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[L’analisi] L'inedita coppia Macron-Conte. Ora l'asse anti-austerity europeo è davvero possibile

A sorpresa, il neo-premier Conte, alla guida del primo governo “populista” dell'Eurozona, come è stato universalmente ribattezzato dalla stampa internazionale, potrebbe aver trovato già un solido alleato al di là delle Alpi

[L’analisi] L'inedita coppia Macron-Conte. Ora l'asse anti-austerity europeo è davvero possibile

Se Berlino non brinda e Francoforte ostenta un gelido distacco, Parigi osserva ed annuisce: ora con Roma può davvero nascere l’asse anti-austerity europeo. A sorpresa, il neo-premier Conte, alla guida del primo governo “populista”dell’eurozona, come è stato universalmente ribattezzato dalla stampa internazionale, potrebbe aver trovato già un solido alleato al di là delle Alpi. E che alleato: niente di meno che il campione dell’europeismo delle riforme, Emmanuel Macron. Nel nuovo esecutivo euroscettico, infatti, il presidente francese potrebbe avere la sponda perfetta per costringere Berlino a concedere più flessibilità. Mentre per Roma quella con l’Eliseo sarebbe un’alleanza preziosa per uscire dall’isolamento, che ricondurrebbe il dibattito sull’euro nell’alveo istituzionale del processo di riforme attualmente in atto nell’UE.
Un’operazione perfetta dunque, la cui gestazione era probabilmente in corso da tempo, ossia da quando il M5S, orfano dell’alleanza col defunto gruppo parlamentare dell’Ukip a Bruxelles, ha iniziato a valutare l’ipotesi di nuove geometrie nel segno della flessibilità e di un’Europa più equilibrata proprio con il raggruppamento di “En Marche”.

Ma c’è anche un altro indizio, che rivela proprio come fin dall’inizio il tentativo del governo giallo-verde fosse quello di impostare, con Paolo Savona all’Economia, un’asse europeista ed anti-austerity insieme a Parigi. E’ stato proprio il professor Savona a rivelarlo, nella famosa lettera in cui-dopo il suo siluramento- lamentava il torto subito dal presidente Mattarella: “l 28 e 29 giugno si terrà un incontro importante tra Capi di Stato a Bruxelles: chi rappresenterà le istanze del popolo italiano?”, scriveva il professore. “Non potrà andarci Mattarella, né può farlo Cottarelli. Se non avesse avuto veti inaccettabili, perché infondati, il Governo Conte avrebbe potuto contare sul sostegno di Macron, così incanalando le reazioni scomposte che provengono dall’interno di tutti indistintamente i paesi-membri europei verso decisioni che aiutino l’Italia a uscire dalla china verso cui è stata spinta”.

Il presidente francese del resto, portabandiera riconosciuto del rilancio dell’idea di Unione proprio durante la recente premiazione ad Acquisgrana che gli ha assegnato il premio “Carlo Magno” in qualità di campione delle riforme europee se da un lato non aveva avuto parole tenere contro i venti populisti nel vecchio continente -con un chiaro riferimento anche all’Italia- nondimeno aveva criticato apertamente l’atteggiamento della Germania, invitandola ad abbandonare il “ feticcio del surplus di bilancio e commerciale. Perché a farne le spese sono gli altri”. La faglia nell’asse franco-tedesco è andata dunque via via approfondendosi, rivelando differenze notevoli sulla “vision” europea fra Parigi e Berlino. Se infatti Macron chiede più integrazione, con un bilancio ed un ministro delle Finanze comuni, e più flessibilità per gli investimenti, magari ridiscutendo quel tetto del 3% fissato per il deficit, Merkel frena vistosamente, non intendendo abdicare all’egemonia finanziaria che garantisce il surplus annuale tedesco, e preferendo un’eventuale trasformazione del fondo Salva-Stati in una sorta di Fmi europeo.

Nonostante il rapporto “dialettico” fra Italia e Francia su diversi fronti internazionali (dalla presenza in Libia alla gestione dell’emergenza migranti, all’impegno in Africa Centrale, fino alla vicenda Fincantieri), per un singolare allineamento di fattori ora Parigi e Roma si ritrovano ad avere obiettivi convergenti sulla politica estera europea: entrambe intendono allentare i parametri di Maastricht e convincere Berlino, se non ad aprire agli Eurobond, a fare qualcosa per diminuire il suo enorme surplus commerciale nei confronti dei partner europei.

Ecco perché ora il presidente francese apre una linea di credito al Movimento Cinquestelle, che dall’ascesa di Di Maio in poi non viene visto più come un partito euroscettico tout court, ma come una forza post-ideologica che proprio come En Marche legittimamente aspira ad un Europa diversa, e con cui è possibile dialogare. In nome di questa visione comune il “liberal” Macron è disposto a chiudere un occhio persino sull’ alleato scomodo grillini, quel Matteo Salvini che mantiene ben saldo il legame della Lega con la destra populista di Marine Le Pen in Europa. Ma Roma è lontana da Bruxelles, e dall’Emiciclo i contorni di alleanze ed equilibri nazionali si fanno più sfumati. Già si intravvede in filigrana la trama di una strategia che per le prossime elezioni europee vedrà nascere, con ogni probabilità, il nuovo asse post-ideologico e post-novecentesco dei nuovi partiti filo-europeisti. Per il M5S sarà la celebrazione definitiva dello sdoganamento, che forse –se En Marche saprà contenere e temperare il turboliberismo al suo interno- aprirà la via anche ad una saldatura politico-programmatica con il movimento di Macron. In quel caso, per il PD si aprirebbe una traversata nel deserto molto più lunga e difficile di quanto non lascia intravvedere l’orizzonte indefinito del prossimo congresso.

 

Paola Pintusdi Paola Pintus, esperta di esteri   
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