[L’analisi] Non c’è da ridere sul libro del Dibba. Lui è il Fabio Volo M5s. E la paternità è un gesto politico

“Meglio liberi” è lungo 182 pagine, una sorta di ipertesto dilatato fino all’inverosimile sulla paternità e sulla vita di una giovane coppia

Alessandro Di Battista
Alessandro Di Battista

Dibba è già alla sua terza vita: il libro sulla paternità inteso come un gesto politico, come un “cheguevarismo pediatrico” a Cinque stelle. Alessandro Di Battista è diventato un Fabio Volo a Cinque stelle, uno che non solo ha partorito un prodotto editoriale perfetto, ma che lo ha trasformato in un piccolo manifesto politico.

So che molti ci scherzano su, che qualcuno già prepara sberleffi e parodie, meme virali, tormentoni sui social. Qualcuno cercherà di demolire Dibba sul piano letterario (facile), o sul piano narrativo (scontato). Qualcuno si farà  crasse risate su questo suo “Meglio liberi”(Rizzoli) un saggio non privo di ingenuità, ovviamente ma di certo autentico ( soprattutto nel suo entusiasmo neofitico). Intendiamoci, come ho già avuto modo di scrivere su La Verità il libro di Dibba sullo stupore e sulla gioia della paternità pare costruito per incorrere nelle invettive che Nanni Moretti riservava in “Caro Diario” ai suoi amici padri, persi dietro il rimbambimento genitoriale: “Non è il primo figlio del mondo! Non è il primo figlio del mondooooo!”. Vero, verissimo.

Però intanto Dibba si rigenera e gli altri si logorano. I suoi detrattori scrivono: troppo facile mollare la poltrona! Troppo smaccatamente propagandistico il gesto di Cicinnato! Ma intanto, su mille parlamentari, e cento protagonisti di prima fila, Dibba si iscrive al club di quelli che hanno la capacità di fare il passo indietro. Rinuncia alle prebende e alle indennità certe, si dedica alla professione di scrittore, si cimenta con altre imprese, diventando “riserva della repubblica a Cinque stelle”. I retroscenisti dicono: immagina una legislatura di logoramento per Luigi Di Maio, si tiene pronto per un secondo round.

Vero: ma i politici di solito hanno l’horror vacui, il terrore di staccare la spina, di fare un passo indietro, di perdere la rendita data. Oscar Farinetti consiglió a Matteo Renzi - dopo la sconfitta del referendum - di fare un giro del mondo per due anni , e tutti invece sappiamo che il segretario del Pd non ha avuto la forza di seguire il consiglio, è stato preso dall’angoscia di mollare le leve de suo potere temporale, ha contraddetto la sua promessa. 

Ecco perché non si può non leggere il libro come una operazione comunicativa del personaggio: esco dalla politica, ritorno nella vita reale, divento padre. In un paese a crescita zero è l’atto più sovversivo che si potesse immaginare, qualunque sia l’intenzione che lo ha prodotto. Anche lo stile della scrittura punta ad allargare il pubblico: didascalico, enfatico, peynettiano, un po’ melodrammatico, un po’ scanzonato. Pensato per le donne che leggendo possano sospirare dicendo: fosse lui il mio uomo!

Va detto che nella scrittura Dibba si prende terribilmente sul serio e giunge fino a trasformare in un gesto eroico persino il montaggio di una mensola per i pannolini. Però intanto il libro è accessibile a tutti, anche ai “non lettori” e immagino che qualcuno leggendolo si commuoverà. Arriviamo al contenuto. “Meglio liberi”  è lungo 182 pagine, una sorta di ipertesto dilatato fino all’inverosimile sulla paternità e sulla vita di una giovane coppia, un raccontone in tempo reale, una chat sulla vita, un novantesimo minuto della genitorialità raccontato in diretta dalla sala parto e dintorni. È come se un post su Facebook finisse per essere rilegato e stampato. 

Si dirà: cerca il successo facile. Ovvio. Ma anche costruirsi un filone di successo è un talento. Qualcuno dirà: "Ecchissene frega!" Legittima obiezione anche questa. Quella di Dibba è un ritorno nel privato che diventa pubblico, il viaggio nella neopartenità che aspira a diventare gesto politico. La scelta di un “forrestgumpismo” voluto e persino esibito: “A un certo punto mi si avvicina Sahra e mi fa: “Credo di essermi persa qualcosa lì sotto”. “Sarà Pipì”, le ho risposto io, scherzando”. E il lettore sospira: Ahó, è la rottura delle acque, non ci siete arrivati? Parto prematuro: “Non era pipì, era liquido amniotico e siamo corsi all’ospedale”.

Qui il Dibba narratore aggiunge postille decisive tipo questa: “Non so come spiegarlo, ma è come se, in un certo senso, anche io avessi vissuto la mia gravidanza”. Nelle pagine successive Dibba ti informa in tempo reale, metro per metro, se prende le salviette umidificate oppure no, quale libro porta da leggere alla sua Sahra se ha avvisato mamma e papà, a che ora riceve la telefonata di Shara (“erano le 3.50, aveva la voce rotta dal dolore”) a che ora era sul portone dell’ospedale (“Erano le 4.10 stavo per diventare padre”) a che ora il piccolo è finalmente arrivato (“Andrea è nato alle 6.04”). A proposito, Andrea, ecco come si è arrivati alla scelta del nome, con il metodo scientifico sperimentale: “Abbiamo deciso di chiamarlo così perché non aveva la faccia da Eduardo”. 

Si parla di divani montati a mano, di comizi in cui si fanno appelli per corredi prenatali e donazione di pannolini, di scalate dei tetti di Montecitorio con un occhio alle ecografie. A pagina 71 Sahra ha il seno che scoppia e siamo appena al sesto giorno di vita della creatura. A pagina 163 il padre scrive la sua prima lettera al figlio: “Ciao Andrea come stai? Mi pare molto bene”. Corso preparto, psicoterapia, letture pop da teenager come “il piccolo principe”, “il gabbiano di Jonathan Livingstone”.

Se il primo libro del deputato pentastellato ha tirato quasi quarantamila copie questo bisserà  sicuramente il successo. “Meglio liberi” ha la presunzione di trasformare la neopartenità delle nuove generazioni di uomini  in un sentimento (pre)politico, in una bandiera. E nel suo genere arriva primo. Dibba nerudeggia, chiude il maniera lirica ed espressionista, racconta ad Andrea di aver dipinto l’America Latina sul pancione della mamma, per di più alla rovescia perché lo aveva già disegnato così “sulla parete di una casa in Guatemala, assieme a due miei amici catalani, rubandolo da un libro di Galeano perché il nord e il sud sono una pura convenzione”.  

Evvai. Anche perché, conclude Dibba rivolto ad Andrea: “Sei nato alla rovescia, la posizione più sana per venire al mondo, sei nato alla rovescia ma in un istante mi hai raddrizzato la vita”. Però alla fine di “Meglio liberi” la principale curiosità è un’altra: vorrei proprio conoscere la mitica Shara, santa donna, e dirle: tieni duro, questi due - padre e figlio - quella che ha le idee più chiare mi sembri tu.