Chiusure e lockdown: il ministro Speranza e parte del Pd in pressing su Conte. Ma a Napoli scoppia la rivolta

Ieri sera è stata data per certa da fonti vicine al governo una imminente serrata dalla 18 in poi. Nessuna decisione però è stata ancora presa. Varie ipotesi sul tavolo. Il premier Conte resiste al pressing: “No a chiuder totali, Sì a chiusure chirurgiche in base alle curve del contagio”. Il governatore De Luca vuole chiudere tutto. L’allarme dell’Istituto superiore di Sanità. “State a casa”. La gente può invece “uscire in sicurezza”. Gli altri dati: saturazione delle terapie intensive al 12%

Notizie gravi, come il lockdown nazionale dalle 18 in poi, fatte filtrare da alcuni ministri intorno alle nove di sera ma poi subito smentite da altri ministri. Il Presidente del Consiglio raccontato ora dopo ora come “sempre più incerto” rispetto alla sua promessa “mai più lockdown” o “sempre più convinto di una nuova stretta” salvo poi scoprire che insiste: “No a lockdown generali”. La rivolta a Napoli, tra lacrimogeni, cassonetti incendiati e reparti antisommossa schierati contro la rabbia della gente che in realtà è già disperazione. Ufficiali dell’arma nella zona del rione Monti, uno degli indirizzi della movida della Capitale, pronti in servizio per eventuali interviste. La corsa a chiudere a mezzanotte in punto perchè un minuto dopo potrebbe già scattare la multa. Intere vie nel centro storico della Capitale con locali illuminati ma desolatamente vuoti. Le curve di contagio del Covid raccontano di una tragedia di difficile gestione. Ma questa gestione è sempre di più una farsa. Soprattutto comunicativa. Con il governo e la stessa maggioranza divisa ormai in squadra avversarie che fanno il tifo una contro l’altra: chi spinge per la serrata totale e subito, segnatamente i ministri Speranza e Franceschini e il governatore De Luca, che arrivano a coinvolgere cento studiosi a favore del lockdown (con tanto di lettera al Presidente della Repubblica); chi frena e chiede invece di valutare la situazione in base ai 21 parametri stabiliti in aprile senza perdere la testa.

L’allarme dell’Iss e De Luca: “Chiudere tutto"

Invece molti hanno già perso il sangue freddo. La giornata vira, come sempre, nelle prime ore del pomeriggio quando si aggiorna il cruscotto dei contagi: 16.700 positivi in più per 182 mila tamponi (record di sempre), un indice tornato sotto il 9%; le terapie intensive che superano quota mille (1049), 57 più di ieri; 91 i decessi, anche questo dato in calo rispetto a ieri. Ieri era venerdì e i numeri sono corredati dal report settimanale dell’Istituto superiore di sanità. Il verdetto va oltre il + o il - dei dati. “La situazione è molto grave - si legge - è fondamentale che la popolazione rimanga a casa quando possibile e riduca tutte le occasioni di contatto con persone al di fuori del proprio nucleo abitativo che non siano strettamente necessarie”. L’analisi fotografa la situazione nella settimana fino a domenica scorsa (18 ottobre). Un dato su tutti preoccupa: l’RT, l’indice di contagiosità, è risalito a 1,5 quando dovrebbe essere sotto uno. Preoccupano, scrive l’Iss, “i numerosi focolai nelle scuole e nei mezzi pubblici”. Sono questi report che terrorizzano il ministro Speranza, il ministro Franceschini e convincono 100 studiosi, accademici ed esperti a scrivere al Presidente della Repubblica per chiedere “misure drastiche nei prossimi 2 o 3 giorni”. Giorgio Parisi, fisico dell'università La Sapienza di Roma avverte: “Senza misure forti tra due settimane le morti potranno essere superiori 400”. Un pressing che toglie il fiato. A cui si aggiunge quello del governatore della Campania Vincenzo De Luca che chiede, senza mezzi termini, di “chiudere il Paese per evitare la tragedia”. Per farlo il governatore, sempre meno Crozza e sempre più una maschera di terrore, arriva a mostrare la Tac dei polmoni di un paziente di 37 anni che “quasi non respira più” e la confronta con il video di una festa al mare la scorsa domenica a Bagnoli: decine e decine di giovani senza mascherine uno appiccato all’altro. “Siete irresponsabili” tuona il governatore. E visto che non capite con le buone, dovrete capirla con le cattive: “Tutti a casa, lockdown”. Non solo in Campania, sarebbe una misura troppo impopolare per un governatore appena eletto con il 56 % dei voti. Bensì tutta Italia, in modo da condividere l’impopolarità della decisione

Il giallo del “lockdown nazionale dalle 18”

Da metà pomeriggio inizia un susseguirsi di indiscrezioni, “si chiude”, “si chiude un po’”, “Conte resiste”, “Speranza e Franceschini insistono”. Fino alle 21 quando fonti di governo fanno filtrare l’esito di una riunione a palazzo Chigi tra il premier e il commissario Arcuri per valutare report e numeri: “Verso il lockdown nazionale, tutti a casa dalle 18 in poi”. Anche Conte si sarebbe convinto. Poi, la ciliegina finale: “Verso un nuovo Dpcm entro il fine settimana”. Il terzo in meno di due settimane. Quello che Franceschini e Speranza invocavano da venerdì scorso. Di cui molti giornali hanno già scritto quasi invocandolo. E che Conte ha stoppato. Sono le 21 quando inizia una semidei telefonate per confermare le indiscrezioni di agenzia che riportano fonti del governo. Solo che alcuni ministri contattati da tiscali.it smentiscono, per quello che è dato loro sapere, “l’imminenza di ulteriori decisioni”. Una fonte del ministero della Sanità corregge un po’ il tiro rispetto alla frenesia da chiusura totale. “Stiamo valutando con attenzione l’indice RT e gli altri 21 parametri selezionati in aprile - spiega - . Molto prima che si arrivi a 2, dobbiamo valutare ulteriori misure e chiusure laddove esiste il rischio di progressione senza controllo”. Parole attente che comprendono anche lo scenario del lockdown nazionale dalle 18. Un altro dato che pare rendere meno imminente l’annunciato, da una parte del governo, Dpcm, è che al momento non sono previste riunioni con i governatori della regioni e che i ministri non hanno in agenda convocazioni per il fine settimana. Qualcuno ricorda che “le prime restrizioni sono iniziate il giorno 13 e non si potranno valutare gli effetti di contenimento del contagio prima dell’inizio della prossima settimana”. Ciò non toglie che le singole regioni possano adottare misure più drastiche, anche lockdown totali come Arzano in provincia di Napoli, in base alle curve del loro territorio.

Il fallimento

E’ una corsa all’annuncio. A chi trova e dice per primo la misura che può rassicurare i cittadini a loro volta divisi tra chi vuole chiudere (pochissimi) e chi vuole andare avanti ad ogni costo anche perchè poi non ci saranno i risarcimenti necessari. La misura che può garantire consenso (anche se non ci saranno elezioni fino a maggio ‘21). Ma se a marzo il lockdown aveva così spiazzato gli italiani da trasformare Conte nell’uomo della salvezza; se a marzo l’ordine di stare a casa ha funzionato; può darsi che questa volta sortisca l’effetto contrario. Perchè se la seconda ondata era nelle cose, non lo è affatto sapere che il sistema sanitario ha fatto poco o nulla di quello che aveva promesso di fare. Sarà diverso, ci avevano detto, “perchè adesso abbiamo ospedali dedicati al Covid, abbiamo raddoppiato le terapie intensive, le tre T, faremo il tracciamento, la app, i medici di base, le terapie…”. Tranne le terapie che hanno fatto passi importanti, il resto è o fallito (il tracciamento) o declinato al futuro. Compresi i vaccini contro l’influenza. Che non si trovano. Tutto questo per i cittadini può diventare insostenibile.

La rabbia di Napoli

Non ci si deve stupire quindi se ieri sera intorno alle 23 a Napoli è saltata la pace sociale. Un migliaio di giovani a volto coperto, tra loro militanti del circuito 'antagonista' e non solo, e poi commercianti e ristoratori, sono scesi per le strade a Napoli per protestare contro la stretta già decisa e dal governatore della Campania De Luca. E contro quella annunciata: chiusura totale per almeno un mese.  Una diretta su Facebook incitava alla ribellione civile. Lo striscione di apertura diceva: “Tu ci chiudi e tu ci paghi”. Ci sono stati scontri con la polizia e lanci di lacrimogeni e petardi, soprattutto davanti al palazzo della Regione. Cassonetti incendiati e bottiglie di vetro scagliate contro gli agenti. Donne, madri, mogli col dito alzato contro le visiere dei reparti mobili schierati in tenuta anti-sommossa. La troupe di SkyTg24 è stata inseguita e aggredita e si è dovuta riparare sulla camionetta della polizia. Molti gli assembramenti e le persone scese in strada senza mascherina. Dopo un momento di relativa calma, alcuni manifestanti hanno tentato nuovamente di raggiungere il palazzo della Regione al grido “libertà, libertà”. Anche qui hanno trovato il muro delle forze dell’ordine.
I manifestanti sono scesi in strada organizzati da un tam tam partito sui social. Più che commercianti e piccoli imprenditori, che pure hanno protestato ma in modo pacifico, sembra che la manifestazione non autorizzata sia stata organizzata da ambienti giovanili legati alla galassia antagonista. E questo, forse, è ancora peggio.E’ stato il prefetto di Roma Matteo Piantedosi tre giorni fa a lanciare l’allarme: “Attenzione, questa volta gli italiani non saranno bravi e ubbidienti”. Non si faranno chiudere in casa, così. Otto mesi fa, presi alla sprovvista, ci poteva stare. Ora non è giustificabile.

La cautela degli altri governatori

Le ipotesi sul tavolo sono dunque diverse e una decisione non è stata ancora presa: si va da un coprifuoco generalizzato che potrebbe essere anticipato al tardo pomeriggio a chiusure 'a tempo', da un minimo di due settimane a un mese, fino al divieto di spostamento tra le regioni.  La linea di De Luca resta al momento isolata tra i governatori e anzi viene contrastata apertamente da Attilio Fontana. Anche il presidente della Conferenza Stato Regioni Stefano Bonaccini frena affermando che sul no ad un nuovo lockdown c’è “uniformità di vedute” tra governo e regioni.Il ministro Teresa Bellanova ribadisce la posizione di Italia Viva: un coprifuoco nazionale provocherebbe “ripercussioni pesantissime sulla vita delle persone e dell'intero sistema produttivo che il paese non si può permettere”.  E’ come se chi sta sul territorio avesse più sangue freddo di chi manovra dalla cabina regia. Giovanni Toti ha chiesto di “evitare le oscillazioni eccessive tra l'euforia del 'tutti fuori' e il terrore del 'tutti dentro'. Se ci sarà bisogno siamo pronti a ulteriori azioni, ma sempre opportunamente calibrate sull'andamento del contagio”. Il governatore della Liguria ha spiegato che anche sul coprifuoco ci sono idee discordanti. “Chiudere tutto dalle 23 o da mezzanotte in poi non protegge certo le fasce di cittadinanza più esposta, i molto anziani e i fragili per differenti patologie, che non passano le serate nella movida fuori dai bar. Non è detto quindi che quel provvedimento, avendo un costo doloroso per le attività commerciali, abbia anche un ritorno molto positivo sulle curve”.

Nessuna decisione presa

Ad oggi quindi una decisione non è stata ancora presa. Le ipotesi sul tavolo vanno da un coprifuoco generalizzato che potrebbe essere anticipato al tardo pomeriggio a chiusure 'a tempo', da un minimo di due settimane a un mese, fino al divieto di spostamento tra le regioni. Intanto nella maggioranza iniziano i primi “malumori” sulla gestione di questi giorni. “C'è qualcosa che non va nella gestione dell'emergenza - ha detto esplicitamente Renzi - chiederemo conto nelle sedi opportune di queste lacune, ora lavoriamo”. Parole simili a quelle di Di Maio: “Alcune cose non vanno, penso alle file di 8-10 ore ai drive in. Su questo, come su altri aspetti, il governo deve lavorare duramente”. Nella direzione de Pd ieri mattina, Zingaretti è stato più volte sollecitato con domande su “cosa sta succedendo, perchè questi ritardi”. Con Piemonte e Calabria, che si aggiungono a Lazio, Lombardia e Campania, sono cinque le regioni che hanno stabilito il coprifuoco dalle 23 o 24 alle 5 del mattino successivo. Domani sarà la volta della Sardegna e scoprirà le carte anche Nello Musumeci in Sicilia. Si stanno muovendo anche i sindaci (tranne De Magistris a Napoli dove la tensione con De Luca sta toccando livelli inediti) che con i prefetti hanno interdetto le zone della movida serale.

Gli altri numeri: meno morti

Al di là dei bollettini Covid del ministero e dei report dell’Iss, anche altre Fondazioni e Istituti stanno elaborando numeri e tabelle. Che illuminano la narrazione dell’emergenza sanitaria in modo diverso. L’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell'Università Cattolica (Altems) cerca di capire la letalità di questa seconda ondata. Per fortuna arrivano buone notizie: è, al momento, assai ridotta rispetto alla prima. Tra il 14-20 ottobre 2020 il rapporto tra pazienti Covid deceduti e totale dei positivi è pari a 0,27%. Il dato più alto è nella provincia autonoma di Trento. Il gruppo di lavoro coordinato dal professor Americo Cicchetti elabora report statistici su varie voci. Interessante quello sulla saturazione delle terapie intensive:al 19 ottobre aveva raggiunto il 12%, ovverosia 797 posti letto su 6458. Le regioni mese peggio sono Campania, Piemonte e Valle d’Aosta., tutte intorno al 20 per cento. In Lombardia, ad esempio, la saturazione è pari all’11 per cento. Male. Ma meno peggio di quel che sembra.