Proporzionale puro, corretto o a la coque? Partiti e leader tornano a discutere di legge elettorale

Peones preoccupati solo del rischio di dover ‘tornare a casa’. Proposte in campo e tentativi alla "viva il parroco"

Matteo Renzi, tra gli ultras del maggioritario (Foto Shutterstock)
Matteo Renzi, tra gli ultras del maggioritario (Foto Shutterstock)

“Il proporzionale è il caos. Noi vogliamo il maggioritario” tuona Matteo Salvini. “Siamo indisponibili a un cambiamento del sistema elettorale in senso proporzionale” recita la nota congiunta del vertice a tre Berlusconi-Salvini-Meloni che, dopo mesi, si è tenuto ieri a Roma. “Il centrodestra cambierà idea sul maggioritario”, sentenzia il senatore Andrea Marcucci (Pd). “Serve un sistema proporzionale, ma con un correttivo maggioritario” spiegano, con una nota, i riformisti del Pd con il loro Alessandro Alfieri, che poi di ‘Base riformista’ è il portavoce. “Serve un proporzionale pure, ma con soglia di sbarramento alto” ammonisce Carlo Calenda, leader di Azione, reduce dai ‘trionfi’ romani (è arrivato solo terzo, ma per lui è un trionfo). “Resterà la legge elettorale che c’è, anche se io sono per un sistema maggioritario”, nota, sconsolato, Enrico Letta, con il Messaggero. “Fonti Camera”, batte il ‘barrato’ de La Presse: “allo studio un Rosatellum senza i collegi e con il premio di maggioranza”. Oddio, ‘e che vor dì’?!’.

Chi vuole correre, e chi no

Ma che succede? I partiti sono forse impazziti? Perché parlano, come se si dovesse andare a votare domani mattina presto, di legge elettorale? Ma – si chiede l’attonito lettore – non le abbiamo messe alle spalle, le elezioni? E, si chiederà il lettore più avvertito, non è forse vero che le prossime elezioni amministrative sono previste a giugno del 2022 o, al più tardi, a ottobre 2022? E le elezioni politiche non sono fissate, nella loro scadenza ‘naturale’ (della legislatura), alla primavera del 2023, dopo i cinque anni di ‘lavoro’ (si fa per dire) della XVIII legislatura? E l’elezione del Capo dello Stato, che pure si terrà, cascasse il mondo, a fine gennaio del 2022 (il mandato di Sergio Mattarella scade il 3 febbraio), non sono, forse, elezioni ‘indirette’, dove votano solo i ‘grandi elettori’ (parlamentari, in numero di 945, e delegati regionali, 58)? La risposta, a tutte queste domande, è ovviamente sì.

E allora? Cosa gli ha preso, ai nostri onorevoli che di legge elettorale confabulano nel cortile di palazzo Montecitorio, e pure ai leader di partito? Sono stati forse morsi da improvvisa tarantola? E di che stanno diavolo parlando? Legge elettorale. Ma non ce n’è già una, pienamente funzionante (Sì, c’è, si chiama Rosatellum, ne parleremo). Non si può votare con quella? Perché cambiarla? Tutte domande, ovviamente, più che lecite, ma a cui, per dar loro risposta, bisogna fare, come in ogni romanzo giallo che si rispetti, non uno, ma ben due passi indietro e armarsi di santa pazienza.

Il "nodo" Salvini

Per essere chiari, come spiega il costituzionalista e deputato dem, Stefano Ceccanti, a un collega, “i sistemi elettorali sono figli della politica dell’ora e del momento storico. Se la Lega esce dal governo e FI si stacca dal centrodestra, ha senso fare una legge proporzionale, seguito e conseguenza di una ‘maggioranza Ursula’. Ma se Salvini resta al governo, è impensabile fargli una legge elettorale contro, anche perché non è scemo e neppure la Meloni, che costringerebbe entrambi a stare e restare all’opposizione anche la prossima volta, cioè nella prossima legislatura. Ergo, serve una legge elettorale ‘mezzo e mezzo’. La politica, prima che arte, è una scienza esatta”.

Ma se è vero che tutto dipende dalle convenienze, è anche vero che ogni sistema elettorale produce delle conseguenze importanti, sul sistema politico, cioè vinci o perdi anche ‘grazie’, o a ‘causa’ del sistema elettorale che adotti. E dunque addentriamoci in una materia in sé assai ostica.

Le "ferite" dei partiti

Certo, i partiti devono lenire le loro tante ferite. Specie dentro il centrodestra, si capisce: di guai – tra Salvini e Giorgetti, dentro la Lega, la Meloni e i neofascisti, dentro e fuori FdI, Berlusconi e la fronda moderata, dentro FI – ne hanno parecchi, e di ardua, e faticosa, soluzione. Ieri, con un vertice, che si è tenuto nella nuova villa romana di Berlusconi (palazzo Grazioli, ormai, è un lontano ricordo degli ‘anni più belli’), cioè la ex villa del regista Franco Zeffirelli, vertice che è durato due ore, Berlusconi ha accolto Salvini e Meloni. I ‘tre amigos’, in un “clima di massima collaborazione” (e si capisce, poteva essere altrimenti?), come recita una nota, hanno deciso di tenere uno “schieramento compatto per l’elezione del Capo dello Stato (pare che Berlusconi ci speri ancora, al Colle…) e, appunto, hanno detto il loro ‘no’ secco a una legge elettorale di impianto proporzionale, oltre a ribadire che “i prossimi candidati alle elezioni li sceglieremo per tempo e politici” (per la serie: chiudere la stalla coi buoi belli scappati).

Ma pure il Pd ha il suo bel daffare a cercare di costruire un ‘nuovo Ulivo’ che vada “da Calenda a Conte” (mission impossible, se lo dice da solo, Enrico Letta, che però conta di riuscirvi uguale). Per non dire, appunto, del M5s, alle prese con un nuovo organigramma interno che doveva partire mesi fa e che non riesce a materializzarsi.

Spunta, come il sole all’improvviso, il dibattito sulla legge elettorale

Ma ecco che, appunto, nei ragionamenti di tutti, fa ‘capolino’, nei conversari, la legge elettorale. Ora, qui sì che bisogna fare ‘il punto’ della scena, e pure del retroscena. La legge elettorale attuale, innanzitutto. Si chiama Rosatellum perché, sul finire della XVII legislatura, la fece approvare, a maggioranza (risicata: Lega a favore, M5s contro) il Pd col suo capogruppo, allora Ettore Rosato.

E’ un sistema di base proporzionale, in realtà, perché i collegi sono plurinominali, su liste bloccate, per il 64% dei seggi che assegna, ‘ma’ – particolare non di poco conto – presenta un 34% di collegi uninominali che vengono assegnati con metodo uninominale, secondo la vecchia ‘legge’ del maggioritario all’inglese (the first past all, il primo prende tutto). Tradotto: chi ha anche solo un voto in più, vince il collegio (esempio recente: l’elezione di Enrico Letta nel collegio di Siena). Checchè se ne dica e si pensi, dunque, il famigerato Rosatellum ‘non’ è un maggioritario (lo era il Mattarellum), ma un proporzionale, con correzione maggioritaria, pur se assai robusta.

I guasti causati dal taglio dei parlamentari e la paura dei peones

Ora, i problemi sono due e, per metterla in elegante, corrispondono a un ‘combinato disposto’ dagli esiti prevedibili e deflagranti. Il primo problema è assai palese. Con il taglio del numero dei parlamentari (la cd. Riforma Fraccaro, a regime dalla prossima legislatura), riforma insensata, voluta dai 5Stelle ma votata, in modo unanime e ‘pecorone’ da tutti gli altri partiti, il numero dei posti cui si può concorrere sarà drasticamente ridotto. Infatti, si passerà da 945 parlamentari (630 deputati e 315 senatori, gli altri cinque, o sei, sono senatori a vita: fa 321) a soli 600 (400 deputati e 200 senatori). Un taglio netto, di quelli che, in economia, si dice ‘lineare’ e, in brocardo, ex abrupto. Insomma, troppi – i ‘tagliati’ o sommersi – e troppo pochi i ‘salvati’.

Il secondo problema è consustanziale al primo. I collegi, specie quelli uninominali, già grandi, e specie quelli del Senato, già grandi pure loro, diventano enormi, eccessivi, di fatto ingestibili. Nelle regioni medie e piccole, in pratica, uno – al massimo due – senatori eletti si troveranno a ‘rappresentare’ un’intera regione. E gli sconfitti? E le Minoranze? Di fatto, finiscono tutti kaputt.

Morale, i peones – che, quando i big e i leader decidono contano poco, ma quando si vota in aula (per eleggere il Capo dello Stato o per scrivere una legge elettorale, entrambi voti che avvengono a scrutinio segreto e non palese) – più che malmostosi, come già sono, di default, vanno su tutte le furie e pensano al loro futuro. Degli attuali 945 parlamentari rischiano di tornare in pochi. Una sorta di suicidio di massa, quello che li aspetta, o una carica della cavalleria leggera polacca contro i panzer tedeschi hitleriani, ecco.

 Infatti, se si considera che 1) urge far spaio ai ‘nuovi’ di ogni partito (Letta ai suoi, Salvini e Meloni idem, Conte manco a dirlo): 2) alcuni partiti (vedi alla voce: M5s) oggi al 30% e rotti, sono quotati intorno al 10%, se va bene, o meno; 3) i partiti piccoli rischiano di non avere alcuna rappresentanza, dato il ‘ritaglio’ dei collegi in base alla legge elettorale esistente e, appunto, al taglio del numero dei parlamentari, bene ecco che i peones, e molti partiti, fremono, si agitano, si indignano, tremano, protestano e un po’ frignano perché rischiano di ‘tornare’ in pochi, pochissimi, e la cosa, ovviamente, non fa piacere a nessuno.

I tentativi di cambiare la legge: dal Brescellum a Ceccanti-Parrini

Pensa che ti ripensa, durante il governo Conte II, gli ex alleati giallorossi (Pd-M5s-LeU-Iv) tirano fuori dal cilindro una bella pensata, cioè un vero ritorno all’antico: il grido di battaglia diventa “torniamo al proporzionale!”. La proposta la studia, e la scrive, il presidente della Prima commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia (M5s), ecco perché si chiama, volgarmente, Brescellum, o anche Tedeschellum.

E’ un sistema, nei fatti, semplice: proporzionale puro, sbarramento nazionale fissato al 5%, niente coalizioni, per governare ci si accorda solo dopo, in Parlamento, collegi plurinominali, a liste bloccate o con le preferenze non era, però, chiaro. Ma dato che il Diavolo fa, notoriamente, solo le pentole e non i coperchi, Iv di Renzi – sempre lui – si mette in mezzo e impedisce che il Brescellum esca dai cassetti della I commissione, dove giace, parce sepulto. Renzi rilancia con il maggioritario, ma in realtà non vuole lo sbarramento al 5%, bensì al 3% perché il suo partito vale il 2%, circa. Morale, non se ne fece più nulla. Nel frattempo, il Conte II cade (per precisa volontà di Renzi), arriva Draghi, che però se ne lava subito le mani, dicendo che “di legge elettorale si occupa il Parlamento, non il governo” (cosa anche nobile, di suo) e tutto si ferma. Ora, però, il dibattito, come il sole all’improvviso, si rianima e accende.

Nel "regno" dei sistemi proporzionali

Due parlamentari del Pd, il costituzionalista dem Stefano Ceccanti, deputato, e il senatore Dario Parrini, presidente della I commissione del Senato (l’omologo di Brescia, in pratica), presentano una proposta di legge che, ancora, non ha un nome (Parrinellum? Ceccantellum? Si vedrà in futuro, se mai passerà), ma che presenta un sistema elettorale raffinato, quanto complicato.

Di base, siamo sempre nel ‘regno’ dei sistemi proporzionali. I collegi sono ritagliati su quelli del Provincellum (non ci addentriamo nella descrizione tecnica, sennò vi viene il mal di testa, comunque sono pluri-provinciali e proporzionali) e i parlamentari vengono eletti, sulla base di liste bloccate (ma si possono introdurre le preferenze) con metodo proporzionale. Soglia di sbarramento al 3% ma ‘implicita’, cioè nascosta.

Il ‘barbatrucco’ del sistema Ceccanti&Parrini

‘Ma’ c’è un ‘ma’. Il sistema prevede un doppio turno, e dunque un eventuale ballottaggio, tra le prime due liste, o coalizioni di liste, più votate, ove nessuna raggiunga il 50,1% dei voti al primo turno, come cioè già è nel sistema dei sindaci. Il ‘premio’ che viene assegnato al secondo turno, però, non permette, per legge, alla lista/coalizione vincente di superare il 55% dei seggi. Perché? Perché, con il Rosatellum, per dire, la coalizione che vincesse tutti, o quasi, i collegi uninominali, avrebbe, di default, o di risulta, ben più del 55% dei seggi, cioè del Parlamento. Il che, in soldoni, vuol dire che potrebbe pure, volendo, cambiare la Costituzione. Metti che, per dire, il centrodestra vince: magari vieta l’aborto, come in Texas, o abolisce i diritti agli immigrati residenti, o blocca il Mediterraneo con le navi da guerra o – Dio non voglia – decide di uscire dall’Euro o dalla Ue (in realtà, per farlo, ci vorrebbe un referendum). Soprattutto, però, può cambiarsi la Costituzione a piacimento, cioè a colpi di maggioranza, magari introducendo il sistema semi-presidenziale.

Evitarlo è, in buona sostanza, lo ‘spirito’ della pdl – già depositata – dal duo Ceccanti&Parrini, i quali, però, ‘non’ hanno ricevuto l’imprimatur di Letta. Il quale si limita a dire che “io vorrei un sistema maggioritario, ma temo ci terremo il Rosatellum”. Solo che, giusto per intorbidare le acque, quelli di Br (Base riformista, la corrente di Lotti&Guerini, cui appartengono anche Ceccanti&Parrini, che raccoglie gli ex renziani), il loro portavoce, Alessandro Alfieri, parla al centrodestra in modo un po’ inesatto: propone, cioè, “un sistema elettorale proporzionale che può aiutare a definire meglio l'identità del Pd ed insieme a favorire evoluzioni nel centrodestra per come l'abbiamo conosciuto in questi anni”. Certo, poi Alfieri dice anche che “Il proporzionale può essere declinato in molti modi, comprendendo anche correttivi maggioritari. Credo che sarebbe un sistema gradito anche ai nostri alleati” (il ‘nuovo Ulivo’ di Letta), ma la proposta, messa giù così, è decisamente ‘irricevibile’ per la destra. Infatti, Salvini – prima ancora della Meloni – fiuta il ‘trappolone’ e scatta su a dire che “il proporzionale è il caos, non lo accetteremo mai”.

"Alla tedesca": quanto è praticabile e quanto no

E ahi voglia, l’ex capogruppo dem, Andrea Marcucci, o dire che “Un accordo istituzionale su un proporzionale alla ‘tedesca’ è una soluzione ragionevole per tutti i partiti” (il senatore dem Luigi Zanda peraltro, la pensa allo stesso modo). Col proporzionale, banalmente, il centrodestra non esiste più, scatta il ‘tana libera tutti’, nasce un ‘nuovo Grande Centro’, a metà strada tra Iv-Az di Calenda (il quale, non a caso, quello chiede…) -+Europa di Bonino-Coraggio Italia di Toti e chi più ne ha ne metta e i poli attuali – centrodestra e centrosinistra – vanno in frantumi. Ergo, non se ne farà nulla. Ma la proposta Ceccanti&Parrini, con il suo proporzionale di base, ma con in più il premio di maggioranza a ‘incentivare’ i poli e le coalizioni a stare insieme, per il ballottaggio, è, appunto, ben altra cosa. E dunque, che succederà?

Troppo presto, per dirlo. Una cosa è certa, garantita al limone: di solito, di leggi elettorali, si parla a ‘fine’ legislatura, e non in corso d’opera. Se se ne parla già ora, nel 2021, è perché più d’uno inizia a pensare che, nel 2022, si potrebbe anche andare a votare. E stabilito che i tacchini (alias i parlamentari) non amano festeggiare mai il Natale, anche questo potrebbe succedere, a forza di discutere e discettare di leggi elettoral. Ma la legge elettorale che, oggi, nei conversari di Palazzo, tutti dicono ‘così com’è non va bene’, ma che rischia di essere, una volta ancora, nel 2022 o 2023, il sistema elettorale cui si voterà.