[L’analisi] Quante lezioni ci lascia il brigadiere Mario. Una su tutte: fuori la propaganda dal dossier sicurezza

Si era già scatenata la caccia allo straniero  e ai “barbari invasori” con il solito corredo lessicale di lavori forzati e pene esemplari. La scoperta che l’assassino è un giovane americano lascia muto e spiazzato chi era già pronto alla caccia al nordafricano 

[L’analisi] Quante lezioni ci lascia il brigadiere Mario. Una su tutte: fuori la propaganda dal dossier sicurezza

Chiariamo subito una cosa: la morte, in servizio, del vicebrigadiere scelto Mario Cerciello Rega, 35 anni, sposato da 40 giorni e appena tornato dal viaggio di nozze, è un dolore che non finirà mai. Per i suoi familiari, per la giovane moglie Rosa Maria e per chiunque di noi ogni volta che qualcosa, nelle nostre giornate, ci richiamerà alla mente  questa tragedia. Ogni volta, ad esempio, che vedremo una divisa dei Carabinieri, ricorderemo questo giovane con due occhi azzurri sorridenti ucciso mentre cercava di recuperare una borsa scippata qualche ora prima in una piazza di Roma.

E’ necessario, per placare  almeno un po’ il dolore, arrestare i responsabili e condannarli senza sconti nè indugi. Senza nessuna pietà, sarebbe il caso di dire. Perché non ci potranno essere attenuanti di alcun genere per chi infila per otto volte ripetutamente la lama di un coltello nel corpo di una persona. 

Il confine invalicabile

La premessa è d’obbligo perchè di questi tempi è un attimo passare per sciagurati buonisti e  garantisti da salotto. La storia di Mario deve diventare, piuttosto, il confine invalicabile dell’uso scellerato della propaganda politica nei tempi della sicurezza. Il momento in cui tutti ci si guarda in faccia e si decide, una volta per tutte, che la propaganda deve restare fuori in ogni modo e ad ogni costo dai temi della sicurezza. Nè destra nè sinistra, nè post-ideologico secondo il mantra dei 5 Stelle. La sicurezza è una faccenda di civiltà e di stato di diritto dove le regole valgono per tutti.   

Tante versioni

La dinamica è stata chiarita solo ieri sera tra le 22 e le 23: i due ragazzi americani cercavano droga a Trastevere, hanno acquistato da un pusher che però li ha fregati, quando se ne sono accorti hanno rubato il borsello al pusher con dentro il cellulare. Il pusher ha prima chiamato il proprio cellulare per mettersi d’accordo per la restituzione del borsello e subito dopo ha avvisato i carabinieri denunciando l’estorsione. L’appuntamento in via Cossa, quartiere Prati, è stato fatale.

Fino a sera si sono accavallate più versioni. Ieri pomeriggio erano almeno quattro le persone sentite nella caserma del reparto operativo in via In Selci a Roma: due marocchini, uno nato nel 1981 e uno nato nel 1975, entrambi - pare - con regolare permesso di soggiorno e probabilmente testimoni; i due studenti americani ventenni riprese da numerose telecamere.

Eppure, già ieri di prima mattina era iniziata la caccia “all’africano”, il “dagli al nero”, “fermiamo l’invasione”, “che fine hanno fatto i rimpatri”, “tolleranza zero”. L’Arma dei Carabinieri ha comunicato di prima mattina, intorno alle 9, l’omicidio di vicebrigadiere attribuendo in via ipotetica la responsabilità a “due cittadini nordafricani” in circostanze e modalità da chiarire. I due vicepremier non hanno perso tempo. 

Subito la grancassa

Salvini, il ministro dell’Interno, l’ha messa così: “Sono sicuro che prenderemo quei bastardi e che pagheranno fino in fondo, lavori forzati e carcere finché campano”. Pochi minuti dopo l’altro vicepremier l’ha messa a sua volta così: “Mi dicono che sono ricercati due cittadini stranieri… spero scontino la pena fino in fondo nel loro paese di origine. Piuttosto, che fine hanno fatto i rimpatri e le espulsioni?”. Un modo per attaccare Salvini che di espulsioni e rimpatri si era riempito la bocca in campagna elettorale ma, come previsto, non è riuscito a farli perchè per le espulsioni occorrono accordi con i paesi di origine. E quasi mai quei paesi si vogliono riprendere in casa persone che finiscono per essere un costo più che una risorsa.

Fino più o meno a mezzogiorno, soprattutto sui social, la faccenda aveva preso una deriva assurda: tutta colpa degli immigrati che invadono il paese e poi accoltellano i nostri uomini in divisa. “Sono sconvolto - diceva il senatore Maurizio Gasparri (Fi) - un omicidio attuato da stranieri intenti a compiere crimini. Basta slogan e la solidarietà non basta: servono norme, più severe, maggiori risorse e più organici”. Parole severe contro un Salvini che si fa vanto delle maggiori risorse alla forze di polizia, divise, diarie, straordinari. Ancora più esplicita Giorgia Meloni: “La scorsa notte un carabiniere 35 anni è morto ammazzato da due magrebini ancora latitanti…. l’Italia non può essere il punto di approdo di queste bestie”. 

Spiazzati dalla verità dei fatti

Poi però alle 13 e 50 viene fuori che i sospetti ricadono su due cittadini americani. Per ore la propaganda resta spiazzata dalla vita dei fatti. I social continuano imperterriti nel loro perverso gioco al massacro contro lo straniero. Non contro il colpevole assassino che deve pagare. No, contro lo straniero. Anche un politico di professione, e giornalista, come Daniele Capezzone resta inchiodato alla propaganda. Alle cinque del pomeriggio viene ancora rilanciato un suo tweet: “Attenzione, i giornaloni ancora non vi dicono che sono due nordafricani…”. E meno male: i “giornaloni”, come li chiama, fanno il loro mestiere: informano, sentono gli inquirenti i quali, giustamente, a quell’ora dicono quello che sanno, e cioè che ci sono più persone fermate senza indugiare sulla nazionalità. Perchè non può essere questo che fa la differenza. L’unica cosa che conta è prendere i responsabili. Di cui ancora però non si ha certezza. 

“Morto per tutelare la legalità”

Roberto Saviano, scrittore, giornalista, ha spiegato bene in un lungo post l’orrore dell’ uso politico a fine di propaganda che qualcuno ieri ha provato a fare.  Ha messo in evidenza la professionalità di Mario e del suo collega: “Quei due Carabinieri non sono arrivati sul luogo con le pistole spianate, non sono piombati con violenza, ma con la prudenza del diritto, per capire chi avevano di fronte e magari risolvere tutto senza colpo ferire. Questo è stato l’ultimo onore di Mario Cerciello Rega che si è comportato da carabiniere e ha pagato con la vita”. Ha spiegato la difficoltà di essere poliziotto o carabiniere (“non esistono mai servizi semplici quando si è in strada”) eppure, e ora, la morte del giovane brigadiere “è già territorio saccheggiato dalla peggiore propaganda. La morte di un Carabiniere in servizio non può essere usata come orrido strumento politico contro i migranti”. L’appello finale è una grande lezione. Di diritto, umanità e politica:  “Non è semplice, ma sta a noi comprendere la reale situazione criminale del nostro Paese e difendere il sacrificio di un uomo, di un Carabiniere caduto mentre agiva rispettando il giuramento prestato alle leggi democratiche del suo Paese”. Morto “per tutelare la legalità” ha detto il Capo della Polizia, il prefetto Franco Gabrielli.  

Quante lezioni

La morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega è una lezione per tutti. Anzi, tante lezioni:  gli apparati di sicurezza di questo paese hanno assolutamente e continuamente bisogno di corsi di aggiornamento e perfezionamento; non ci può e non ci deve essere differenza di addestramento tra un brigadiere della stazione e il nucleo speciale del reparto scelto perchè la criminalità di strada è più insidiosa, perchè inattesa, del racket o del clan. Servono divise, mezzi e, perchè no, strumenti come il Taser, la pistole elettrica se usata con metodo e misura (e anche qui servono i corsi). Servono stipendi più dignitosi perchè un uomo in divisa  a 1300 euro al mese e che fa servizio in strada mette a rischio ogni giorno la vita.

L’ultima lezione è questa: l’unica cosa che non serve è usare la sicurezza per fare propaganda politica. Non ci possono essere ancora oggi 150 persone in mare salvate (altrettante disperse) da un peschereccio italiano e poi trasportate su un mezzo della Guardia costiera italiana che non sanno in quale porto andare perchè il ministro dell’Interno, che non partecipa ai vertici internazionali dove l’Europa cerca (in colpevole ritardo) soluzioni, non li vuol fare sbarcare in Italia. Non ci possono essere un questore e un prefetto (a Torino) che per essere più realisti del re avvertono che in val di Susa oggi ci sarà “tolleranza zero” rispetto ai manifestanti No Tav. Quante lezioni ci regala il vicebrigadiere Mario.