L'intrinseca debolezza di un governo fortissimo è legata all'orologio dei lavori parlamentari

Sedute a singhiozzo, ferie, sospensioni dei lavori sempre più frequenti. Ecco perché l'esecutivo Draghi non è poi fortissimo

L'intrinseca debolezza di un governo fortissimo è legata all'orologio dei lavori parlamentari

Partiamo dalle convocazioni, perché raccontano di altre settimane di ferie per deputati e senatori. Certo, qualche commissione come sempre è convocata.

Certo, c’è la campagna elettorale per le regionali in Calabria, per le suppletive di Siena e di Roma-Primavalle e per moltissimi Comuni fra cui Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna e Trieste, che è come dire mezza Italia dei capoluoghi di regione. E, storicamente, quando ci sono le elezioni e l’ultima settimana di campagna elettorale, Camera dei deputati e Senato della Repubblica chiudono i battenti per qualche giorno.

Insomma, sta di fatto che Palazzo Madama e si è dato appuntamento per mercoledì 6 ottobre alle 9,30 per una seduta non particolarmente impegnativa, per usare un eufemismo, con la discussione della nota di aggiornamento del documento di economia e finanza e una serie di ratifiche di accordi internazionali. E la chiusura della seduta precedente, era arrivata velocissima il 23 settembre alle 12,45, con un andamento sprint della seduta, che invece il giovedì normalmente si prolunga anche nel pomeriggio.

A Montecitorio, invece, l’appuntamento è per martedì 5 ottobre alle 10, dopo che l’ultima seduta è finita alle 11,20 di venerdì 24 settembre, dopo una giornata d’aula non particolarmente impegnativa, né frequentata, perché dedicata ad interpellanze ed interrogazioni.

Insomma, anche al netto delle sedute “soft”, i giorni liberi a Palazzo Madama saranno dodici, che è un ottimo inizio d’autunno dopo un’estate, come dire?, non massacrante. Alla Camera, invece, i giorni senza alcuna seduta d’aula sono dieci, che è comunque un buon bottino di giorni liberi.

Ma, al di là di questi ragionamenti e conteggi, che su Tiscalinews facciamo spesso in perfetta solitudine, il vero racconto delle ultime giornate è quello del governo più forte della storia, o quantomeno uno di quelli appoggiati da una maggioranza numericamente più forte, che è arrivato al diciottesimo voto di fiducia.

Al Senato il voto di fiducia sul nuovo decreto Green Pass che ha chiuso i lavori è stato il quinto per l’esecutivo di Mario Draghi nel giro di 48 ore ed ha scatenato le due opposizioni di Fratelli d’Italia e de L’Alternativa c’è che hanno contestato il fatto che questo continuo ricorso alla fiducia in realtà serva a mettere sotto il tappeto la polvere delle divisioni in maggioranza su alcuni punti dei singoli decreti.

Insomma, secondo le opposizioni di meloniani ed ex pentastellati anti-draghiani e generalmente di area Di Battista, Mario Draghi metterebbe la fiducia per evitare contestazioni o possibili voti contrari di questo o quello della sua maggioranza e il voto per appello nominale sarebbe una sorta di ghigliottina per evitare preventivamente ogni rischio di dissenso. 

Ma c’è anche un altro modo, più sottile e dolce, di ottenere lo stesso scopo. E sono le sedute a singhiozzo, di cui la Camera dei deputati è capitale indiscussa. E qui vale la pena di raccontare la penultima seduta prima della sospensione dei lavori, l’ultima con l’aula quasi piena, quella di giovedì, perché non c’è meglio dell’orologio per tradurre il concetto che stiamo raccontando e cioè quello di un’intrinseca debolezza di un governo fortissimo.

Insomma, giovedì la seduta è iniziata alle 9,30 e la prima sospensione è arrivata alle 9,45, per poi ricominciare alle 10. Ma, fin qui, assolutamente nulla di politico, visto che doveva passare il tempo di preavviso di inizio seduta.

La seconda sospensione, per cinque minuti, dalle 11,50 alle 11,55, è stata decretata per consentire al governo di dare un parere motivato sulle mozioni sull’aumento delle bollette energetiche e anche qui siamo nell’assoluta fisiologia dell’aula di Montecitorio.

E la terza sospensione è arrivata sempre sulle bollette, dalle 13,15 alle 13,25, per permettere agli uffici di Montecitorio di aggiornare i testi su cui si sarebbe votato poco dopo. Anche qui, fondamentalmente, tutto normale.

Dieci minuti dopo, nuova sospensione, stavolta fino alle 15 in attesa di votare le mozioni sul caso Alitalia, con il capogruppo dei deputati di Fratelli d’Italia Francesco Lollobrigida ad esprimere tutti i suoi dubbi sul fatto che, davvero, si potesse arrivare al voto finale sui testi, e l’ex ministro della Salute del governo Letta e del governo Renzi, Beatrice Lorenzin, ad annunciare solenne: “Proprio per ribadire la nostra assoluta volontà di arrivare alla votazione di questa mozione che riteniamo indispensabile e importante. La maggioranza, di fatto, sta chiudendo il testo e, quindi, credo che entro oggi noi potremo votare questa mozione”.

Ma alle 15 è toccato al ministro pentastellato per i Rapporti con il Parlamento Federico d’Incà chiedere un nuovo stop: “Presidente, sono a chiedere una breve sospensione di trenta minuti”, in mezzo alle proteste durissime dei deputati di Fratelli d’Italia.

Tanto che il suo compagno di partito Roberto Fico, che presiedeva, ha chiesto a D’Incà il motivo della richiesta di ulteriore sospensione. E il ministro per i Rapporti con il Parlamento, bellunese mite e serafico, ha spiegato: “È in corso una valutazione sui pareri nei confronti delle mozioni, Presidente”. Con Fico, subito incalzante – anche perché nel frattempo Lollobrigida e i suoi di Fratelli d’Italia non mollavano l’osso – che ha ribattuto al ministro: “All'esito della sospensione, poi, ci assicura, chiaramente, che possiamo continuare”.

E una parola di saggezza è arrivata dal leghista Edoardo Rixi, ex viceministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, equivicino a Salvini e Giorgetti, che è uno che parla poco, ma quando parla ha qualcosa da dire ed ha chiesto di intervenire sull'ordine dei lavori: “Presidente, semplicemente per dire che a questo punto credo sia utile che il Governo ci dica se si intenda discutere o meno oggi sulla mozione della maggioranza perché, effettivamente, rinviarla di mezz'ora per poi rinviarla di un'altra mezz'ora… Probabilmente ha senso oggi andare a verificare il contenuto di una mozione che, comunque, è stata elaborata da ieri sera fino adesso. Chiedo se si intenda portare avanti la mozione oggi o se si intenda aggiornarla in una data successiva. Credo che la Camera lo debba sapere perché, altrimenti, rischiamo di rinviare di mezz'ora in mezz'ora e non mi sembra il caso”. Parole apprezzate da Fico che non ama i rinvii continui.

Insomma, alle 15,15 nuova sospensione, per 30 minuti, fino alle 15,45, poi diventati 35 fino alle 15,50.

Ma nemmeno questo è servito perché, alla nuova ripresa D’Incà ha chiesto ulteriori trenta minuti: “E’ in corso in questo momento una valutazione attenta. L'argomento è chiaramente importantissimo per il nostro Paese, devono essere informati tutti quanti i Ministeri competenti al fine di fare un percorso corretto per le mozioni previste. Tutto qui. Quindi, cerchiamo di lavorare ancora di più in questa mezz'ora per cercare una soluzione”.

Nuova sospensione dalle 16,05 alle 16,35, poi diventate 16,40 quando Mara Lapia, deputata ex pentastellata del Centro Democratico di Bruno Tabacci si è fatta carico di dire che il re era nudo ed ha scandito: “Presidente, data l'importanza di questo provvedimento, che avremmo dovuto discutere, e per migliorarlo al fine di approfondire le interlocuzioni che abbiamo con il nostro Governo, proprio per l'importanza che ha questo provvedimento che riguarda migliaia di lavoratori del nostro Paese, chiedo un rinvio alla prossima seduta da mettere in votazione”. Parole a fronte delle quali i resocontisti parlamentari hanno annotato: “Proteste dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia - Dai banchi dei deputati del gruppo Fratelli d'Italia si grida: “Buffoni! Basta prenderci in giro!”.

Altre lunghissime schermaglie finchè si è votato sulla proposta, approvata dall’aula di Montecitorio e Fico ha decretato una nuova sospensione di un’ora dalle 17.05 alle 18,05 per riconvocare la conferenza dei presidenti di gruppo. E alle 18,10 ha potuto finalmente chiudere la seduta.

Dopo otto ore e 40 minuti lordi dall’inizio della giornata. E sette sospensioni dei lavori.

Prova che anche il governo più forte della storia in aula non è fortissimo.