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Zaki/Regeni: non è un baratto. Si chiama geopolitica. E l’Egitto di Al Sisi torna così “credibile e affidabile”

Il governo rivendica la liberazione dello studente egiziano laureato in Italia. La verità è che rispetto agli anni di Regeni (2016) l’Egitto gioca oggi un ruolo decisivo su molti dossier che riguardano la stabilizzazione del Mediterraneo. Avere Sisi “al tavolo” conviene a tutti. Il ruolo dell’Eni

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
Zaki/Regeni: non è un baratto. Si chiama geopolitica. E l’Egitto di Al Sisi torna così “credibile e...
La gioia di Zaki dopo la liberazione (Ansa)

Zaki è libero. Sta facendo le carte per tornare in Italia. Ci vuole ancora un po’ pazienza, certa burocrazia può sembrare non finire mai. In un impeto di gioia la premier Meloni s’era lasciata scappare che “domani sarà in Italia”. Oggi, domani, comunque arriva. E per lui sarà, solo a quel punto, la fine dell’incubo e l’inizio di una nuova vita.

La storia di Zaki finisce qua. Tutto il resto, quello che c’è stato prima e ci sarà dopo è geopolitica. Sono rapporti, soprattutto commerciali, con l’Italia e il resto di Europa. E’ una nuova fase che l’Egitto di Al Sisi ha deciso di avviare, poi si capirà perchè e nell’interesse di chi (oltre che dell’Egitto). Sono i rapporti tra Europa e Africa, tra Italia e Africa, a suo modo il Memorandum firmato a Tunisi domenica scorsa, quel team Europa von der Leyen-Meloni-Rutte che promette in diretta tv 900 milioni a prescindere da quanto saranno realmente. Persino i nuovi equilibri a est, la Russia di Putin, la Cina di Xi e la Turchia di Erdogan, tutto questo si tiene della storia della grazia a Patrick Zaki. Non c’entrano, purtroppo, i diritti e un sussulto democratico in loro difesa. C’entra tutto il resto. Ecco perchè è giusto tributare una parte di questo “successo” al governo Meloni e al metodo Tajani. Ma tutto questo comincia assai prima di loro. Ed ecco perchè è abbastanza un gioco delle parti sterile e inutile chiedere oggi “verità” per Giulio Regeni. 

Tra baratti e real politik

Sbagliato parlare di baratti. La real politik ci dice oggi che tra il ricercatore friulano distaccato a Il Cairo, rapito, torturato e ucciso nella prima settimana di febbraio 2016 e lo studente egiziano iscritto a Bologna arrestato per “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese” nel febbraio 2020 , ci sono di mezzo anni che hanno cambiato i rapporti in Africa, in Europa e nel Mediterraneo.  Concedere la grazia a Zaki oggi serve a molti. Sapere la verità su Marco Regeni, ovverosia pensare che il Cairo consegni alla giustizia italiana gli agenti che lo hanno torturato e ucciso, serve alla coscienza di tutti ma all’agenda di pochi. Forse nessuno. Ecco perchè parlare di baratto Zaki/Regeni è un eccesso. Ipotizzare che la soluzione di un caso (Zaki) e con queste modalità così plateali (prima la condanna, clamorosa, poi, dopo neppure 24 ore, la grazia presidenziale) servano anche a liquidare per sempre l’altro caso, per i regime di Al Sisi senza dubbio il più scomodo e ingiustificabile, è molto realistico e pragmatico. 

“Un gesto molto apprezzato in Italia”

E’ questo il filo del ragionamento che emerge dai pochi ma significativi interventi di politici e analisti sul caso Zaki. Anche le parole del presidente Meloni vanno in questa direzione. Ieri ha avuto un cordiale colloquio telefonico con il presidente egiziano. La premier lo ha “ringraziato per la grazia concessa un gesto di grande importanza che è stato molto apprezzato in Italia”. La telefonata, recita un comunicato di palazzo Chigi, è stata anche un’occasione per “approfondire alcuni temi bilaterali e per fare un punto in vista della Conferenza sullo sviluppo e migrazioni di domenica a Roma dove l'Egitto sarà rappresentato dal Primo Ministro Madbouly”. Entrambi i leader sperano comunque di potersi “incontrare presto”.  Se si considerano anche le parole pronunciate da Meloni 48 ore prima quando era arrivata la clamorosa condanna a tre anni (“continuiamo a confidare in una soluzione positiva”)  e il giorno prima quando appena arrivata la grazia (“le nostre speranze erano ben riposte”), è chiaro che il dossier Regeni non è in evidenza tra quelli sospesi tra Italia e Egitto. Nelle parole della premier non c’è stato un minimo riferimento infatti al caso del ricercatore italiano morto. Le regole d’ingaggio della diplomazia in questi casi suggeriscono di “evitare pressing e di considerare i dossier uno alla volta”. Ma un cenno, anche minimo, poteva essere fatto.

“La forza delle relazioni italo-egiziane”

 Sisi ha usato Zaki per ripulirsi una volta per tutte agli occhi dell’Italia e dell’Europa e riconquistare il ruolo che gli spetta nelle relazioni politiche-economiche nel Mediterraneo con la centralità che il nostro mare ha ritrovato prima con Draghi poi con Meloni? Molto probabile.  Lo dicono in modo abbastanza chiaro gli ambasciatori.  Quello egiziano a Roma, Bassa Rady: “L'uso da parte del presidente della sua autorità costituzionale per concedere la grazia presidenziale è un apprezzamento personale per la profondità e la forza delle relazioni italo-egiziane. La rapidità della grazia ne è la migliore prova”. Lo dice il servizio diplomatico europeo (Servizio per l’azione esterna della Ue, Seae): “La grazia a Patrick e all'avvocato per i diritti umani Mohamed El-Baqer rappresenta uno sviluppo positivo per le relazioni tra Egitto ed Unione europea che continuerà a collaborare col Cairo "per promuovere il buon governo e i diritti umani, anche attraverso la nostra cooperazione bilaterale”.

Resta in un silenzio necessario Michele Quaroni, l’ambasciatore italiano a Il Cairo, che non ha mai smesso di lavorare neppure un giorno per chiudere il caso Zaki. Significativo che il primo grazie a Quaroni sia arrivato proprio da Zaki appena uscito dal carcere (“non finirò mai di ringraziare l’ambasciatore Quaroni per tutto quello che ha fatto per me”). E poi in linea gerarchica dalla premier, dal ministro degli Esteri e da tutto il governo.   

Il metodo Tajani

Il sospetto del baratto è e resta forte. Quelle cose che si fanno ma non si dicono perchè poi alla fine, dato il contesto, va a tutti bene così. Il ministro degli Esteri Anotnio Tajani si ribella a questa ricostruzione: “Non c’è nessun baratto” con l'Egitto, “nessuna trattativa sottobanco” con Il Cairo per cedere nella richiesta di verità sulla morte di Giulio Regeni in cambio della grazia a Patrick Zaki. Il vicepremier rivendica il successo del governo per il buon esito della vicenda dello studente egiziano e garantisce che l'Italia “continuerà a chiedere che si faccia luce sul caso Regeni come ha sempre fatto”.

Da anni Il Cairo ignora la richiesta della magistratura italiana di rendere noti gli indirizzi dei quattro 007 egiziani accusati dell'omicidio - necessari per poter notificare loro gli atti del processo - impedendo di fatto che il procedimento vada avanti. “Dobbiamo avere il maggior numero possibile di notizie per quanto riguarda le persone sospettate del suo omicidio” ha spiegato Tajani, assicurando: “Noi siamo andati avanti e continuiamo a lavorare, chiediamo sempre le stesse cose continuando a interloquire con l’Egitto”. Il vicepremier ha ricordato di aver sempre portato avanti i due casi insieme, quello di Zaki e quello di Giulio, nei suoi incontri con le autorità egiziane a Roma e a Il Cairo e di aver ricevuto “risposte positive” da Al Sisi. Adesso “con un lavoro certosino il governo è riuscito a ottenere il risultato che volevamo”, la liberazione di Patrick. E “questo perché siamo persone serie, un governo credibile, non abbiamo strillato o minacciato, abbiamo fatto lavorare l’intelligence e la diplomazia. Credo che la politica debba agire così: in silenzio, contano i fatti, le chiacchiere stanno a zero”.

Nella soluzione positiva di questa vicenda si dovrà ad un certo punto parlare di “Tajani’s way”, un lavoro continuo ma non pressante, ai fianchi e mai frontale, silenzioso e mai strombazzato.  "Qualcuno diceva che ero un ingenuo, invece con un lavoro certosino del presidente del Consiglio, della Farnesina, dell'intelligence e dell'ambasciatore siamo riusciti ad ottenere il risultato che volevamo. A noi interessava far uscire dal carcere un giovane che si è laureato in Italia. Il risultato è stato ottenuto, il resto sono polemiche inutili di chi non sa cosa dire”.

Il ruolo delle università

Il metodo, anche, di una-cosa-alla-volta. Senza dimenticare il passato. I rettori delle Università italiani (la potente CRUI) “applaude” l'epilogo atteso da anni per Patrick Zaki, ma auspicano “risultati analoghi per il caso di Giulio Regeni, visto che siamo ancora in attesa di una risposta chiarificatrice” sulla sua prolungata tortura a morte. La Conferenza dei rettori chiede una soluzione anche per un altro ricercatore privato della libertà da un regime autoritario: l'iraniano-svedese Ahmadreza Djalali, in passato all'Università del Piemonte Orientale, condannato all'impiccagione a Teheran con l’accusa di spionaggio. Le università hanno avuto un ruolo importante in entrambe queste vicende: in negativo per Regeni, in positivo per Zaki. Il mondo accademico in certe realtà può arrivare prima e meglio delle intelligence e della diplomazia. E, proprio per questo, anche fare danni. 

Italia, Egitto e la Libia

Sarebbe riduttivo far passare la liberazione di Zaki come una baratto. E’ sicuramente geopolitica. “La liberazione di Zaki è un passaggio giuridico egiziano, ma ancor più è un messaggio dal valore geopolitico” spiega Daniele Ruvinetti, analista geopolitico e Senior Advisor della Fondazione Med-or. “Egitto e Italia sono due attori protagonisti nel Mediterraneo allargato, questa coincidenza di interessi su un caso specifico racconta di come la cooperazione può avere — e avrà a mio avviso — riflessi su altri dossier,  quello libico su tutti. Roma e il Cairo stanno sponsorizzando un processo di stabilizzazione libica.  Governo, Farnesina, intelligence hanno lavorato positivamente insieme al Cairo per arrivare a una giusta grazia per Zaki. In futuro forse potremo vedere evoluzioni anche per Regeni, vicenda assai più pesante. C'è da augurarsi che questo lavoro proceda sui temi più caldi del Mediterraneo e del Nordafrica. Non esiste un'attività nella regione che non inglobi l'Egitto come partner e interlocutore”. Non abbiamo detto, in tutto questo, del ruolo  giocato dall’ Eni. E’ stata la vera  chiave. Come sempre quando c’è di mezzo l’Africa. Ma servirebbe un articolo a parte. 

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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