"Fuori dalle b....e": la Lega scontenta attacca Salvini e due rivali ingombranti sono pronti ad approfittarne

Lo striscione comparso a Pontida il 1 maggio ha ricordato al leader del Carroccio che esiste un fronte dissidente interno che non si placa. E apre a nuovi scenari

Matteo Salvini, segretario federale della Lega
di Cr.S.   -   Facebook: Cr.S su Fb   Twitter: @Crikkosan

Primo maggio con il mal di testa, quello appena trascorso da Matteo Salvini. Con lo striscione inequivocabile che proprio a Pontida, cuore dell'attivismo leghista, copriva la scritta Padroni a casa nostra con una più spiccia Salvini fora da i ball. E' un'altra che rincarava la dose a comprendere il primo cittadino: Il popolo padano non vuole un sindaco itagliano. Il dissenso fra parte della base del Carroccio e il leader non si placa. La politica "meridionalista" di Salvini non piace all'ala più intransigente del partito, ma a ben vedere non è l'unico motivo delle tensioni.

Sul pratone di Pontida

Bersaglio della protesta interna, oltre al leader Matteo Salvini, è anche il sindaco di Pontida, Luigi Carozzi, bersagliato da un "Carozzi dimettiti". Ai dissidenti ha risposto, fra gli altri, il segretario della lega a Bergamo, Daniele Belotti: "Bene il dibattito interno, ma quando si esagera diventa dannoso. Useremo il pugno di ferro contro chi vuole destabilizzare". Piena solidarietà a Salvini, dunque, colpito dallo striscione di insulti e sfiducia sul pratone di Pontida. Piena fiducia, allora? Non proprio.

Le ragioni dello scontento

Matteo Salvini è stato il ragazzone che, dagli incarichi politici a Milano ai comizi nella provincia più lontana dalla metropoli, ha saputo rimettere assieme i cocci del popolo del Carroccio reduce dalla fine di un sogno. Quello della secessione, o meglio, quello più realista, della presa del potere con modalità diverse da quelle, tutte corruttela, poltronifici e prebende personali di "Roma ladrona". Peccato però che Roma ladrona sia piaciuta subito, e molto, ai vertici leghisti che sotto Bossi e Maroni, attraverso l'alleanza con Berlusconi, scalarono il potere. E finirono fra cerchi magici, cattiva gestione dei soldi del partito, privilegi personali, brutte frequentazioni e lauree comprate ai figli, poi lanciati in politica con esiti tragicomici. Urlando "dagli all'immigrato", "bombardiamo i barconi", parlando di pensioni e e di sopravvissuti alla morte delle piccole aziende distrutte dalla crisi, spina dorsale dell'economia italiana, Salvini aveva ricompattato il partito, rilanciando obiettivi poi sempre falliti, o peggio, sfiorati. Dunque: alle amministrative dello scorso giugno la Lega ha tenuto nei piccoli centri ma ha toppato i grandi appuntamenti, l'avvicinamento alla destra di Giorgia Meloni non ha giovato a nessuna delle parti, a Milano è stata superata di gran lunga proprio da Forza Italia, di quel Berlusconi che Salvini seguita a snobbare, nonché sponsor del suo maggior avversario alla guida del centrodestra: Stefano Parisi. Risultati modesti e rancori interni, come quello tra Salvini e il gruppo guidato da Paolo Grimoldi, segretario regionale affezionato al partito come era prima. Poi ci sono i pesi massimi.

Maroni e Zaia, quelli che non stanno a guardare

All'interno della galassia leghista esiste un pianeta a sé. Si chiama Roberto Maroni e per molti rappresenta la memoria storica del Carroccio, quella che dall'ascesa di Bossi, con spacconate e scontri con le forze dell'ordine (celebre quello in cui Maroni stesso morse un agente e poi esibì l'occhio nero) arriva fino alla crisi e ripartenza sotto Salvini. Malsopportata. Maroni agisce e decide in autonomia, dialoga con Maurizio Lupi (anima ciellina del centrodestra) e Antonio Di Pietro, e rimane pur sempre presidente della Regione Lombardia. Ha sempre mal tollerato Salvini, ed è capace di tessere alleanze e muovere il consenso interno al Carroccio. Poi c'è Luca Zaia, star del leghismo veneto, un rivale da temere non tanto all'interno del partito ma soprattutto nella corsa alla leadership di centrodestra. Se a questi movimenti si aggiunge l'apertura al Sud degli ultimi tempi, dove Salvini cerca voti e consenso, ecco che il ritratto dell'insopportabile "segretario itagliano" va a completarsi.