Lega e M5S litigano su tutto, vi spiego perché il governo può cadere sul caso Rixi

A volte passano sotto silenzio cose enormi e poi basta una scintilla a fare scoppiare un incendio. Rischia di succedere esattamente così anche al governo di Giuseppe Conte

Di Maio e Salvini, i nemici alleati
Di Maio e Salvini, nemici o alleati?

E’ sempre un episodio fondamentalmente minore a scatenare le guerre. Basti pensare all’assassinio di Sarajevo, al superamento minimo di qualche frontiera, alla vicenda anche linguistica che accompagnò la vicenda Falkland-Malvinas fra Regno Unito ed Argentina. A volte passano sotto silenzio cose enormi e poi basta una scintilla a fare scoppiare un incendio. Ecco, rischia di succedere esattamente così al governo di Giuseppe Conte. Lega e MoVimento Cinque Stelle litigano su mille vicende dello scibile umano, roba grossa – dall’autonomia differenziata alle Regioni all’atteggiamento da tenere nei confronti dei migranti, dallo sblocca-cantieri al decreto sicurezza – ma, alla fine, non rompono mai. E anche ieri, dopo il voto che ha completamente ribaltato i rapporti di forza nell’esecutivo, Matteo Salvini si è affrettato a dire che l’esecutivo va avanti e che il contratto di governo è sempre valido.

Le nuove mine

Ma già nuove mine sono dietro l’angolo; ad esempio, presto tornerà sul tavolo il tema della Tav in Val Susa e le posizioni paiono assolutamente inconciliabili: la Lega la vuole e il MoVimento non la vuole.  La risposta degli elettori piemontesi – in una delle culle pentastellate, da dove partì una delle battaglie storiche del MoVimento – è stata chiarissima: ha stravinto il candidato del centrodestra Alberto Cirio, azzurro di rito berlusconian-totiano e non sgradito alla Lega, ed è arrivato saldamente al secondo posto il governatore uscente Sergio Chiamparino, con i pentastellati lontani decine di punti percentuali dalla somma dei due.

Tav o No Tav

E Cirio è saldamente sì Tav e Chiamparino altrettanto.  Insomma, è chiaro che Salvini ritenga utile e possibile andare all’incasso su questa partita, anche perché la volontà popolare è chiarissima e un eventuale referendum di cui si era parlato in passato avrebbe quasi certamente un esito netto. Ma è anche altrettanto chiaro che – a differenza per esempio di Roberto Fico, di Alessandro Di Battista e dello stesso Beppe Grillo, sia pure quest’ultimo sia sempre più defilato dalla gestione quotidiana del MoVimento – per Luigi Di Maio la Tav non è una questione di vita o di morte. Anzi, se si va a cercare la storia delle dichiarazioni sul tema del vicepresidente del Consiglio e ministro dello Sviluppo Economico, non si troveranno mai parole eccessivamente sbilanciate sul fronte No Tav, quasi in controtendenza con le posizioni ufficiali del MoVimento e soprattutto del mondo pentastellato piemontese, che ha fatto della Val Susa la sua capitale morale, il vero e proprio villaggio di Asterix del suo mondo.

Le priorità di Salvini

E, certo, Salvini ha detto che le priorità del momento sono sicurezza e tasse, ma prima o poi il problema Tav si porrà e quindi la partita, carsica, tornerà a galla. Ma il punto è che la Tav è un grande problema – nei numeri, nelle implicazioni europee, nei costi, nelle polemiche, negli scontri di piazza – ma, come dicevo prima, le guerre nascono sempre da piccoli problemi, da inciampi della storia. E uno di questi inciampi potrebbe arrivare fra qualche ora da via Bartolomeo Bosco a Genova, una stradina nel centro della Superba, da dove entrano avvocati e magistrati per entrare nel Palazzo di Giustizia genovese. Lì sta andando in scena da mesi il processo per le “spese pazze” della scorsa legislatura regionale e, con grandissima correttezza istituzionale, i giudici del Tribunale genovese e anche la Procura retta da Francesco Cozzi e il pubblico ministero del processo Francesco Pinto, hanno scelto di rinviare la sentenza a dopo le elezioni europee. Per la precisione, proprio alle prossime ore.

Il “caso Fiorito”

Ed è inutile girarci intorno: la storia dei processi di primo grado alle spese regionali, con tutte le inchieste nate dopo il “caso Fiorito” nel Lazio, racconta di molte condanne. Soprattutto in primo grado, molto meno in appello. E, fra coloro che rischiano in questa partita c’è il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Edoardo Rixi, che è uno degli uomini più vicini da sempre a Matteo Salvini ed è anche uno dei più competenti dell’intero governo, universalmente riconosciuto tale da tutto il settore di cui si occupa. E qui veniamo alle dichiarazioni dei giorni precedenti alle elezioni del vicepremier Luigi Di Maio e dello stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte che hanno detto che, in caso di condanna di Rixi, anche in primo grado, seguiranno per lui il “metodo Siri”.

Rixi e Toninelli

Che, ironia della sorte, è genovese di nascita pure lui, stava come sottosegretario pure lui al ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture, lo stesso di Rixi e di Toninelli, e dopo un braccio di ferro e dopo essere stato raggiunto da un avviso di garanzia, è stato dimissionato dal governo. Il problema è che qui le condizioni sono molto diverse rispetto a due settimane fa. E il caso Rixi è molto diverso dal caso Siri. Primo: ci sono state le elezioni, i risultati hanno completamente ribaltato i rapporti di forza all’interno delle due forze di governo e quindi il ruolo di “buttafuori” della componente pentastellata è molto più difficile. Secondo: Siri era “prestato” al Mit, ma le sue competenze sono molto più forti in temi fiscali ed economici, tanto da essere stato l’inventore della flat tax, cavallo di battaglia vincente del Carroccio alle elezioni del 2018.

I consiglieri regionali liguri

Terzo: la maggior parte delle responsabilità contestate a Rixi dai pm riguarda il ruolo di capogruppo della Lega in consiglio regionale della Liguria all’epoca, quindi più omesso controllo che responsabilità dirette. Un ruolo che Rixi andò ad occupare mettendosi in gioco per restare sul territorio e andandosi a sudare le preferenze una ad una, dimettendosi da parlamentare – dove era eletto con le liste bloccate del Procellum - e rinunciando ad ogni tipo di immunità, caso raro nella storia della Camera. Quarto: certamente, la difesa dei consiglieri regionali liguri punta sulla mancata percezione dell’elemento soggettivo del reato, cioè non sapevano assolutamente che alcune spese non si potessero fare, perché la commissione controlli della Regione aveva ritenuto lecite alcune spese e soprattutto erano sempre state ritenute lecite da anni ed anni.

I mariuoli reali

Cioè nell’inchiesta sono stati coinvolti mariuoli reali; gente che ha sbagliato in buona fede (e sembrerebbe il caso di Rixi) e persone che non c’entravano nulla e che, in qualche caso, con grande onestà intellettuale, la Procura prima e il giudice dell’inchiesta preliminare poi hanno tolto dall’inchiesta. Si parla moltissimo di una cena a base di ostriche con i corrispondenti indipendentisti francesi della Lega, che peraltro parrebbe essere una pasta a base di sugo di ostriche, ma si parla poco di una spedizione organizzata da Rixi per dare una mano alle ricerche su un maestro di sci. Il viceministro fece un sopralluogo a Santo Stefano d'Aveto, dove un maestro di sci era morto sotto una slavina. Quel giorno Rixi, che è un provetto alpinista che è stato anche sull'Himalaya, organizzò immediatamente un viaggio come consigliere regionale per andare a verificare come mai i soccorsi non avevano funzionato. Anche perchè la Regione aveva investito parecchio su quel comprensorio e sui relativi impianti di risalita.

Le guerre nascono da piccole cose

E persino fra gli inquirenti che pure, ovviamente, portano avanti l’accusa, c’è chi giura sull’onestà personale del viceministro. Insomma, siamo ben lontani da un caso di particolare malaffare. Questo Salvini lo sa bene e su Rixi è pronto a metterci la faccia. Se i Cinque Stelle dovessero intestardirsi sulla richiesta di dimissioni, proprio questo potrebbe essere il pretesto che fa rompere il filo sottilissimo dell’equilibrio che, fino ad oggi, ha tenuto insieme le due anime del governo. Ma, per l’appunto, le grandi guerre nascono da piccole c