La notte del “Gran Consiglio” grillino non porta le annunciate scissioni ed espulsioni

Congelato al momento lo scontro Conte-di Maio. Il leader ha messo tre condizioni: no alle armi; Di Maio traditore e quindi da espellere, no al terzo mandato

Luigi Di Maio, attuale ministro degli Esteri (Foto Shutterstock)
Luigi Di Maio, attuale ministro degli Esteri (Foto Shutterstock)

Nessuna scissione. Nessuna espulsione. Al momento almeno. Tutto congelato. Solo un “forte rammarico” da parte del leader ne confronti del “suo” ministro di punta che ha osato accusare il Movimento di tradire la linea del governo in politica estera. Così all’una di notte Giuseppe Conte ha salutato i membri del Consiglio nazionale e ha chiuso una giornata, domenica, che era iniziata con i suoi dioscuri - Gubitosa e Ricciardi - a spiegare sui giornali perchè Luigi Di Maio andava espulso dal Movimento e perchè di questo si sarebbe occupata l’assemblea convocata per la sera. Sarebbe meglio dire la notte: nella sede in via Campo Marzio i lavori sono iniziati alle 22 e terminati oltre l’una di notte. Ora, anche qui: non è rispettoso del paese e della sua stabilità politica  che la forza di maggioranza relativa in Parlamento, come Conte tiene sempre a ricordare, si autoconvochi alle 21 di domenica sera per una decisione che potrebbe avere conseguenze sulla maggioranza. 

Nel mirino

L’ex capo politico è dunque ufficialmente nel mirino di Conte e braccio operativo creato a sua immagina e somiglianza: il Consiglio nazionale.   Luigi Di Maio è finito nel mirino del consiglio nazionale del Movimento per aver criticato aspramente il no a nuove armi all'Ucraina. Ma per ora non si parla di una sua espulsione (nonostante sia stata detto e anticipato per tutto il giorno).  Conte, durante la riunione convocata d'urgenza per discutere dell'accaduto, si è detto alla fine “molto rammaricato” dalle parole usate dal titolare della Farnesina sulla sua stessa forza politica. E alla fine, dopo che nelle ultime 48 ore i fedelissimi erano stati distribuiti (regia di Casalino come se pre) sui grandi giornali a spiegare perchè l’espulsione e la scissione ( da parte di Di Maio) sarebbero stato ineludibili, Conte ha indossato i panni del poliziotto buono tra i poliziotti cattivi. Diventando così il “mediatore” tra l'ala più dura del M5s, secondo cui il il ministro degli Esteri si sarebbe allontanato dalle origini e avrebbe ormai altri progetti, e chi invece spinge per ricomporre la frattura.

Quattro ore di riunione

Nel corso delle quattro ore di riunione notturna - in parte in presenza, in parte in videoconferenza - con i 14 componenti del Consiglio, è stata ribadita la linea sulla risoluzione che dovrà essere votata domani al Senato subito dopo le comunicazioni del premier Mario Draghi prima di partire per Bruxelles per il Consiglio Ue. Il Movimento continuerà nella mediazione con il resto della maggioranza per raggiungere una mozione unitaria, ribadendo la centralità del Parlamento, ma senza creare problemi. Dunque, nessun riferimento ad un nuovo invio di armi, ma ad una de-escalation militare e alla centralità del Parlamento. “La linea euroatlantica non è mai stata messa in discussione” spiegano a fine riunione un membro del Consiglio nazionale spiegando che la bozza redatta da alcuni senatori pentastellati che chiedeva di scrivere nella mozione stop alle armi a Kiev “non è mai stata condivisa”. Eppure quante volte Conte ha ribadito questo concetto in interviste e talk show negli ultimi due mesi. Fino, appunto, a minacciare l’uscita dal governo e dalla maggioranza “perchè ce lo chiede la nostra base, i nostri elettori”. 

Una bozza “falsa”

Era stato proprio la bozza, anticipata sabato sera da alcune agenzie, pubblicata domenica mattina su alcuni quotidiani, a scatenare lo scontro. “Non procedere, stante l’attuale quadro bellico in atto, ad ulteriori invii di armamenti che metterebbero a serio rischio una deescalation del conflitto pregiudicandone la soluzione diplomatica”.  Esattamente le parole usate da Conte in questi mesi di scontro con Draghi sulla linea scelta dall’Italia. Da notare, ma è solo una coincidenza per carità, che Razov, l’ambasciatore russo a Roma, ha usato concetti simili nelle stesse ore. 

“Ci disallinea dall'alleanza della Nato e dell’Ue" e “se ci disallineiamo dalla Nato mettiamo a repentaglio la sicurezza dell’Italia” aveva commentato, durissimo, Di Maio nella mattinata di domenica. Attirandosi le ire dei contiani, in particolare del vicepresidente del Movimento, Riccardo Ricciardi, che lo aveva definito “un corpo estraneo” auspicando provvedimenti. Poiché nella comunicazione del Movimento non si muove paglia senza che Casalino non voglia, è chiaro ed evidente che questa è stata la linea decisa da Conte. Lo stesso Conte che poi nel quasi Gran Consiglio della notte indosserà i panni del maediatore. 

Dopo le parole di Ricciardi, per tutto il giorno è rimbalzata 

l’ipotesi  di un'espulsione (o auto-espulsione) del ministro degli Esteri. Che da parte sua non ha fatto alcun passo indietro. E nemmeno il Consiglio nazionale - che comunque tecnicamente non avrebbe potuto farlo - pare voglia seguire questa strada. Almeno per ora.

In mattinata dovrebbe essere divulgata la nota finale delle riunione. Lo scontro e la scissione sembrano, per l’ennesima volta, congelate. Di sicuro, così facendo,  nell’ultima settimana Conte è riuscito a non parlare dell’unica cosa veramente accaduta: i risultati delle amministrative, con il Movimento ridotto tra il 2 e il 6 per cento.

La riunione

Oggi sarà un’altra giornata delicata perchè nel pomeriggio il sottosegretario Enzo Amendola dovrà presiedere la riunione dei capigruppo e dei presidenti di Commissione proprio per concludere la risoluzione che la maggioranza vorrebbe unitaria sui punti all’ordine del giorno del Consiglio Ue del 23 e 24 giugno. Manca solo un punto, quello sull’eventuale invio di nuove armi di cui hanno parlato a Kiev Draghi, Sholtz e Macron e che sarà il tema del vertice Nato a Madrid la prossima settimana. Impossibile non affrontarlo, non menzionarlo come vorrebbero i 5 Stelle. Più “facile” trovare una soluzione lessicale che accontenti tutti e dica anche le cose come stanno: nessuno in maggioranza pensa solo a mandare armi, tutti lavorano da sempre per una soluzione diplomatica. Soprattutto Draghi e Di Maio. 

Questione di tattica

La storia dunque continua. E, a naso, continuerà così fino alla fine della legislatura. Questo passaggio merita però alcune sottolineature.

Conte ha lanciato due missili terra-aria, micidiali, contro il “nemico interno” Luigi di Maio. Ma gli stanno tornando indietro. Il problema è che sono impazziti. Senza traiettoria. Dalle conseguenza ancora non prevedibili.

Il leader politico Conte ha pianificato negli ultimi sei giorni - dopo la debacle delle amministrative ma forte della conferma nel ruolo di leader del tribunale di Napoli - la scissione del Movimento organizzando le cose in modo che il lavoro sporco lo facesse Luigi Di Maio. Ora che il ministro degli Esteri non sembra aver abboccato al trappolone mostrando un sangue freddo da veterano, l’ex premier rischia di doversi rimangiare due assolute certezze della sua narrazione politica, più o meno recente: basta armi all’Ucraina e l’obbligo del secondo mandato, uno dei pilastri dello Statuto 5 Stelle:  non ci può essere una terza volta in Parlamento.

 Martedì scorso, invece di analizzare quei risultati tra il 2 e il 6%, l’ex premier ha lanciato la sfida sul secondo mandato: “Lo metteremo ai voti entro la fine del mese”. Il tema c’è, senza dubbio, ed è uno di quelli che mette in fibrillazione tutti: tra taglio dei parlamentari e tetto del secondo mandato, 2/3 degli attuali parlamentari sono fuori in partenza. Neppure ci proveranno. A meno che Conte, che farà le liste, non decida di beneficiarli od esonerarli in qualche modo. Diciamo però che Conte avrebbe potuto metterlo sul tavolo in autunno. Averlo fatto adesso, significa  voler scatenare l’inferno. Perchè?  Per non parlare della sconfitta, creare un caso e fare ordine e pulizia dentro il Movimento.

Ora però Conte così facendo ha alzato una sorta di linea del Piave: sulla mozione che deve contenere il no alle armi; sul secondo mandato diventato, secondo Conte, “il vero motivo personale per cui Di Maio si è agitato così tanto nell’acqua la politica estera del Movimento”.

Su questi punti Conte si è giocato tutto. Il risultato non è ancora certo. Ma li potrebbe perdere entrambi. E’ molto probabile infatti che la risoluzione parlerà di armi e sostegno militare alla resistenza ucraina. Così come è probabile che sarà lo stesso Conte a dover derogare dal secondo mandato. Ma non per colpa di Di Maio che ha già detto “per quello che mi riguarda dirò a tutti di votare Sì al mantenimento di una delle regole fondate del Movimento”. Tra i fedelissimi contiani si chiedono deroghe e scappatoie.  E così, la scissione che nelle intenzioni di Conte avrebbe dovuto provocare Di Maio (domenica sembrava cosa fatta)per avere l’alibi di uscire dalla maggioranza, ora torna nella metà campo di Conte.  

I numeri

Il tema della scissione resta solo congelato. Pronto ad esplodere da un momento all’altro.  La componente che fa capo al ministro Di Maio potrebbe allargare il consenso e provocare una frattura più profonda: che si tratti di espulsione o scissione, potrebbero essere fino a 60 i deputati e senatori disposti a seguire il titolare della Farnesina fuori dal Movimento. Suoi fedelissimi sono considerati la viceministra all'Economia Laura Castelli e parlamentari o ex membri di governi precedenti come Manlio Di Stefano, Vincenzo Spadafora, Mattia Fantinati, Sergio Battelli, Dalila Nesci, Virginia Raggi, Claudio Cominardi, Primo di Nicola, gli ex sottosegretari Vacca e Valente. Con Conte, invece, il ministro Stefano Patuanelli e dirigenti di peso come Vito Crimi, Paola Taverna, Ettore Licheri e Alfonso Bonafede. E’ evidente che molto dipenderà dalle modalità con cui dovesse arrivare la spaccatura. E dal posizionamento dei pentastellati rispetto al governo: se dovessero allontanarsi dall'attuale maggioranza di Draghi infatti, i gruppi di Conte subire defezioni assai più numerose.