[Il retroscena] Liti e vendette. Il centrodestra sta già tentando il suicidio

Si riaprono le urne in 762 Comuni, 18 capoluoghi e 6 grandi città. Lo scontro tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi sta rallentando la designazione dei candidati. In Friuli Venezia Giulia il Carroccio si arrende al candidato forzista solo all'ultimo secondo, ma "brucia" il pupillo del segretario, Massimiliano Fedriga. Ad Imperia l'ex ministro Claudio Scajola si candida sindaco e anticipa il nipote Marco, che era l'uomo di Giovanni Toti. Le cose vanno meglio al Sud, ma Brunetta tuona contro il candidato premier: "Non è il leader della coalizione, ma solo del suo partito" 

Berlusconi, Meloni e Salvini
Berlusconi, Meloni e Salvini

Già le elezioni politiche sono andate così e tra i forzisti c’è chi ha cominciato a lasciare da parte le perifrasi per dire chiaramente che “Matteo Salvini si sta  comportando da segretario della Lega e non da leader del centrodestra”, mettendo di fatto in discussione il significato politico del primato elettorale conquistato da Salvini. Il fatto è che Silvio Berlusconi e i suoi sentono sul collo il fiato di una Lega che sembra avere lanciato un’opa ostile nei loro confronti e tentata dallo show down finale di un voto anticipato con regole concordate con il M5s. Così, in un clima di questo genere, le amministrative di primavera rischiano di trasformarsi nella fine della coalizione di centrodestra e in un suicidio (politico) generale di leghisti, forzisti e fratelli d’Italia.

Il vuoto dopo la Serracchiani

Il caso più sintomatico è certamente quello della Regione Friuli Venezia Giulia. Dopo la “fuga” di Deborah Serracchiani, che non ha portato molta fortuna al Pd, il centrodestra potrebbe ambire alla riconquista di un ente regionale rimasto, nel Nord Est, l’unico non a guida leghista. Invece, a una settimana dal 25 marzo, termine ultimo per la raccolta delle firme, ancora c’è maretta sul candidato. Nella notte tra giovedì e venerdì è saltata la candidatura del forzista Roberto Marin, ex sindaco di Grado, consentendo la fuga in avanti del candidato tenuto “coperto” finora dalla Lega, il capogruppo uscente alla Camera, il triestino Massimiliano Fedriga. L’interessato ha diramato una nota dai toni un po’ enfatici nella quale giura di sentire “il dovere morale e politico” di mettersi a disposizione della sua “amatissima terra, il Friuli Venezia Giulia”. “Non intendo abbandonarla - dice - perché penso e credo di poter fare moltissimo per la mia gente”. Peccato che di lì a qualche ora sia arrivato se non uno stop, almeno il segnale di un contrattacco degli azzurri. “Il candidato alla presidenza della Regione Venezia Giulia  indicato dalla coalizione di centro-destra (FI, FdI, Lega, Nci) è Renzo Tondo, la figura migliore per assicurare alla Regione una guida di alto livello”, scrivono in una nota gli azzurri. Tondo è già stato governatore per due mandati. A quel punto è stato il partito di Giorgia Meloni a fermare tutto.

Strategie contrapposte

Il coordinamento regionale del partito più a destra della coalizione rimarca la “sorpresa” e sottolinea di “rimanere in attesa di decisioni ancora non condivise”. Tutto in alto mare, insomma, mentre il Pd ha scelto da tempo il suo candidato, Sergio Bolzonello, sin qui vicepresidente, e i Cinque Stelle hanno fatto lo stesso indicando Alessandro Fraleoni Morgera.  Renato Brunetta tiene il punto: “La leadership di una coalizione si conquista giorno per giorno con la fiducia, la condivisione e la pari dignità”. Ecco perché, a suo dire, “Salvini non è il leader del centrodestra, ma è semplicemente il leader del partito che all'interno del centrodestra ha avuto più voti e che sulla base delle regole che ci siamo dati ha il compito di fare, se riusciremo a farlo, il governo”. Fatto sta che, a breve giro di posta, prima ancora che si facesse sera, il Carroccio ha dato il suo via libera al candidato proposto dai forzisti per il Friuli Venezia Giulia. 

Il caso di Imperia

Nemmeno altrove, del resto, le cose vanno meglio. Nel 2018 si voterà in ben 762 Comuni, da Nord a Sud. Diciotto sono capoluoghi, come Avellino, Barletta, Brindisi,  Pisa, Sondrio, Trapani, Udine, Massa e sei di queste città superano i centomila abitanti: Ancona, Siracusa, Catania, Messina, Vicenza e Brescia. Un caso emblematico delle difficoltà che sta attraversando il centrodestra e delle divisioni dentro a Forza Italia è quello di Imperia. Nel capoluogo ligure ieri sera è esploso  il caso di Claudio Scajola. L’ex coordinatore nazionale di Forza Italia, già ministro dell’Interno e delle Attività Produttive, costretto a dimettersi per la nota vicenda della “casa a sua insaputa” (per la quale è stato assolto), si è infatti autocandidato sindaco della sua città. 

Toti contro Scajola

L’ex collaboratore del Cavaliere, che è stato già due volte primo cittadino, ha riunito ieri sera i fedelissimi nella  sede della Camera di Commercio di Imperia per una specie di “cerimonia di investitura”. “Non mischiamo il piano locale con la politica nazionale: la situazione di Imperia merita eccezionalità, merita le persone migliori. A decidere saranno gli imperiesi. Non mi interessano polemiche, maldicenze, doppiogiochisti, chiacchieroni, le dispute sui  metodi e i diktat”, ha detto. Giovanni Toti, governatore della Liguria, vicinissimo a Salvini e uomo forte degli azzurri nella regione, prova a ridimensionare quella mossa come “una candidatura a titolo personale,  un po’ avventata e anticipata rispetto a quello che deve essere il normale dialogo tra le forze politiche”. Difficile che il Carroccio finisca per sostenere l’ex ministro e la situazione rischia di degenerare ulteriormente, dal momento che il candidato sul quale erano pronti a puntare i ras del centrodestra locale era quella di Marco Scajola, assessore regionale e nipote dell’ex ministro. “Non ci saranno sfide all’interno della famiglia Scajola come non voglio che ci siano sfide all'interno della coalizione di centrodestra”, garantisce però Toti. A Udine, la discussione tra Lega e gli altri intanto sta rallentando la candidatura del numero uno della Provincia, Pietro Fontanini, che dovrà sfidare il dem Vincenzo Martines, “erede” di Fulvio Honsell, che si è prodigato per ottenere anche l’appoggio di Liberi e Uguali. 

Cesa da una parte, Fitto dall'altra

Le cose vanno pochino meglio per il centrodestra nel Mezzogiorno, dove la Lega ha abbassato le pretese. In Sicilia, in particolare, sembra tornato il sereno dal momento che il centrodestra ha da recuperare dopo il cappotto dei Cinquestelle.  A Catania, per esempio, dove gli azzurri mettono in campo l’europarlamentare Salvo Pogliese. Qui, però, pesa il divorzio dei cofondatori di “Noi con l’Italia”, la sfortunata “quarta gamba” del centrodestra. La strada del segretario dell’Udc Lorenzo Cesa e quella dell’ex fondatore dei Conservatori e riformisti,  Raffaele Fitto, si sono divise ieri. Il democristiano ha riunito nel quartier generale di Via San Lorenzo in Lucina lo stato maggiore del partito e i neo eletti che gli hanno dato mandato di rilanciare il “solo”  scudocrociato per le prossime amministrative e, allo stesso tempo, di dare il via ad una  federazione tra Ucd e Fi,  sempre nel segno del Partito popolare europeo. Una mossa che consentirà tra l’altro al Cavaliere di prendersi in carico i quattro senatori eletti sotto le insegne di Nci e di arrivare a quota 61, facendo del gruppo di FI  il secondo gruppo di palazzo Madama e superando così quello della Lega, fermo a 58. Per la cronaca, Raffaele Fitto non è nemmeno stato eletto in Parlamento.