertito Renzi anche di questo”, dice con tono grave un esponente Pd. Si parla di divisioni anche tra i dirigenti, ma il coordinatore Ettore Rosato smentisce. Nei prossimi giorni qualcuno potrebbe bussare alla porta dei gruppi dem, qualcun altro andare dritto dritto nei Responsabili. “Almeno tre, forse cinque” dicono al Senato. Il varco questa volta, per Renzi, è strettissimo. Solo se riuscirà a sconfiggere Conte e tenere insieme i suoi, può sperare di vincere la sua scommessa e riaprire la partita.

Non solo Conte, ma anche il Pd, si affida ai ‘Costruttori’

La carta – della responsabilità o dell’irresponsabilità che sia – dell’affidarsi ai 'costruttori', però, è una scommessa che presenta, a sua volta, dei rischi, opposti e simmetrici a quelli sui quali ha scommesso Renzi che crede che fallirà. Ecco perché, per il Nazareno, che ha messo in mano la ‘pratica’ a Franceschini, alcuni paletti ben saldi restano. Impossibile mettere in piedi il terzo governo della legislatura in mano a ‘responsabilità individuali’: serve un gruppo strutturato, che costituisca una nuova anima della maggioranza e la metta al riparo da turbolenze e scossoni fino al 2023. Come ha detto ieri sera, parlando al Tg2, Goffredo Bettini, “Conte, nel suo discorso alle Camere, si appellerà, e lo farà alla luce del sole, in modo limpido, ai parlamentari di ogni schieramento che si sentono filo-europeisti e filo-atlantici, oltre che liberali e moderati, per costruire una nuova maggioranza di governo. E io credo – assicura Bettini, il quale però fino a ieri ‘scommetteva’ sulla pace con Renzi… – che il suo appello sarà accolto”.

Il Pd cerca ‘costruttori’ “liberali, moderati, europeisti”

In ogni caso, gli sherpa dem di rito franceschiniano (e gueriniano) che lavorano al dossier si mostrano ottimisti: la strategia dovrebbe essere quella di mettere insieme una decina di senatori, ‘pescando’ tra i centristi di FI in via di fuga da un centrodestra a trazione salvinian-meloniana, il gruppo Misto (specie dentro il pattuglione di ex grillini che, una volta andassero a casa, nessuno rieleggerebbe più…) e il Maie, cioè il sottogruppo degli Italiani all’Estero guidato dal sottosegretario Riccardo Merlo, sfruttandone il simbolo (ne serve uno depositato alle scorse elezioni e con eletti), ma anche delle Autonomie (dove siedono le minoranze linguistiche, ma pure senatori a vita e senatori indipendenti) per poi ‘bussare’ alla porta dei renziani con un messaggio chiaro che suonerebbe più o meno così: “La maggioranza ce l'abbiamo anche senza di voi. Volete continuare a farne parte?”. La garanzia di vincere la scommessa, ovviamente, non c'è. I dem intendono spendersi responsabilmente al fianco del premier, ma ragionano anche su altri scenari, nel caso la ‘conta’ di Conte dovesse andar male. A quel punto, per il Nazareno, o almeno per Zingaretti, il rischio che si arrivi al voto anticipato a giugno non è da escludere, anzi.

“O ‘C’ o ‘C’. La sola alternativa a Conte è la Cartabia”

Il nome di Marta Cartabia è quello che viene fatto per guidare un esecutivo elettorale che porti l’Italia alle urne, nonostante le difficoltà di portare il Paese a elezioni anticipate in piena epidemia, gesto che non sarebbe capito. Certo, i sondaggi attuali confortano: garantirebbero al Pd di perdere meno parlamentari di quanto non farebbero gli altri gruppi, nonostante la riduzione degli eletti dovuta al taglio dei parlamentari, grazie a un accordo pre-elettorale con LeU a sinistra e democratici-moderati al centro per dare vita a un mega ‘listone’ di centrosinistra, un Pd ‘allargato’.

Non solo, ma a quel punto Conte assumesse la guida del M5S, o anche solo con una lista sua (la quale, però, come dice oggi un sondaggio pubblicato su Quotidiano Nazionale i voti al Pd li toglie e non li aggiunge…) e si riuscisse a dar vita a un'alleanza non solo elettorale ma ‘con una visione di Paese’ tra Pd-centrosinistra+M5a+Conte, c'è chi non esclude di potersi giocare la partita con il centrodestra. Fantapolitica, certo, almeno per ora. Anche perché se invece i pentastellati, messi di fronte al ‘baratro del voto’, dovessero decidere di abbandonare Conte (ma solo a patto di non perdere troppi parlamentari nell'operazione), il Pd potrebbe pensare di mandare un proprio uomo a palazzo Chigi. Anche in questo caso, periodi ipotetici (ancora) troppo irreali, ma la politica - si sa - è l'arte del possibile.