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Salvini entra nei “Patrioti europei”. Meloni finisce nell’angolo in Europa. E anche in Italia

Intanto vola a Washington per la Nato, poi in Cina, ricca agenda di impegni internazionali. Troverà un Macron “vincente”. Von der Leyen porge la mano

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Giorgia Meloni, Matteo Salvini (Shutterstock)
Giorgia Meloni, Matteo Salvini (Shutterstock)

Ha preso l’aereo ed è arrivata a Washington, in anticipo di qualche ora rispetto al vertice Nato per i 75 anni dell’alleanza. Sempre meglio che restare a palazzo Chigi a farsi venire il sangue amaro a vedere i video di Salvini con cui via social annuncia la “nascita dei Patrioti,  il nuovo gruppo politico di estrema destra a Bruxelles che fa campagna acquisti anche in casa sua, cioè di Giorgia Meloni, cioè tra i  Conservatori. Oppure a  sentire Tajani che attacca Salvini e il suo estremismo di “opportunità” che nessuno, anche dentro la Lega, riconosce ma soprattutto non c’entra nulla con la cifra moderata e centrista di Forza Italia. Litigano tutti, dentro la maggioranza. La vittoria dei Labour nel Regno Unito e del cartello elettorale che  fa capo alla sinistra in Francia ha fatto saltare i nervi nella maggioranza di Giorgia Meloni.

La tattica del silenzio

Che non parla, non commenta, s’è messa l’elmetto - cosa che le piace molto fare - e così si presenta oggi a Washington dove troverà un Macron pimpante - e magari lei lo avrebbe preferito piegato e sconfitto - un certo Keir Starmer al posto del caro amico Richi (Sunak) e Ursula von der Leyen che le dirà una volta per tutte: “Cara Giorgia, come vedi non hai vinto e non dai tu le carte. Quindi ti suggerisco di votare per me il 18 quando l’Europarlamento dovrà dire sì o no al bis di von der Leyen alla guida della Commissione europea”. Perchè visto che sono crollati miseramente i progetti originali, ovvero decidere il destino dell’Unione, al premier Meloni conviene fare due conti in fretta, allearsi con la vecchia amica Ursula e portare a casa tutto quello che è possibile e meglio per il Paese. A cominciare da un commissario che abbia a cuore la nostra economia, il nostro debito e aiuti il ministro Giorgetti a scrivere la legge di bilancio.  L’alternativa è voltarsi a destra, sentire il richiamo delle foresta, andare tutti insieme nel gruppo dei Patrioti per l’Europa dove abita l’estremismo di destra più becero e pericoloso come ha già fatto il suo amico Abascal (Vox) e fare opposizione. Ma allora, probabilmente, cadrebbe il governo in Italia. Perchè, come la tieni Forza Italia “il partito centrista e moderato”, in una maggioranza la cui premier, Meloni, si allea con i nazisti del Fpo  e con i post Vichy di Marine Le Pen?

Ecco cosa rimane del quadro politico italiano dopo un mese di appuntamenti elettorali in buona parte inattesi visto Regno Unito e Francia sono stati chiamati al voto prima del previsto.        

La variante francese

Conviene andare con ordine. Anche perchè tutto si tiene in questa primavera-estate elettorale. Cominciamo dalla Francia. La destra francese è stata sconfitta. Il problema è che ha vinto il diavolo che ha combinato i numeri in modo tale per cui nessuno ha veramente la maggioranza e ciascuno dovrà provare a dialogare con qualcun altro. Sarebbe il bello della politica ma dopo un mese di attacchi, affondi, ultimatum ed esecuzioni verbali, risulta molto difficile trovare una soluzione.  Per il presidente Macron non sarà nè facile nè veloce.

Un puzzle difficile da comporre

E’ necessario fissare alcuni numeri. Per avere la maggioranza all’Assemblea nazionale servono 289 voti (l’aula conta 577 seggi). Il Nuovo fronte popolare, il cartello politico messo insieme dalla sinistra, ha ottenuto 182 seggi, i centristi di Ensemble, il “partito” di Macron è arrivato a 168 con una rimonta incredibile dopo un primo turno in cui è stato subito chiaro che il partito del Presidente avrebbe perso la maggioranza (cosa che ha creato non poche tensioni anche tra i fedelissimi di Macron).  Il Rassemblement national, con l’aggiunta dei Repubblicani di Ciotti è arrivato a 143. Nessuno delle tre grandi alleanze ha la maggioranza. Che quindi va trovata in base ai programmi o almeno ad alcuni passaggi importanti come la politica estera e legge di bilancio. Ora non c’è dubbio che ci sia molto poco in comune tra le politiche dei centristi e quelle, giusto per fare un nome, di Melenchon, leader di La France Insoumise, l’estrema sinistra francese. Molti francesi sono incompatibili tanto con Le Pen che con Melenchon. Il quale, però, a livello di NFP ha avuto la maggioranza degli eletti (74) a cui si aggiungono tre dissidenti. I socialisti di Glucksmann avranno 59 deputati, gli ecologisti 28 e il partito comunista 9. Quei 74 seggi hanno fatto dire a Melenchon già ieri mattina all’alba che “Macron dovrà conferire a me l’incarico per fare il governo”.

La carta Gluksmann

Ugualmente, il ministro dell’Interno Gerard Darmanin ha escluso qualsiasi possibilità di “governare o sostenere una coalizione che abbia un qualsiasi legame con La France Insoumise”. Cioè con Melenchon. Rieletto a Tourcoing, nel nord, Darmanin ha detto ai giornalisti che la stessa regola di esclusione “vale per il Rassemblement National”. E ha lanciato una proposta di collaborazione con il Partito socialista: “Bisogna chiedere al Partito socialista di Glucksmann se accetta di rompere con la France Insoumise e si vuol mettere al tavolo per cominciare a discutere sui temi”. In generale Darmanin ha detto parole di grande verità:  “In questa fase serve molta umiltà. Nessuno ha veramente vinto e chiunque dovrebbe evitare pretese”.

La strategia di Macron

Ci vorrà tempo per far sedimentare un mese di campagna elettorale al cardiopalma dove fino all’ultimo sembrava dovesse vincere la destra lepenista nata dalla ceneri di Vichy. Intanto Macron ha respinto le dimissioni del premier Attal e del suo governo a cui ha chiesto di restare in carica per gli affari correnti e magari anche qualche cosa di più vista l’imminenza delle Olimpiadi e le massicce misure di sicurezza. Ci sono anche le celebrazioni del 14 luglio. Insomma, tra agende di politica estera (vertice Nato dal 9 all’11; 17-18 le votazioni all’Europarlamento) ed impegni interni (le celebrazioni per la Bastiglia e la semifinale a Berlino degli Europei), l’inquilino dell’Eliseo sembra intenzionato a mettere la giusta distanza tra i risultati e la formazione di una nuovo governo che dipenderà dalla costituzione di nuove coalizioni e alleanze.  Costituzionalmente, il presidente Macron non ha l’obbligo di scegliere il suo Primo Ministro, nè di fissare una scadenza per la sua nomina. Lascerà fare i partiti e i rispettivi leader. La Francia è un pagliaio ad alto rischio incendio e non va sottovalutato.

I Patrioti fanno saltare i conti 

In tutto questo, von der Leyen “festeggia” e Meloni “piange”. E’cambiato tutto in un mese e non come aveva previsto. La situazione si è ribaltata. E la premier è nell’angolo a livello europeo. E anche interno. In Europa i “suoi” Conservatori sono stati retrocessi alla quarta posizione con 78 deputati mentre brilla il nuovo gruppoo di destra dei “Patrioti” dove è confluita tutta Identità e democrazia. A cominciare da Salvini e da Le Pen. Entrambi stanno facendo campagna acquisti anche dentro i Conservatori e si sono già presi il gruppo di Vox, il suo leader è amico personale di Giorgia. Fratelli d’Italia e i Conservatori sono stati i più illusi in questo mese di elezioni, e quindi anche i più delusi. “I Conservatori sono il terzo gruppo europeo, abbiamo scavalcato i centristi di Renew Europe, e come tale vogliamo pesare ed essere rispettati” rivedicò a Montecitorio Giorgia Meloni nelle comunicazioni  al Parlamento alla vigilia del vertice Ue  del 27 e 28 giugno. Dieci giorni dopo invece i Conservatori rischiano di scivolare al quinto posto. Al quarto sicuro. Al terzo ci va appunto il nuovo gruppo delle destre identitarie, nazionaliste, euroscettiche e filo Putin formato dagli amici Viktor Orban e Matteo Salvini. Un divorzio? O un diversivo, della serie “andate avanti voi che poi vi raggiungo”. Fino adesso la premier Giorgia Meloni si è ben guardata dal fare ogni tipo di commento sul voto francese e sulla situazione nei gruppi nel parlamento europeo. Possiamo dire però con certezza che non erano questi i patti tra la premier e il suo vice Salvini. Che, resuscitato dal voto e dal 3% di Vannacci (che ha spinto per i Patrioti e ha chiesto anche un ruolo di primo piano), scalcia da tutte le parti per avere visibilità e contare. La sua base lo osserva basita ed esterrefatta (“noi non c’entriamo nulla con Le Pen e Orban”).

Salvini fuori controllo?

 A livello nazionale Salvini sembra fuori controllo, un po’ come l’estate 2019, quella del Papeete. Spinge per  levare l’obbligo dei vaccini ai ragazzi e per rendere la maternità surrogata “reato universale”. Che non si capisca cosa voglia dire  visto che in Italia non è praticabile. A livello europeo lavora per spingere Meloni verso i “Patrioti” e far saltare il tavolo di von der Leyen. La premier tace, ascolta, lavora al Piano Mattei. Incassa rate del Pnrr e privatizzazioni.  Bruxelles facilita i dossier più utili in questo periodo, dal Pnrr a Ita. Tutto pur di favorire lo strappo di Meloni: lasciare quella destra che le sta sussurrando alle orecchie una ritirata nazionalista, antieuropea e nemica della Nato che sarebbe imperdonabile; virare ora e per sempre verso una destra conservatrice ma europea, atlantista, contemporanea. E’ una scelta difficile per una leader e premier che ha recitato entrambi i ruoli in questi diciotto mesi di governo. Ma è adesso il momento della verità. Subito dopo, ammesso che Meloni accettalo strappo e dica addio alla sua parte destra più estrema, dovrà porsi il problema di cosa fare con Salvini al governo che ogni giorno pone un problema. Ogni tanto s’affaccia il pensiero di far saltare il banco e andare al voto “per fare chiarezza su chi comanda  nella maggioranza”.     

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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