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Lavoro povero e salario minimo: la risposta del governo passa dal Cnel e da Brunetta. Ecumenica Meloni, Salvini “geloso”

Dopo due di confronto, le promessa della premier di mettere sul tavolo una proposta di legge entro due mesi, nella legge di Bilancio e mediata dal Cnel

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   

Certo che se la risposta e la soluzione del governo alla piaga del lavoro povero, tre milioni e mezzo di persone che risultano occupate ma con stipendi da fame, passa dal Cnel e da Renato Brunetta è chiaro che molti possano pensare che si tratti di una presa in giro. Di essere quanto meno su scherzi a parte: dopo quattro mesi di dibattito parlamentare e una proposta di legge delle opposizioni dettagliata (benchè operativa dall’autunno 2024 perchè prima non ci sarebbero le coperture), Giorgia Meloni ha rilanciato rivendicando il metodo (“io ascolto le opposizioni, non ricordo attenzioni analoghe quando io ero all’opposizione”)  e assegnando il dossier  ad un ente che doveva essere abolito e ad un ex ministro che ne è diventato il presidente.

La “proposta” Brunetta  

E però la proposta del governo è molto meno aleatoria di quello che si possa pensare. L’11 luglio scorso Renato Brunetta in qualità di presidente del Cnel è stato infatti ascoltato in Commissione Lavoro alla Camera sulla proposta di legge delle opposizioni sul salario minimo. L’ex ministro non si è presentato a mani vuote: ha presentato infatti una memoria che è al tempo stesso analisi e proposta.   Posto che nel campo dei salari e delle relazioni sindacali nessuno inventa realmente nulla, il Cnel boccia la “soluzione” salario minimo per legge perchè non risolve i più importanti problemi che sono alla base del lavoro povero: la riforma fiscale (cioè il taglio del cuneo) e la contrattazione nazionale che si porta dietro il tema del dumping salariale, cioè dei contratti poveri con paghe da fame. Sempre il Cnel, nella memoria consegnata alla Commissione guidata da Walter Rizzetto (Fdi), fa il punto sui contratti. In una tabella dedicata si legga che al 31 maggio 2023 sono depositati ben 975 diverse tipologie di contratti collettivi nazionali nel settore privato. Di questi 975, 242 riguardano il settore del terziario-distribuzione-servizi e riguardano 4 milioni e 800 mila lavoratori (il 34,7%). Poi il dato da cerchiare con la penna rossa: il 97% di quei contratti hanno la firma di Cgil, Cisl e Uil. Il 3% di altre sigle sindacali con pochissimi iscritti, di scarsa o nulla rappresentanza eppure capaci di imporre contratti nazionali. Ed è questo il buco nero del lavoro povero, il punto su cui la maggioranza intende lavorare presto e in modo radicale con una nuova legge sulla rappresentanza. Che poi è anche ciò che chiedono Confindustria e i sindacati principali. 

Due ore

Su questa “proposta” il governo si mette subito a disposizione per trovare una sintesi. “Il presidente Brunetta è disponibile fin da oggi ad incontrarvi - ha detto la presidente Meloni alla fine del vertice a palazzo Chigi - e comunque al massimo entro due mesi ed in tempo per la legge di bilancio saremo in condizione di darvi il dettaglio della nostra proposta che spero sia il più possibile condivisa e concertata”.

Per le opposizioni tornate in massa dalla vacanze (Fratoianni e Meloni hanno volato sullo stesso aereo dalla Puglia, il che ha suggerito ulteriori variabili alla “maggioranza Fratoianni” che ha preso corpo dopo la norma che tassato gli estraprofitti delle banche) quella di ieri è stata una “sceneggiata” con un “nulla di fatto”. I leader delle opposizioni erano tutti presenti (tranne Matteo Renzi perchè Italia viva non ha mai creduto al salario minimo) con delegazioni anche di due-tre persone, hanno parlato uno per volta e rigorosamente in ordine alfabetico. Ha cominciato Calenda, poi Conte, ha chiuso Schlein. Per il governo, nella Sala Verde, erano presenti la premier, i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini (in videocollegamento) e la ministra del Lavoro Elvira Calderone, i due sottosegretari Mantovano Fazzolari. “Le rispettive posizioni restano distanti” è il senso finale. Dal governo nessuna proposta alternativa al testo unitario sottoscritto da Pd, M5s, Avs, Azione e + Europa, all'esame della Camera e messo in stand by dopo il via libera alla questione sospensiva di due mesi voluta dal centrodestra. Quando al tavolo Meloni ha calato la carta Cnel-Brunetta, in Sala Verde è piombato il gelo. “Non ci aspettavamo certo questo” è stata la reazione generale.

“Avanti con la raccolta firme”

Il faccia a faccia ha avuto anche qualche siparietto di leggerezza. Riccardo Magi (+Europa) ad esempio ha detto che quanto stava accadendo era “straniante”. “Perchè è ancora in vacanza” gli ha risposto Meloni. “Ci risulta che anche lei sia appena tornata”. Risatine generali, anche perchè Meloni è stata pizzicata sullo stesso volo dalla Puglia su cui volava il leader della Sinistra italiana Nicola Fratoianni.

Alla fine del faccia a faccia le opposizioni si sono riunite per poi ribadire la linea comune: avanti con la battaglia sul salario minimo di 9 euro l'ora lordi e avanti con la raccolta firme nel Paese. Linea condivisa da tutti, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Carlo Calenda e Riccardo Magi. Dunque, il fronte resta compatto, anche se non sono sfuggiti i toni più  dialoganti usati dal leader di Azione che ha invitato gli altri leader a “guardare il bicchiere mezzo pieno”: "Per una volta si parla di numeri, contratti e dati e non di slogan e altro rumore inutile. E' solo un primo passo e l’esito non è affatto scontato. Ma è un passo. Nessuno si è sbattuto la porta in faccia. Partiamo da qui”.

Ai leader delle forze di opposizione la mossa di Meloni sul Cnel è sembrato “un modo di mandare la palla in tribuna e non fare nulla”, un modo per “prendere tempo, non dire un 'no' secco alla nostra proposta di legge sul salario minimo perchè sarebbe impopolare, ma per non portarla mai a buon fine”. Questo il senso delle loro dichiarazioni fatte fuori palazzo Chigi una volta terminato il faccia a faccia e il debriefng. Sono tutti convinti tutti di “non fermarsi e andare avanti unite con la nostra battaglia”. “Ci aspettavamo una novità politica che dopo quattro mesi però non è arrivata” ha bollato l’incontro Nicola Fratoianni. “Abbiamo registrato che il governo non ha una sua proposta, non ha le idee chiare. Il governo è rimasto sulle sue posizioni. Noi abbiamo illustrato la nostra proposta” ha concluso Elly Schlein.

Ecumenica Meloni

Per la prima volta da quando è a palazzo Chigi Giorgia Meloni è uscita dal palazzo e ha accettato di fare il punto con i giornalisti per ben nove minuti. “Restano le divergenze con le opposizioni.  Ho proposto un confronto molto più ampio che coinvolga anche chi è costituzionalmente competente”, come il Cnel appunto. La premier ha voluto sottolineare che “garantire salari adeguati e il potere di acquisto delle famiglie è una nostra priorità.

La legge di bilancio sarà incentrata sul lavoro, sui redditi e sulle famiglie”. La misura del salario minimo per legge “rischia invece di peggiorare le condizioni dei lavoratori, ma siamo aperti al confronto perchè vorrei che su questo uscisse fuori una proposta su cui si lavora insisme, maggioranza ed opposizione”.

Ecumenica Meloni. La verità è che i sondaggi hanno imposto un cambio di passo e di atteggiamento sul tema del salario minimo. Il 70 per cento dell’elettorato di destra ha detto che il tema è urgente e va affrontato. Da qui la brusca retromarcia di Forza Italia che passò da “misura sovietica” a fare una sua proposta (che poi era quella Draghi-Orlando). Da qui il dialogo e il tavolo con le opposizioni.

L’autunno caldo

Meloni sa bene che sarà un autunno caldo per i suo governo. Quella che viene sarà la sua prima legge di bilancio, il primo vero test di politica interna (posto che sugli esteri è stata promossa a pieni voti). E però ci sono pochi soldi per fare le cose promesse, la crescita sta frenando e c’è anche la campagna elettorale per le Europee. Con la Lega che nonostante patti e promesse fa sempre la guastafeste. Anche ieri. In una nota a incontro terminato da poco, ha attaccato le opposizioni: “La Lega ribadisce la propria determinazione ad aumentare occupazione, stipendi e pensioni valorizzando l'Italia dei sì. Spiace constatare la posizione ideologica dell'opposizione, che parla di salario minimo e di reddito di cittadinanza per spirito di contestazione e fingendo di ignorare - per esempio - le troppe storture del sussidio”. Della serie che la captatio benevolentiae di Giorgia non è piaciuta a Matteo.

Claudia Fusanidi Claudia Fusani   
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