[Il retroscena] Adesso Lega e 5 Stelle litigano anche su servizi segreti, diplomazia e sicurezza

Accelerazione sui cambi al vertice di Dis, Aise, alcune sedi diplomatiche e della Guardia costiera. Pansa e Manenti dati in uscita perché, seppure prorogati fino a primavera 2019, “non graditi” a Salvini. Il premier Conte vorrebbe “recuperare” l’esperienza e la continuità di entrambi. E il ministro Toninelli conferma l’ammiraglio Pettorino a cui invece il ministro dell’Interno attribuisce il caos del pattugliatore Diciotti. Nel totonomi ci sono Belloni e Savio per il Dis, Caravelli e altri vice in pole per l’Aise

alberto manenti, alessandro pansa e giovanni pettorino
Alberto Manenti, Alessandro Pansa e Giovanni Pettorino

Si profila un nuovo terreno di scontro tra Lega e 5 Stelle. E su una materia assai sensibile come quella dell’intelligence e degli apparati di sicurezza. Una parte almeno. Il tutto mentre la Libia è tornata ad essere il quadrante geopolitico che più preoccupa palazzo Chigi, i vertici militari e lo stesso Quirinale: nelle ultime 48 ore si registrano spari contro la nostra sede diplomatica, l’unica ad avere riaperto gli uffici nel gennaio 2017, e le milizie locali hanno ripreso a contendersi il potere nella regione mentre il doppio regime, quello del generale Haftar e l’altro, riconosciuto dalle Nazioni Unite, di Al Sarraj sembra esasperare sempre di più la rivalità. Allontanando gli attesi e sperati passi in avanti verso la pacificazione dell’area.

Quei vertici nel mirino di Salvini

Il dossier nomine di sicurezza e intelligence è sempre stato sul tavolo del governo Conte. Non urgente ma “da risolvere il prima possibile”. Possibilmente entro i primi cento giorni di governo, la famosa luna di miele che in genere caratterizza il gradimento tra elettori ed esecutivo. In questo periodo il premier si è tenuto la delega agli 007 congelando le intenzioni della Lega di avere la preziosa e strategica delega. Mentre Matteo Salvini non ha mai fatto mistero di aver subìto con fastidio la decisione del governo Gentiloni di prorogare di un anno (ne furono chiesti due ma il Copasir, a guida Lega nella passata legislatura, si oppose) i vertici di Dis e Aise tre giorni dopo il voto del 4 marzo. “Per quello o per altri motivi – confermano fonti di palazzo Chigi – il prefetto Alessandro Pansa, direttore dell’ufficio di coordinamento della nostra intelligence, e Alberto Manenti, direttore dell’Aise (il servizio che si occupa dell’estero, ndr) sono entrambi nella tacca di mira del ministro e vicepremier Matteo Salvini”. Ma non, a quanto trapela, del premier Conte. E se il loro congedo per sopraggiunti limiti di età – entrambi hanno superato i 65 anni – è in agenda, da qualche giorno a palazzo Chigi si dà per imminente “l’accelerazione che porterà alla loro sostituzione”. Accompagnata ad un giro di nomine in alcuni ruoli cardine dell’intelligence e della nostra diplomazia in funzione di “potenziare i ruoli soprattutto rispetto a ciò che sta avvenendo in Libia” dove a dicembre potrebbero tenersi le elezioni (volute dalla Francia di Macron e dal generale Haftar) e comunque in tempo per partecipare a ranghi completi alla conferenza internazionale fissata a novembre in Sicilia.
Oltre ad intelligence e diplomazia, in agenda ci sarebbe anche la verifica della guida della nostra Guardia costiera che gioca un ruolo chiave nel contrasto degli sbarchi nel Mediterraneo e nel mare libico, a Tripoli, in supporto alla guardia costiera libica. Uomini che il ministro Salvini vorrebbe perfettamente allineati alle sue politiche ma che invece dipendono dal ministero dei Trasporti e dal ministro Toninelli. Il caso del pattugliatore Diciotti ha messo in evidenza, come ha svelato venerdì il sottosegretario Giorgetti, che invece “nella linea di comando della Guardia costiera c’è stato un buco visto che il pattugliatore ha prelevato i migranti nelle acque Sar libiche e non italiane”.
Ecco che allora tutta la partita delle nomine diventa un potenziale nuovo terreno di scontro tra i due azionisti della maggioranza. Con il rischio che quelli che dovrebbero essere gli unici criteri guida di queste scelte – la continuità, l’esperienza e la legittimazione interna – passino in secondo piano rispetto ad altre motivazioni più “politiche”. Non c’è dubbio infatti che i nostri apparati – i vertici di Dis, Aise e Aisi – a cui si deve aggiungere l’ammiraglio Giovanni Pettorino e l’ambasciatore italiano a Tripoli Giuseppe Perrone – in questi anni hanno saputo non solo mantenere un alto livello di sicurezza interna (con tutti gli scongiuri, sono stati evitati attentati) ma anche esterna. E se la Libia è il fronte per noi più delicato quindi strategico, occorrerebbe avere molta cautela nel fare certe sostituzioni seppure nell’ottica, come viene spiegato, “di una necessaria ripartenza”.

Il ruolo di Conte

Di tutto questo si è assolutamente convinto il premier Conte. Nei suoi primi cento giorni a palazzo Chigi ha potuto verificare da solo la continuità, l’esperienza e la legittimazione interna di cui godono Alessandro Pansa alla guida del Dis e di Alberto Manenti alla guida dell’Aise (non sarebbe in discussione Mario Parente, il prefetto, ex ufficiale dell’Arma, alla guida dell’Aisi). Nel caso dovesse prevalere, come sarà, la logica della sostituzione in ottica di spoil system (concluso però nei fatti il primo settembre, dopo 90 giorni), potrebbe infatti accadere che il premier Conte decida di chiamare il prefetto Pansa a palazzo Chigi come consulente, nominarlo sottosegretario e affidargli la delega all’intelligence. Sarebbe una formidabile lezione, nonché dichiarazione di guerra, a Salvini dopo la figuraccia che il segretario della Lega ha fatto fare al premier incontrando Orban e dopo le continue fughe in avanti ben oltre, spesso, il proprio ruolo.

L’uomo forte in Libia

Più difficile un recupero del pur valido ed esperto Alberto Manenti. Nato in Libia da genitori siciliani, parla correttamente l’arabo motivo per cui, avviata la carriera militare, è passato ancora giovanissimo nella nostra intelligence al cui interno ha intrapreso tutta la carriera. Un profilo non semplice da sostituire ma con cui Salvini è da sempre in rotta di collisione. Come con Pansa, e non solo perché hanno avuto la proroga dal governo Gentiloni dopo il 4 marzo. Memorabile è stato quando Salvini ha deciso di andare in Libia, a Tripoli, ma anziché viaggiare secondo prassi sui piccoli jet del nostro servizio segreto, ha preferito usare un C130 dell’Aeronautica da cui poi inviò selfie a tutto spiano. Diciamo così, non un profilo consono al protocollo e ai criteri di sicurezza. Il risultato è che Salvini e Manenti viaggiarono ciascuno per conto proprio e il direttore dell’Aise atterrò a Tripoli dopo il ministro dell’Interno.

Il totonomi

Il ricambio in chiave di ripartenza potrebbe coinvolgere anche alcuni vice perché troppo legati all’ex premier Renzi. Il che vorrebbe dire venire meno alla regola prima che sottende questi incarichi: continuità ed esperienza.
A prendere il posto di Pansa sarebbero candidati l’ambasciatrice Elisabetta Belloni, nome forte della Farnesina, a lungo responsabile della centrale operativa, assai gradita al Quirinale che l’aveva inserita nella rosa di nomi del governo tecnico a guida Cottarelli. Belloni non avrebbe così tanto seguito tra i 5 Stelle. In alternativa si fa il nome di Enrico Savio, vice di Pansa al Dis, uomo dela scuderia del prefetto Gianni De Gennaro.  Al posto di Manenti potrebbero ambire alcuni vice come Gianni Caravelli, Giuseppe Caputo e Carmine Masiello.

Il caso Guardia costiera

E’ stato ufficialmente aperto venerdì dal sottosegretario alla Presidenza Giancarlo Giorgetti. “C’è stato un buco nella catena di comando, siamo verificando perché la nave Diciotti ha proceduto nel salvataggio di alcuni migranti in acque Sar che non sono di competenza italiana” ha spiegato chiosando: “E vi sto dando una notizia”. Non è un mistero che la Guardia costiera abbia sempre mal digerito l’ordine di arretramento della linea di intervento e di soccorso. L’ammiraglio Pettorino lo ha detto e ripetuto più volte, soprattutto ai suoi uomini: “Noi abbiamo l’obbligo di salvare gente in mare, ovunque si trovino, non farò mai arretrare le navi”.  La Guardia costiera, se ne faccia una ragione la Lega, dipende dal Mit e dal ministro Toninelli. Che ieri ha volutamente confermato “tutta la fiducia” all’ammiraglio Pettorino.