Referendum, legge elettorale e altre due riforme costituzionali. I grimaldelli scovati da Pd e M5S per ‘imbullonare’ la legislatura. Le nuove riforme di D’Incà

Scattano le contromisure del governo e dei suoi ‘architetti’ (il ministro Franceschini del Pd e il ministro D’Incà dei 5Stelle, con la regia del premier Conte) il cui obiettivo è uno solo: “durare, durare, durare”.

Giuseppe Conte
Giuseppe Conte

Il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari da tenere (data già fissata l’altro ieri in cdm: si farà il 29 marzo). La nuova legge elettorale (il Germanicum) da riporre in un cassetto in attesa che maturino tempi migliori per la sua discussione e che si chiarisca il ‘quadro politico’ (traduzione: meglio aspettare le nuove elezioni regionali di maggio per capire quali alleanze verranno composte). E, infine, giusto per non farsi mancare niente, un pacchetto di ‘nuove’ riforme costituzionali (referendum propositivo, storico cavallo di battaglia dei 5Stelle, e meccanismo della sfiducia costruttiva, miglioria chiesta dal Pd) da introdurre. Ecco tre ‘buone cose’ da fare, ragionano dentro la maggioranza di governo, per durare il più a lungo possibile, cioè per far andare avanti l’Esecutivo, il patto di governo e, ovviamente, la legislatura. Perché se è vero come è vero che le elezioni in Emilia-Romagna (quelle in Calabria sono state, da questo punto di vista, ininfluenti) hanno, almeno per ora, placato i bollenti spiriti di Matteo Salvini, che non chiede più né le dimissioni del governo Conte né il voto anticipato, meglio non rischiare. Se lo sono detti sia nel Pd che nel M5S, e hanno pensato bene di usare tutti gli strumenti a disposizione per ‘imbullonare’ la legislatura.

Il vero elemento stabilizzante della legislatura

Va anche detto, molto prosaicamente, che un elemento stabilizzante, per i parlamentari incerti di futura rielezione (numero che, dentro i 5Stelle come pure dentro Forza Italia aumenta ormai in modo esponenziale, dati i sondaggi), c’è a prescindere. Infatti, è già da tre legislature (XVI, XVII e XVIII) che è in vigore la regola in base alla quale un deputato o senatore di prima nomina non prende la pensione e neanche gli vengono riconosciuti i contributi figurativi ai fini pensionistici se non ha raggiunto il magic number di quattro anni e sei mesi di mandato, quando ogni legislatura è agli sgoccioli. Non a caso le due legislature precedenti a questa (2008-2013 e 2013-2018) si sono concluse, guarda caso, in modo ‘naturale’, dopo cinque anni. “Il Capo dello Stato non ha più, di fatto, il potere di scioglimento delle Camere – ragiona un fine deputato dem – perché anche questi verifichi che manca una maggioranza di governo, il Parlamento ne troverebbe subito un’altra pronta all’uso, pur di non andare a casa. Siamo di fronte a un potere di scioglimento in parte presidenziale e in parte assembleare…”. Detto questo, però, dei peones fidarsi è bene fino a un certo punto, ma non fidarsi è sempre meglio.

Il referendum costituzionale indetto a tamburo battente

Ecco che, dunque, scattano le contromisure del governo e dei suoi ‘architetti’ (il ministro Franceschini del Pd e il ministro D’Incà dei 5Stelle, con la regia del premier Conte) il cui obiettivo è uno solo: “durare, durare, durare”.
La prima mossa, come si sa, è stata l’indizione a tamburo battente del giorno di indizione del referendum costituzionale. Il governo, che aveva, dal giorno della vidimazione delle firme dei 71 senatori ricorrenti in Corte di Cassazione, ben 60 giorni di tempo per indirlo, lo ha fatto in un battibaleno. La decisione, che sarebbe stata presa comunque - a prescindere, cioè, dai risultati delle elezioni in Emilia e proprio al fine di ‘stabilizzare’ il quadro politico – si è materializzata in un lampo, lunedì scorso, nel cdm. Il referendum si terrà il 29 marzo. Si tiene, il referendum costituzionale, nel caso in cui una legge costituzionale non è stata approvata con il voto dei due terzi del Parlamento in ognuna delle sue quattro letture (in questo caso, è mancata la seconda del Senato), ma solo con la maggioranza assoluta. La riforma costituzionale in questione, quella sul taglio dei parlamentari, riduce i deputati da 630 a 400 (-230) ei senatori da 315 a 200 (-115) per un totale di meno 345 ‘poltrone’. Un congruo numero di senatori (71, ma ne bastavano 64) ha chiesto il referendum e lo ha ottenuto. A differenza del referendum abrogativo, non c’è quorum: basta che la legge venga confermata (o abrogata) dalla maggioranza dei voti validi, a prescindere dall’affluenza.

Un referendum costituzionale dall’esito già scontato

Il sì al referendum costituzionale, per il quale si esprimeranno tutte le principali forze politiche presenti in Parlamento (l’M5S, che ne ha fatto un cavallo di battaglia, la Lega, FI, tranne alcuni, FdI, il Pd, che ha votato sempre no tranne che nell’ultimo passaggio, quando ha votato sì), appare scontato: i sondaggi dicono che passerà con l’80% di voti favorevoli e, al massimo, un 20% di voti contrari (per il no, oltre ai ricorrenti, ci sono i Radicali e pochi altri). Votare in via anticipata prima del voto sul referendum? Impossibile. Mattarella – che pare abbia chiesto a sua volta al governo di ‘fare presto’ per indire la consultazione – ha chiarito che non avrebbe senso votare per un Parlamento con il ‘vecchio’ numero (945 parlamentari) quando, a distanza di poco, un referendum molto probabilmente stabilirà quel numero al ribasso (600). Morale, non se parla.

L’impossibilità pratica di andare a votare subito dopo

Dal giorno della proclamazione dei risultati, però, scatta la delega al governo, contenuta in una leggina del 2019, per ridisegnare i collegi elettorali sulla base della legge elettorale in vigore, cioè – fin quando non sarà varata una nuova – il Rosatellum. Il governo Conte se li prenderà tutti e così, come per magia, dal 30 marzo si arriva al 30 maggio quando, anche se Mattarella volesse sciogliere le Camere, scatterebbero i termini, compresi tra i 55 e i 70 giorni, per indire i comizi elettorali. Si arriverebbe, quindi, al 30 luglio (come termine minimo) per tenere le elezioni. Ma qui scatta il ‘generale Agosto’: gli italiani vanno in ferie e, sotto ferie, per antica tradizione, non si vota. Se ne riparlerebbe a partire da metà settembre quando, però, come ogni anno, c’è da scrivere la nuova legge di Bilancio che ‘occupa’ i lavori parlamentari per tutto l’inverno e, come si sa, il Capo dello Stato difficilmente scioglie le Camere sotto manovra. Insomma, il 2020 è già bello che passato (anzi, già finito) e, per andare a votare, se ne riparlerebbe a febbraio del 2021.

La nuova legge elettorale sarà esaminata ‘con molta calma

Ma dato che la prudenza non è mai troppa, ecco che entra in gioco un altro modo per allungare a dismisura i tempi, e cioè la discussione della nuova legge elettorale. Il Germanicum, un sistema proporzionale con soglia di sbarramento al 5% e diritto di tribuna, ha iniziato il suo iter nella commissione Affari costituzionali della Camera, ma anche qui i lavori procederanno al rallentatore, tra audizioni di esperti ed esame degli emendamenti. C’è anche chi dice che, nel Pd, riaffiori un’improvvisa voglia di maggioritario, dati i peana alzati al novello bipolarismo destra/sinistra, ma sono specchietti per le allodole. Il Pd non intende schiodarsi dalla scelta di campo a favore del proporzionale, Iv (il partito di Renzi) neppure e i 5Stelle si aggrappano, dati i disastrosi risultati alle regionali, al proporzionale come unica e ultima scialuppa di salvataggio sia per evitare di dover stringere alleanze prima del voto sia per pesare per quanto contano (cioè, ormai, poco). Certo, se l’M5S dovesse scegliere, dopo gli Stati generali di metà marzo, di abbandonare la ‘terza via’ tra i due poli e stringere patti con i dem alle Regionali, se ne potrebbe riparlare: potrebbero tornare in auge un Mattarellum rinnovato o l’attuale Rosatellum rivisitato o si potrebbe pensare di introdurre un premio di maggioranza nel Germanicum, ma per ora non ve n’è alcun bisogno. Inoltre, si darebbe un’arma a Salvini per ricompattare il centrodestra e presentarsi sicuro vincitore.

I rischi di imboscate in Aula con i voti segreti sul Germanicum

Però, presentare ‘troppo presto’ una nuova legge elettorale potrebbe rivelarsi comunque un boomerang. “Con i voti segreti – spiega sempre un deputato dem che la sa lunga – la maggioranza di governo potrebbe finire sotto su temi ‘caldi’ come la soglia di sbarramento, che molti vogliono più bassa del 5%, o sul tentativo di mettere le preferenze”. Evitare figuracce, specie prima del voto alle regionali, è d’obbligo, per la maggioranza, quindi meglio aspettare. Ma la legge elettorale, prima o poi, in Aula ci deve arrivare e non la si potrà tenere ferma in Commissione troppo a lungo. Ecco, allora, arrivare l’ultimo modo per ‘allungare il brodo’ che è stato individuato dal raffinato e discreto, nei modi e nei toni, ministro ai Rapporti con il Parlamento, il grillino veneto Federico D’Incà, uno dei più convinti assertori che il M5S debba, prima o poi, scegliere il campo progressista.

Le nuove proposte di riforme che avanzerà D’Incà

La prossima settimana D’Incà presenterà due nuove proposte, sempre all’interno del perimetro dell’attuale maggioranza di governo: far marciare, insieme alla legge elettorale, altre due proposte di riforma costituzionale: una è un cavallo di battaglia dei grillini, il referendum propositivo su una serie di materie da introdurre nel nostro ordinamento ove il Parlamento non legiferasse su certi temi (la pdl relativa, passata alla Camera, è all’esame del Senato) e un’altra è il meccanismo della sfiducia costruttiva, tema, in questo caso, caro al Pd. “Se vogliamo fare il tedesco, dobbiamo farlo bene, quindi con la sfiducia costruttiva”, dicono i dem e D’Incà ha subito accolto la loro proposta, già avanzata da Zingaretti sotto forma del ‘cancellierato’. Ma se quest’ultima è una proposta troppo hard (“incide sui poteri del Presidente della Repubblica e non possiamo certo fare uno sgarbo a Mattarella” dicono all’unisono Pd e M5S) la sfiducia costruttiva non lo è affatto, anzi: ‘si può fare’. Peccato, o per fortuna, che trattasi di riforme costituzionali: abbisognano di doppia lettura conforme e iter complesso, oltre che della maggioranza assoluta per essere varate.

La legislatura ‘rischia’ di arrivare alla sua fine naturale

Ecco che, dunque, tra un referendum costituzionale da svolgere (a marzo), una legge elettorale da esaminare con calma e possibili nuove riforme costituzionali da introdurre (ce ne sono anche altre in itinere: l’età dell’elettorato attivo e passivo di Camera e Senato, le modalità di elezione del Capo dello Stato, il vincolo regionale dei collegi al Senato), il tempo fugge via. Come minimo si arriva al 2021 e ben inoltrato. Poi, a partire dall’agosto del 2021, scatteranno i sei mesi del semestre bianco che precedono l’elezione del nuovo Capo dello Stato (gennaio 2022), quando le Camere non si possono sciogliere per legge. Ed ecco che la fine naturale della legislatura (marzo 2023) si materializza, che ci sia in carica il governo Conte o un governo istituzionale. Le pensioni dei parlamentari sono salve, la stabilità pure. E Salvini? Salvini può anche riprendere a invocare le elezioni, ma rischia di diventare vox clamans in deserto.