Il Pd presenta una legge per "aiutare" i sindaci che ai sindaci dem non piace

Il "partito dei sindaci" dem in rivolta contro la "legge sui sindaci" del Pd. Le obiezioni di Ricci e Nardella: chi ha paura dei sindaci?

Il presidente dell’Anci, Antonio Decaro
Il presidente dell’Anci, Antonio Decaro (Ansa)

Il Pd ha presentato diversi disegni di legge per ‘aiutare’ i sindaci a svolgere meglio il loro lavoro. “Fin qua, tutto bene”, si potrebbe dire, parafrasando quanto diceva il giovane protagonista di un vecchio film francese, L’haine (“L’odio”), diretto da Mathieu Kassovitz e vincitore del Festival di Cannes nel 1995, con protagonista un giovane e bravissimo Vincent Cassel, “il problema – aggiungeva cadendo da un palazzo – “non è la caduta, ma l’atterraggio”.

Ai sindaci dem, infatti, quella legge ‘non piace’, e lo dicono pure, a partire dal sindaco di Pesaro, il dem Matteo Ricci. Il che – in tempo di elezioni amministrative – non è il massimo, per il Pd, ma prima vediamo con esattezza di cosa si tratta.

Partendo dal presupposto che “il mestiere più bello del mondo nessuno lo vuole più fare”, come ebbe a dire il sindaco di Milano, Beppe Sala, quando – due mesi fa – la sua collega di Crema, Stefania Bonaldi, si beccò un avviso di garanzia per un bambino finito con due dita schiacciate nella porta di un asilo comunale, la legge – primo firmatario il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, e senatore dem, Dario Parrini – vuole dare “più soldi” ai sindaci (stipendio medio, se va bene, 3500 euro, ma solo nelle città medie, nelle grandi città circa 5 mila) e sgravarli da responsabilità penali “improprie”.

Il saggio Parrini, settimane fa, a La Stampa, diceva che “la legge non ha colore politico e interessa tutti, quindi spero abbia un iter veloce”.

La Lega, per non essere seconda al Pd, già lancia una sua pdl per “garantire maggiore supporto ai Comuni e adeguati compensi ai sindaci”, ma il progetto del Pd è ben più articolato e profondo.

I quattro disegni di legge del Pd ‘pro-sindaci’

Si tratta di ben quattro disegni di legge (uno sulla responsabilità penale e amministrativa, uno sulle indennità, una sui contributi previdenziali, una sull’esercizio delle funzioni), presentati in un colpo solo, che vogliono sanare – spiegava l’ex capogruppo dem, Luigi Zanda, sempre a La Stampa, una doppia ferita: quella degli stipendi (i sindaci delle grandi città guadagnano sui 4mila euro), e quella del rischio penale (basta una firma sbagliata per ricevere un avviso di garanzia). La capogruppo del Pd al Senato, Simona Malpezzi – come Parrini e come Zanda tutti di Base riformista – parla, addirittura, di “proposte rivoluzionarie” per “restituire dignità e centralità alla figura dei sindaci”. In pratica, agganciando le indennità dei sindaci a quelle dei governatori e consiglieri regionali, i sindaci così arriverebbero a guadagnare, dagli attuali 2/3 mila euro fino a 7 mila per chi guida una grande città e 6 mila per chi guida comuni medi e via a scalare.

L’operazione costerebbe, alle finanze dello Stato, solo 150 milioni per i quasi 8 mila sindaci italici. Invece, per lo ‘scudo penale’, la pdl del Pd pensa a una responsabilità solo penale ed erariale, per i sindaci, limitando l’imputabilità per i reati di abuso d’ufficio e di omissione impropria, legando le responsabilità solo alle competenze espressamente dei sindaci e limitando solo ai casi di dolo la responsabilità amministrativa-contabile, come peraltro già previsto nel dl Semplificazioni.

Tutto bene, dunque? Mica tanto. I quattro ddl non fanno menzione, infatti, dell’incompatibilità e dell’incandidabilità dei sindaci che – unici tra tutti gli amministratori locali – se vogliono correre alle elezioni politiche devono dimettersi ben sei mesi prima dalla scadenza del mandato. E qui, come si suol dire, ‘casca l’asino’. I sindaci, in testa quelli dem, sentono puzza di bruciato. A tal punto che le proposte di legge del Pd sono cadute nel vuoto, un silenzio davvero assordante, da parte dei sindaci dem. Non uno, dicasi uno, che ha parlato a suo favore o che l’abbia lodata. Dal presidente dell’Anci, Antonio Decaro, al più ‘piccolo’ dei sindaci dem, un ‘silenzio di tomba’, almeno fino a ieri l’altro, quando ha parlato Ricci.

Nelle chat interne dei sindaci dem, addirittura, c’è pure chi ha scritto: “Hai visto la proposta del Pd?! Hanno paura di noi! Non ci vogliono tra le p…e quando ci saranno le politiche perché ci temono e, tra i pochi voti che prenderà il Pd e i pochi posti che ci saranno da dividersi, in Parlamento (causa il taglio dei parlamentari, che da 945 scenderanno a 600, ndr.), non ci vogliono tra i piedi, anche perché sanno bene che noi, a differenza di tanti parlamentari uscenti, i voti li abbiamo, nelle città e, quindi, nei collegi dove potremmo presentarci”.

La cordiale, ma puntuta, protesta di Ricci

Ma, come si diceva, l’altro ieri è stato il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, a prendere il toro per le corna e a urlare che ‘il re è nudo’.

Prima colloquiando con il sindaco di Firenze, Dario Nardella, alla Festa dell’Unità nella sua Pesaro, e poi parlando alla Festa dell’Unità di Bologna, il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci – coordinatore dei sindaci dem per tutto il Pd, ma anche presidente di Ali (Lega Autonomie locali, che rappresenta molti sindaci dem come civici) – l’ha messa giù così, la sua critica ai progetti di legge: “Il Pd ha avuto il coraggio di presentare un pacchetto di norme a firma Zanda, Parrini e altri per la tutela dei sindaci e speriamo che questo provvedimento vada avanti velocemente. Manca però una parte, e per questo con altri sindaci presenteremo un emendamento al nostro segretario Letta e ai parlamentari che hanno proposto il disegno di legge che riguarda l'incandidabilità dei sindaci. Oggi c’è una norma a nostro parere discriminatoria, cioè che solo i sindaci - se si vogliono candidare in Parlamento, se i loro partiti vogliono candidarli e se gli elettori delle primarie li indicano per il Parlamento, si devono dimettere almeno sei mesi prima delle elezioni”. “Questo – continua Ricci - è un ostacolo spesso e volentieri insormontabile perché significa far scattare i commissariamenti prefettizi nei Comuni. Quindi ringraziamo il Pd – e presentiamo questo emendamento che significa ‘non aver paura dei sindaci’, che per il centrosinistra possono essere una carta in più per vincere le elezioni. I sindaci raccolgono consensi in maniera trasversale e quindi proprio il Pd, che è la principale forza territoriale, aggiunga a un giusto provvedimento un emendamento che tolga l'incandidabilità, facendo restar l'incompatibilità che c'è per qualsiasi altra carica istituzionale”, ha concluso il sindaco di Pesaro, e tra gli applausi.

La richiesta di Nardella: “primarie nei collegi”

Chi ha parlato con il sindaco di Firenze, Dario Nardella – il quale, invece, non ha affrontato così di petto la questione dell’incandidabilità – sa che nutre, però, gli stessi dubbi e avanza le stesse, identiche, richieste di Ricci. Rivelatore, inoltre, del suo pensiero, una considerazione fatta dal palco – della Festa dell’Unità di Pesaro, stavolta, in un dibattito moderato dalla giornalista Giovanna Casadio del quotidiano La Repubblica – quella che riguarda, quando si arriverà ‘sotto’ le elezioni politiche, le primarie che Nardella vuol fare, dentro il Pd, per scegliere i candidati nei collegi, perché – spiega – “un partito come il Pd, a prescindere dal sistema elettorale che ci sia, non può evitare di passare per le primarie se vuole tenere fede alla sua natura stessa di partito, e non lo dico certo per me, dato che io, nel 2023, sarò ancora nel pieno del mio secondo mandato, ma nella mia pur breve esperienza parlamentare ho visto quanto distacco c’è tra il Palazzo e la gente”. Concetto ribadito da Nardella a Bologna: “Come Pd crediamo in questa grande comunità, la sfida nazionale saranno le politiche nel 2023. Pd e centro sinistra devono essere credibili, ma si deve inaugurare una stagione nuova, che nasce dal basso e con una classe dirigente che conosce i territori. I cittadini hanno bisogno di più sobrietà e vicinanza. Va colmata la distanza tra quello che succede nei territori e quello che accade nei palazzi romani. In questo senso il Pd può aprire una nuova fase, senza paura di mettersi in gioco. Diamo voce ai cittadini attraverso le primarie”.

Traduzione, non troppo malevola, delle parole di Nardella: se avete coraggio, fateci candidare alle Politiche, non dovendoci dimettere sei mesi prima, e fate le primarie in ogni collegio, così si vedrà chi ha più filo da tessere (e più voti). Basta, come critiche al Pd? Eh no, non basta…

Le altre critiche dei sindaci al Pd e al governo: “L’Italia va veloce”, perché fate i frenatori?

Infatti, se sul tema sollevato da Ricci, quello della incandidabilità, come prescrive la legge, dei sindaci, “presto usciranno in molti altri colleghi, a dire la loro” – spiega un altro sindaco dem, sotto garanzia di anonimato – perché siamo un po’ stufi che Letta, come tutti i suoi predecessori, ci usi e ci cerchi solo in campagna elettorale e, poi, quando si tratta di ‘farci largo’, non ci considera”, sempre la coppia Ricci&Nardella ha criticato molti altri aspetti di leggi e regolamenti attuali, scambiandosi la palla a vicenda in quel di Pesaro.

Si parte con il ‘Codice degli appalti’, voluto dall’allora ministro dem, Graziano Delrio, “una legge che ci ha solo complicato la vita e che, palesemente, non funziona”, dicono entrambi.

Si passa per il ‘dl Semplificazioni’ che “non semplifica un bel niente, anzi: complica le cose, speriamo che cambi, ma il Pd non ha detto ‘ah’ e speriamo che non ci si ritrovi con Draghi che, per non perdere i soldi del Recovery, non sia costretto a commissariare tutto, come al ponte di Genova”, notano i due, “e speriamo che il Pd non si iscriva al partito dei ‘frenatori’, sarebbe un disastro…”, chiosa Ricci, “perché la burocrazia ci uccide”, nota Nardella, “ci impedisce di fare le cose”. O, come dice ancora Ricci, “Questo grido di dolore deve essere ascoltato dal Pd e dal Governo e non ci si dica che se vogliamo semplificare vuol dire aprire le porte all'illegalità perché non è vero!”.

E si finisce con le sovraintendenze (gestite da anni dall’attuale ministro alla Cultura, Dario Franceschini, storico big di Area dem) che “ci fanno letteralmente impazzire con i loro divieti e con i loro ostacoli e che ci chiedono il loro parere, sempre ostativo, anche per mettere due tavolini!” hanno detto, all’unisono, sia Ricci che Nardella.

Per non dire di un documento, intitolato “L’Italia che va veloce” che i sindaci Pd -Ricci in testa - hanno presentato al segretario, Enrico Letta, il quale – a sentire, almeno, i suoi collaboratori – avrebbe risposto ‘ah, sì, bella iniziativa, bravi’, “per poi metterlo in un cassetto e tanti saluti…”.

Insomma, dagli ex ministri (Delrio) agli attuali (Franceschini) passando per il segretario (Letta) sono davvero tante, e circostanziate, le critiche che i sindaci democrat muovono al loro partito.

Chissà se Letta ascolterà il ‘grido di dolore’ dei sindaci del suo partito e, soprattutto, se chiederà di mettere mano a quella norma (l’incandidabilità dei sindaci) che, nelle 4 pdl 4 scritte dal Pd per ‘aiutare’ i sindaci, curiosamente non appare… Altrimenti, la domanda – maliziosa, ma concreta – sarebbe: il Pd ha forse ‘paura’ dei suoi sindaci?

I ‘cacicchi’ di D’Alema: la storica insofferenza del ‘partitone’ della sinistra contro i sindaci

Ma per parlare della ‘rivolta’ oggi in atto, da parte dei sindaci dem, contro il loro stesso partito (il Pd, appunto), bisogna prenderla alla lontana.

Massimo D’Alema, per dire, agli inizi degli anni Novanta, quando i sindaci eletti dall’allora sinistra e centrosinistra davano le carte, a sinistra, e fondavano persino movimenti pre-partitici. Per dire, il movimento delle ‘Cento città’, lanciato dai sindaci usciti vincitori dalle elezioni del 1993 (Rutelli, Orlando, Castellani, Cacciari, Bianco, Bassolino, Illy), fu subito ribattezzato, a sfregio, delle ‘Cento padelle’ dall’allora premier Giuliano Amato. Ma essendo D’Alema D’Alema spetta a lui averli bollati, a disprezzo, “cacicchi”.

Per la precisione, il 14 dicembre 1997, D’Alema disse, a un convegno romano di ‘riformatori’, che con “un eventuale ‘partito dei sindaci” c’è il rischio “che diventi come un ‘accampamento di cacicchi’, quei signorotti medievali che in Messico combattevano piccole guerre contro la potente armata spagnola”. Un partito – li sferzava, allora, D’Alema, impegnato a lanciare la ‘Cosa 2’ (per i più giovani, si trattava di far nascere i Ds, dopo il Pds che aveva, invece, costruito la Cosa 1, ormai paleologia industriale) - che, “se si somma al localismo dei deputati eletti col sistema uninominale”, può innescare un rischio: “una versione moderna del vecchio notabilato, la continuazione in modi diversi della vecchia Italia”. Insomma, una sonora bocciatura, quella dell’ex ‘lider maximo’ contro i sindaci...

L’antico braccio di ferro tra sindaci e governi

D’altro canto, la ‘lamentazione’ dei sindaci di sinistra contro il ‘partitone’ della sinistra (il Pci-Pds-Ds-Pd) è, a sua volta, vecchia di trent’anni. Iniziò il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, a pestare come un fabbro prima sulla Margherita-Ds e, poi, sul Pd e sempre così, più o meno, sono andate le cose. L’attuale presidente dell’Anci, Antonio Decaro, sindaco dem di Bari, per dire, sono anni, ormai, che formula ed esprime “disagio” per “il mestiere politico più difficile del mondo” e mette sotto accusa, a nome di tutti i 7998 sindaci d’Italia, ‘anche’ il suo Pd perché “la politica non ci mette in condizione di bene operare”. Decaro chiede, a ogni governo - da quello Renzi (che pure fu sindaco, e che sindaco) a quello Gentiloni, dai due governi Conte fino al governo Draghi oggi - di “liberarci: solo così le comunità respirano e l'Italia tornare a volare”. Un appello, il suo, rimasto per lo più inascoltato.

Le (tante) richieste dei sindaci ai vari governi

Traduzione delle richieste di Decaro e dell’Anci: via l’abuso d’ufficio che impedisce ai sindaci di muovere una foglia, o una carta, senza incorrere in un’inchiesta della magistratura (si veda il caso del sindaco di Pavia, Uggetti: prima inquisito, poi incarcerato, poi condannato e, solo dopo molti anni, assolto in via definitiva), via ‘lacci e lacciuoli’ della burocrazia (previste nel Codice degli appalti scritto dall’allora ministro Graziano Delrio come, oggi, nel decreto Semplificazioni), via – anche – e qui si entra nello scivoloso terreno della pure lotta politica, l’incandidabilità per i sindaci che, unici tra gli amministratori locali, devono dimettersi sei mesi prima se vogliono correre alle elezioni politiche, lasciando le loro città in ‘braghe di tela’ fin troppo tempo prima.

Già nel 1999, prima delle elezioni europee, l'allora sindaco di Roma, Francesco Rutelli, chiese di toglierle entrambe (non solo l’incandidabilità ma anche l’incompatibilità), dato che gli italiani si sentivano “sicuramente molto più rappresentati dai sindaci che dai funzionari di partito”. Gli rispose l’allora ministro dell'Interno, Giorgio Napolitano: secondo una disposizione del Parlamento Ue, avrebbero comunque dovuto optare per un incarico o per l’altro e quindi amen.

Quanto alle richieste dei sindaci al governo, “ai patti con lo Stato, alle immancabili agende e alle inesorabili riforme, occorre riconoscere che il tricche-tracche va avanti almeno da trent’anni” scriveva, solo un anno fa, Filippo Ceccarelli, commentatore del quotidiano La Repubblica.

Intanto, ‘generazioni’ di sindaci si succedono

Il problema è stato anche, però, che i vari sindaci (quasi un paio di generazioni, se si aggiunge la leva dei Veltroni, Jervolino, Domenici, Merola, Chiamparino, Emiliano, Nardella, Gori, Falcomatà, De Magistris, etc.) non la pensavano tutti allo stesso modo. C’erano, e ci sono, tra loro, ‘sceriffi’, ‘masanielli’, civici veri, ‘arancioni’, eretici, perfino alcuni che secondo l’allora sindaco di Salerno, oggi governatore della Campania che mira a un terzo mandato (sic), Vincenzo De Luca “si atteggiavano a Padre Pio”. Poi arrivarono i sindaci a Cinque Stelle (Pizzarotti, Nogarin, Raggi, Appnedino), e poi ancora quelli cacciati dai Cinque Stelle come Pizzarotti che invano fece nascere (2017 e 2018), insieme a sindaci del Pd, l’ennesima e fuggevole consociazione trasversale “L'Italia in Comune”. Un esperimento abortito prima ancora di nascere.

Oggi, invece, è il tempo della ‘riscossa’ dei sindaci, almeno di quelli democrat. Governano città importanti come Firenze (Dario Nardella), Bergamo (Giorgio Gori), Pesaro (Matteo Ricci), Bari (Antonio Decaro) e molte altre nello Stivale e stanno per affermarsi, o riaffermarsi, in città grandi e importanti come Milano (Beppe Sala), Bologna (Matteo Lepore, dopo Virginio Merola), Napoli (Gaetano Manfredi), forse Roma (Roberto Gualtieri) e Torino (Stefano Lo Russo).

Stanno, cioè, per diventare sempre più importanti e cruciali, dentro un Pd che, nei sondaggi, stenta, a livello nazionale, intorno al 18-20%, ma che, quando si vota per i sindaci, vince a mani basse, ieri con il centrosinistra e, oggi, alleato con i 5S, anche se non dappertutto e non ‘fino in fondo’.

In fondo, maltrattarli sarebbe un vero peccato, oltre che un suicidio politico, anche a costo di fare loro un po’ di ‘posto’ nelle prossime liste per le elezioni politiche che si terranno nel 2023. Perché i sindaci, stavolta, vogliono tornare a essere protagonisti, nel Pd e a livello nazionale.