Luglio col bene che ti voglio… Il mese che fa tremare il governo è appena iniziato e sarà da paura

Il governo Conte e la sua maggioranza è scosso da problemi e guai di ogni tipo e natura (sospetti di Conte su Di Maio, di Conte su Zingaretti, di Zingaretti su Conte e Di Maio, etc.) a livello dei rapporti tra i due principali partiti di governo

Giuseppe Conte
Giuseppe Conte

Poi c’è l’incognita Renzi, che non sai mai cosa voglia fare, per davvero, e quali scenari abbia realmente in testa. Poi, ci sono le opposizioni che incalzano, con qualche successo, il governo ogni giorno e che mirano alla ‘spallata’ finale con l’obiettivo, irrealistico, delle urne anticipate. Infine, c’è Berlusconi, che gioca sempre a ‘sparigliare’, sia nel suo campo, quello del centrodestra, di fatto rompendolo, ma che opera lo stesso schema di gioco anche in campo ‘avverso’. Pronto, più che a entrare in ‘questa’ maggioranza, a farne nascere una nuova (in pratica, quella che vuole lui) e, soprattutto, giocarsi le partite cui più tiene: quella per l’elezione del nuovo Capo dello Stato e quella dei diritti tv

Si accumulano dossier non risolti, decreti non approvati

Inoltre, il carnet delle decisioni da prendere si affastella sul tavolo del premier che, a causa dei veti incrociati tra i partiti di governo come delle sue personali, e solipsistiche, pulsioni, ogni tanto prova a sparigliare (e mal gliene incoglie). I dossier aperti e mai chiusi (Autostrade, Alitalia, Ilva, crisi industriali) si affastellano, a palazzo Chigi. I decreti legge sono sempre ‘nuovi’ e sempre più ‘annunciati’ (dl Semplificazioni, abbassamento promesso dell’Iva, etc.), ma del loro iter, consigli dei ministri che dovrebbero vararli in testa, non si vede il filo della matassa. Intanto, ferve lo scontro del ‘tutti contro tutti’, nella maggioranza: Pd e LeU, ma pure Iv, vogliono ‘stravolgere’ i decreti Sicurezza targati Salvini che i 5Stelle vogliono solo lievemente ‘modificare’ e farlo a settembre; la riforma del Csm (il ministro Bonafede ha promesso arriverà), etc. A complicare le cose ci si mette anche il ‘calendario’ del Parlamento: decreti legge da convertire che si scontrano e si intrecciano, tra Camera e Senato, in un ingolfo così caotico che sembra di stare sull’autostrada Genova-Milano, progetti di legge che minacciano la stabilità dell’esecutivo (legge elettorale, legge sulla transfobia, legge sul conflitto d’interessi, legge sulla separazione delle carriere, etc.), e voti del Parlamento che, Mes e non solo Mes (c’è anche una terza manovra economica da varare…), rischiano di rappresentare altrettanti scossoni alla stabilità del governo. Conviene, dunque, metterli in fila, tutti i cavalli di frisia e i possibili ‘incidenti’, politici e parlamentari, che attendono il governo Conte e la sua, alquanto scassata, maggioranza.

Il "Vietnam", come al solito, inizia in Parlamento

Si comincia, stavolta, dalla Camera dei Deputati, per l’esame della seconda manovra economica varata in tre mesi, il dl ‘Rilancio’ (55 miliardi): arriva a ridosso di quello che è passato alla storia come il dl ‘Cura Italia’. L’esame, appunto, inizia a Montecitorio lunedì, dopo che la commissione Bilancio lo ha bollinato venerdì, con relative polemiche. La settimana prossima, dunque, alla Camera, si annuncia bella ‘calda’. Per le opposizioni, nel dl Rilancio, “non c’è nulla, solo promesse”, per il governo “c’è tutto”. Lo scontro sarà all’arma bianca, ma alla Camera la maggioranza di governo gode di numeri soldi (345 deputati circa, ben al di sopra della maggioranza assoluta, 316), quindi problemi non ce ne dovrebbero essere. Il governo metterà la fiducia, ovviamente, e strozzerà il dibattito, ma di più, onestamente, non si può chiedere. Dopo, però, il dl ‘Rilancio’ passerà all’esame del Senato, e lì saranno dolori. La maggioranza di governo ‘balla’ sul filo dei numeri (165 voti ‘sicuri’, in teoria, sui 160, oggi quorum dell’assemblea) ma anche in quel caso è difficile che ci saranno sorprese.

Il "tour" europeo del premier per cercare "il Found"

Ma è l’Europa, e non solo il Mes, l’altro corno del dilemma, per Conte. ‘Gioie e dolori’, in questo caso. Le ‘gioie’ è la – quasi – certezza che il vertice europeo del 17/18 luglio vincerà le resistenze dei Paesi ‘frugali’, che vorrebbero abbassare la portata del Recovery Fund- I ‘dolori’ stanno nel fatto che non solo i Paesi nordici (Olanda in testa) chiedono all’Italia garanzie e impegni, ma che anche la cancelliera tedesca, Angela Merkel, e la presidente della commissione Ue, Ursula von der Layen, chiedono che l’Italia si impegni su due punti fondamentali: accettare l’aiuto del Mes (37 miliardi), su cui permane la piena ostilità dei 5Stelle ad adoperarlo, e ‘garantire’ che il nostro Paese ‘faccia le riforme’ (vecchio adagio già sentito) su una serie di punti che sono sempre gli stessi: ridurre il debito pubblico, contenere la spesa pensionistica, semplificare l’apparato burocratico che frena la ripresa, etc. Conte, in ogni caso, ha in programma, in questi giorni, un tour europeo molto serrato: il 7 e l’8 luglio sarà in Spagna e Portogallo, per rinsaldare l’alleanza con i Paesi ‘del Sud’, il 13 luglio andrà direttamente nella tana del lupo, a Berlino, per parlare a quattr’occhi con la Merkel mentre con Macron sono, ad oggi, esclusi bilaterali, solo telefonate.

Il "giorno del giudizio": il voto delle Camere del 15 luglio

In ogni caso, l’appuntamento del Consiglio europeo del 17/18 luglio è di quelli decisivi: non solo Conte e l’Italia, ma anche l’asse Merkel-Von der Layen-Michel-Macron si giocano tutto, sul Recovery Fund. In vista di quell’appuntamento, il Parlamento, come sempre, ascolterà il premier e, stavolta, essendo il vertice Ue formale, anzi formalissimo, ci sarà un voto, da parte di entrambe le Camere. Insomma, non si scappa: i numeri, stavolta, ci ‘devono’ essere, per la maggioranza di governo.  Il ‘barbatrucco’ è, come richiesto da Conte, far votare una risoluzione, da parte del Parlamento, che parli (molto) del Recovery Fund e del Recovery Plan, ma ‘non’ del Mes, per evitare che, soprattutto al Senato, la maggioranza si squagli. Solo che i ‘pierini’ di Più Europa (Bonino e Della Vedova) hanno avuto la bella pensata di far mettere ai voti una risoluzione dove, esplicitamente, si parla ‘anche’ del Mes. Dunque, la maggioranza ballerà pericolosamente, specie al Senato, perché una mozione del genere il Pd non potrà non votarla e le opposizioni, che presenteranno le loro (tutte contrarie, tranne Forza Italia), non vedono l’ora che arrivi il voto, pronti a far pesare i loro voti stile spada di Brenno.

Un altro voto da "tremarella": lo scostamento di bilancio

Ma non è finita qui perché, sempre entro metà luglio, ma in una data ancora da decidersi, l'esecutivo dovrà chiedere un nuovo scostamento di bilancio per mettere a punto l’ulteriore decreto (il terzo, quello di luglio, appunto, che dovrebbe valere circa 25 miliardi) per risollevare il Paese, e dove ci sarà anche la proroga della cig e molte altre misure.
Il guaio è che, essendo stato inserito in Costituzione il pareggio di bilancio (relatore di quella legge, nel 2015, fu il leghista Giancarlo Giorgetti, quando uno dice l’ironia…), per approvare uno sforamento del medesimo serve un voto delle Camere, ma a maggioranza assoluta (316 voti alla Camera e 160 al Senato, dove il plenum è ora fermo a 319), il che non è un bene, dati i numeri ‘ballerini’ del governo. Starà a Conte, e a Pd-LeU-Iv-M5s, decidere se accettare o meno l’offerta di aiuto interessata di Forza Italia, stante che Lega e FdI voteranno contro e che, dunque, o la maggioranza ce la farà da sola (difficile) o il ‘soccorso azzurro’ risulterà indispensabile e lo farà pagare salato.

Camere&commissioni, il "triangolo delle Bermude"

Tornando, invece, alle Camere, sempre il 15 luglio – una data che assomiglia sempre più a un vero e proprio ‘triangolo delle Bermude’, per il governo e la maggioranza – uno degli appuntamenti più attesi dai parlamentari è il rinnovo delle commissioni permanenti. Un ‘gran ballo’ cui le forze politiche si avvicinano in silenzio, ma con grandi e famelici appetiti pari solo a quando nasce un governo e vengono spartiti i posti di ‘sottogoverno’. Succede, infatti, che, ogni due anni, per inveterata prassi delle Camere, le presidenze delle commissioni vanno sostituite oppure riconfermate. Il guaio, per l’attuale maggioranza ‘giallorossa’ è che le commissioni furono fatte a ridosso delle politiche del 2018, quando la precedente maggioranza, quella ‘gialloverde’, stava per vedere la luce. Di acqua ne è passata, sotto i ponti, ma i presidenti sono rimasti gli stessi: molti sono leghisti e, se non lo sono, sono pentastellati. Troppi, per Pd, LeU e Iv. Gli appetiti dei partiti che si sentono ‘sottodimensionati’ (il Pd, soprattutto) o per nulla rappresentati (Iv, nata nel 2019) sono diversi e ghiotti, ma leghisti (e grillini) resistono, anche perché fare il presidente di commissione è pur sempre un bel vivere, rispetto al deputato peone basic.

Il gioco di incastri al Senato

Tanto per cambiare, il vero busillis è al Senato. L’M5s dovrebbe perdere ben sette presidenze di commissione che verrebbero ripartite tra gli altri tre alleati (si fa per dire) di governo (Pd-Iv-LeU), e resistere in altre sette. Quali? LeU punta alla Giustizia, con Pietro Grasso, Iv ne vuole due (una per Nencini, che a Renzi ha permesso di ‘fare gruppo’, sennò col cavolo che ci riusciva, Lavori Pubblici o Scuola, e Marino alle Finanze o la Parente al Lavoro), il Pd quattro (una per Dario Stefano, l’Industria o la prestigiosa Bilancio, una per Parrini, Affari costituzionali, e una per la Pinotti, la Difesa, più un’altra a scelta), con un ‘manuale Cencelli’ nel ‘manuale Cencelli’ perché, nel Pd, si ragiona per ‘aree’. Ma il gioco a incastri del Senato dipende anche dagli equilibri di Montecitorio, dove invece regna il marasma. Innanzitutto Pd vuole ‘scacciare’ Ettore Rosato da una delle quattro vicepresidenze, Iv risponde picche. Inoltre, Renzi vuole piazzare i suoi ‘gioielli’ (Marattin alla Bilancio e Paita ai Trasporti) alle presidenze di commissione, il Pd resiste, LeU nicchia e il braccio di ferro va avanti da mesi. Poi ci sono i grillini che si sono fatti gabbare da Raffaele Traino, eletto alla guida della commissione Finanze con i voti del centrodestra: l’hanno espulso, ma Traino ha detto, se sapesse il latino, hic manemibus optime, e insomma, non ha alcuna intenzione di dimettersi. Come pure non vogliono sloggiare i leghisti, a partire da Claudio Borghi, che siede a capo della nevralgica commissione Bilancio (la Lega conta, oggi, ben 11 presidenze: 6 al Senato, 5 alla Camera). In buona sostanza, l’M5s ‘vuole’, anzi: pretende, di avere ben sei commissioni, cinque andrebbero al Pd, due a Iv, una a LeU (l’Ambiente alla Moroni), ma siamo ai prologomeni.

27 luglio, arriva la legge elettorale

Infine, questa volta alla Camera, il Pd ha fatto mettere ‘in calendario’, per il 27 luglio, cioè alla fine dell’attività legislativa pre-estiva (dai primi di agosto, si va in ferie), un provvedimento per nulla innocuo come la riforma della legge elettorale. Trattasi del cosiddetto Germanicum, un proporzionale semi-puro con sbarramento al 5%. Renzi e Iv sono già sulle barricate, la Lega pure, FdI guarda altrove (in fondo, alla Meloni non dispiace), FI nicchia sorniona. Se mai dovesse passare, in Aula, la messa in cantina dell’attuale legge elettorale, il Rosatellum, e il passaggio al proporzionale, succederebbero molto cose. Innanzitutto, sarebbe assai difficile andare a votare in via anticipata: tra il referendum costituzionale, che si terrà il 20 settembre, i collegi da ridisegnare e la legge elettorale da completare, ‘campa cavallo’. Se ne parla, come minimo, nel 2021, se pure. Inoltre, approvare una legge elettorale proporzionale suonerebbe come un ‘tana liberi tutti’ per gli schieramenti ‘classici’, sia nel centrodestra (FI avrebbe ‘mani libere’) che nel centrosinistra (Iv romperebbe del tutto con il Pd). Insomma, si prospetta un 27 luglio assai complicato, ansiogeno e molto ‘caldo’, come di certo sarà l’estate. ‘Ma, dice, e il rimpasto? E il voto sul Mes? E le regionali?’. Ecco, per tutte queste altre cose toccherà, invece, attendere settembre, quando si capirà se il governo Conte II ha, davanti a sé, ancora lunga e buona vita, oppure no. In fondo, neppure luglio, ‘col bene che ti voglio’, può risolvere tutti i nodi di una maggioranza così scassata.