Giorgia contro tutti, FI e Lega contro Giorgia. C'è anche Salvini di governo e di opposizione

Due centrodestra al governo e tre spaccature fra Fratelli d'Italia e gli altri ex alleati in questa prima settimana di governo. Più impegnati a 'marcarsi' che a governare

Giorgia Meloni (Foto Ansa)
Giorgia Meloni (Foto Ansa)

La prima volta è una coincidenza, la seconda è un indizio, la terza è una prova. E’ quello che è accaduto in questi primissimi giorni di lavori parlamentari fra Camera e Senato va esattamente in questa direzione: Giorgia Meloni a cannoneggiare il governo su ogni cosa, mettendone in rilievo le contraddizioni, ma soprattutto avendo come obiettivo non tanto Draghi, non tanto le forze di centrosinistra, ma i suoi (ex e tuttora, almeno a livello territoriale) alleati, in modo da metterli in difficoltà e strappare loro i voti degli elettori che non condividono il governo di tutti, seppure in chiave “Salva Italia”. È lo schema che usò soprattutto Matteo Salvini ai tempi del governo di Mario Monti, appoggiato obtorto collo da Silvio Berlusconi, e che gli permise di strappare parecchi voti a Forza Italia, per la precisione quelli della parte più dura dell’elettorato azzurro, quella che più di altre sentiva l’antico richiamo anticomunista del Cavaliere.

Non a caso, Matteo Salvini, che avendolo praticato questo schema lo conosce bene, sta già vestendo i panni dell’uomo di governo e di opposizione: da un lato ci sono i silenzi dell’ala governista del partito che sta nell’esecutivo, Giancarlo Giorgetti, Massimo Garavaglia ed Erika Stefani che rappresenta soprattutto il Veneto di Luca Zaia. Dall’altro, lui, sia pure con toni molto più felpati – ma non nel senso delle felpe, anzi proprio all’opposto – rispetto al solito, insiste sulle riaperture, sulla necessità di cambiare passo nella gestione della pandemia e sulla cacciata di Domenico Arcuri. E proprio Arcuri è l’obiettivo potenzialmente perfetto per Salvini, perché non fa parte del governo e quindi il leader leghista non può essere accusato di cannoneggiare il “suo” esecutivo, di essere una copia dei sottosegretari bertinottiani di Rifondazione comunista che andavano sotto le finestre del Ministero dell’Economia con gli striscioni contro lo stesso governo di cui facevano parte.

E, soprattutto, Arcuri è accusato un giorno sì e l’altro pure da Giorgia Meloni e quindi Matteo non può lasciarle l’esclusiva dell’antiarcurismo. Insomma, lo schema è chiarissimo e si è visto esplicitamente in questi giorni nelle aule parlamentari, anche su atti non cogenti, come gli ordini del giorno, ma necessari e sufficienti ad essere cartine di tornasole su quelli che potranno essere i prossimi mesi di Vietnam parlamentare fra i due centrodestra, quello di lotta e quello di governo. Alla Camera dei deputati in questi giorni si votava il decreto Milleproroghe, uno Zibaldone legislativo in cui entra tutto quello che non riesce a stare altrove, una sorta di finanziaria bis, dal rinvio delle cartelle esattoriali al trattato EURATOM, dalle norme sulla cassa integrazione COVID all’istituzione della commissione d’inchiesta sulla comunità Il Forteto.

In mezzo agli ordini del giorno, i deputati di Fratelli d’Italia ne presentano uno che impegna il governo “ad adottare ogni iniziativa necessaria a superare quanto prima la riforma della prescrizione voluta da Bonafede”, storico cavallo di battaglia anche di Forza Italia, della Lega e di Italia Viva, oltre che di Enrico Costa, che della lotta contro la riforma dell’ex Guardasigilli Alfonso Bonafede ha fatto il suo biglietto da visita, sia quando era in Forza Italia, sia ora che è passato fra le truppe di Carlo Calenda in Azione.

L’assalto di Fratelli d’Italia è in due tempi: sia sul testo della legge, sia sugli ordini del giorno e la maggioranza si spacca, ma anche il centrodestra non può essere compatto: quindi MoVimento Cinque Stelle e Partito democratico a difesa di Bonafede; Italia Viva, Forza Italia e Lega astenuti; e ovviamente il gruppo di Giorgia Meloni a favore del suo documento. A poche decine di metri di distanza, a Palazzo Madama, va in scena la stessa storia, ma su un’altra questione. Addirittura, sul calendario dei lavori, che al Senato della Repubblica è sempre fonte di discussioni infinite.

Funziona così: il presidente di turno comunica le determinazioni della conferenza dei presidenti di gruppo, che solitamente decide a maggioranza, quindi rispecchiando la composizione della maggioranza che appoggia il governo in quel momento (ed è proprio questo che ha portato alla nascita del gruppo Europeisti-Centro Democratico-MAIE con addirittura il prestito della senatrice del Pd, avere un voto in più anche nella capigruppo).

Insomma, fino a poche settimane fa la presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati o uno dei suoi vice leggeva il calendario dei lavori e tutta l’opposizione di centrodestra lo contestava. A questo punto si passava alla votazione e la maggioranza giallorossa votava a favore del calendario. Il centrodestra contestava l’esito del voto, il presidente di turno ordinava la chiusura delle porte, si procedeva alla controprova che confermava il calendario.

Stavolta, è tutto ancora più semplice, perché la conferenza dei presidenti di gruppo è quasi unanime. Quasi, perché c’è sempre Fratelli d’Italia. E infatti è toccato a Isabella Rauti prendere la parola per dire che loro non condividevano la proposta di ordine dei lavori e che chiedevano la presenza in aula di Mario Draghi prima del Consiglio europeo, per informare il Senato sulle decisioni italiane in questa fase delicata di scelte dell’Unione Europea. Una richiesta che ne ricalca moltissime altre fatte nei mesi precedenti di presenza in aula di Giuseppe Conte.

A questo punto è intervenuto il presidente dei senatori della Lega Massimiliano Romeo per dire che, sì, sarebbe stato bello avere Draghi in aula e che lui era d’accordo filosoficamente con la richiesta di Isabella Rauti (anche perché ricalcava una richiesta fatta da lui a Conte decine e decine di altre volte), ma che in questi giorni c’era l’informativa di Luigi Di Maio sui fatti in Congo, quella di Roberto Speranza sul Covid e il Milleproroghe in scadenza e quindi, anche volendo, non si poteva fare. E quindi, pur condividendo la richiesta di Fratelli d’Italia, votava contro.

Simile la motivazione di Lucio Malan per Forza Italia: “Le circostanze ed i tempi ci suggeriscono oggi di non richiedere al Presidente del Consiglio di intervenire in Aula, anche considerando il fatto che la scorsa settimana lo abbiamo già tenuto in quest'Aula per quattordici ore e che lui stesso ha dimostrato grande disponibilità in questo senso”.

E anche Malan, come Romeo, ha giocato sul filo delle parole per essere un po’ d’accordo con Fratelli d’Italia: “il Gruppo di Forza Italia voterà contro la richiesta presentata dalla senatrice Rauti, che pure ha le sue ragioni, perché indubbiamente i temi che si affronteranno nel Consiglio europeo sono importanti, per cui auspichiamo che in futuro ci sia comunque un'interlocuzione con il Presidente del Consiglio in occasione del Consiglio europeo”. E ancora: “Apprezziamo la presenza del Governo, la auspichiamo particolarmente con un Governo di così ampia maggioranza parlamentare, ma in questa circostanza riteniamo più opportuno che non ci sia questo ulteriore passaggio, anche se certamente apprezzeremo molto tale presenza nel futuro”. Insomma, un po’ di governo e un po’ di opposizione. Un po’ di istituzione e un po’ di lotta. Abbiamo raccontato il centrodestra dei prossimi mesi.