[L’analisi] Non fu solo terrorismo di sinistra. Ecco la verità che manca sull’omicidio di Aldo Moro. C’è un’ombra internazionale

Le conclusioni dell’ultima commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro, presieduta da Beppe Fioroni, aprono un nuovo fronte: «Alla luce delle indagini compiute, dunque il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro non appaiono affatto come una pagina puramente interna dell’eversione di sinistra, ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale. Al di là dell’accertamento materiale dei nomi e dei ruoli dei brigatisti impegnati nell’azione di fuoco di via Fani e poi nel sequestro e nell’omicidio di Moro, emerge infatti un più vasto tessuto di forze che, a seconda dei casi, operarono per una conclusione felice o tragica del sequestro. Talora interagendo direttamente con i brigatisti, più spesso condizionando la dinamica degli eventi, anche grazie alla presenza di molteplici aree grigie, permeabili alle,influenze diverse»

[L’analisi] Non fu solo terrorismo di sinistra. Ecco la verità che manca sull’omicidio di Aldo Moro. C’è un’ombra internazionale

Venerdì prossimo, il 16 marzo, celebreremo il quarantennale del sequestro di Aldo Moro, tenuto prigioniero per 55 giorni dalle Brigate Rosse, e poi giustiziato come “nemico del popolo”. Mai come quest’anno l’anniversario è accompagnato da diverse iniziative editoriali e televisive. Si discute della figura dell’esponente della Democrazia Cristiana, e dei dubbi sulla genuinità delle Brigate Rosse. Persino “il manifesto”, il quotidiano comunista fondato nel 1971 dal gruppo storico che fu cacciato dal Pci, ha ospitato (il 28 gennaio scorso) un articolo dello psichiatra Gianni De Plato, figura storica della sinistra bolognese che solleva pesanti dubbi sulla gestione del sequestro Moro. De Plato ricorda la decisione della Procura generale di Bologna e poi di Palermo di riaprire le indagini la prima sulla strage alla stazione del 2 agosto del 1980, la seconda sulla esecuzione del presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella, avvenuta anch’essa nel 1980. «La riapertura delle indagini a Bologna e a Palermo riaccende finalmente i riflettori su quella rete, complessa e mai svelata, fatta di organizzazioni eversive, di mafie, servizi deviati, società segrete, logge, venerabili e conti in banche svizzere».

Chi furono i veri mandanti?

Ma è sul caso Moro che lo psichiatra bolognese affonda il bisturi: «Sarebbe auspicabile che un magistrato della procura di Roma avesse lo stesso coraggio e senso dello Stato, dei magistrati di Bologna e Palermo, per riaprire le indagini sui veri mandanti, su quanti usarono le armi in via Fani e cosa è realmente avvenuto in e intorno a via Gradoli, visto che non possiamo accontentarci della verità di una seduta spiritica e di processi iniziati e terminati solo contro le Br. Fino a quando non si scoprirà la completa verità della lunga e articolata strategia del terrorismo prima e degli attacchi poi alla Repubblica italiana, la nostra democrazia resterà incompiuta, minacciata e asservita».

L'articolo di De Plato non è passato inosservato

Colpisce la determinazione dell’intellettuale della sinistra bolognese. L’articolo di De Plato sul Manifesto non è passato inosservato. L’area custode gelosa di una stagione passata (né con le Br né con lo Stato) accusa il colpo della pugnalata di De Plato. E sul web manda in rete un documento anonimo di condanna dell’articolo stesso che ripropone una lettura “dietrologica” delle Br e della lotta armata di quegli anni: «(l’articolo di De Plato, ndr) segna la liquidazione definitiva della storia di un giornale che – caso unico – era nato sull’onda della contestazione operaia e studentesca della fine degli anni sessanta e che pur facendo, nel corso dei decenni, cambiamenti anche sostanziali, di linea e cultura politica, aveva, tuttavia, mantenuto lo stesso nome e pure quella ostinata testatina (“quotidiano comunista”) che però, già da molto tempo, non trovava più conferma in nessuno dei testi pubblicati dalla redazione».

Rossanda e quello schema di veterocomunismo 

Dunque una polemica dura e nello stesso tempo clamorosa. Perché i protagonisti sono figli di quella sinistra che ai tempi del terrorismo “rosso” riconobbero nelle Br i “compagni che sbagliano”. Scriveva Rossana Rossanda, una delle fondatrici del manifesto, il 28marzo del 1978,con il sequestro Moro in pieno svolgimento: «In verità, chiunque sia stato comunista negli anni cinquanta, riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia». È ancora Rossanda: “Vecchio o giovane che sia il tizio che maneggia la famosa (macchina da scrivere, ndr) Ibm, il suo schema è veterocomunismo puro. Cui innesta una conclusione che invece veterocomunismo non è, la guerriglia».

La dimensione internazionale

Oggi, dunque, nessun atto di fede può reggere di fronte ai dubbi e alle contraddizioni di quel sequestro. E le conclusioni dell’ultima commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro, presieduta da Beppe Fioroni, lo conferma. Nella relazione consegnata a dicembre, si legge: «Alla luce delle indagini compiute, dunque il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro non appaiono affatto come una pagina puramente interna dell’eversione di sinistra, ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale».

La tesi è chiara ma c'è anche dell'altro

Una conclusione che non ammette cautela, condizionali. È netta, chiara la tesi che il caso Moro non fu solo terrorismo di sinistra interno. Ma c’è ancora dell’altro: «Al di là dell’accertamento materiale dei nomi e dei ruoli dei brigatisti impegnati nell’azione di fuoco di via Fani e poi nel sequestro e nell’omicidio di Moro, emerge infatti un più vasto tessuto di forze che, a seconda dei casi, operarono per una conclusione felice o tragica del sequestro. Talora interagendo direttamente con i brigatisti, più spesso condizionando la dinamica degli eventi, anche grazie alla presenza di molteplici aree grigie, permeabili  alle influenze diverse”. È come se la commissione Fioroni ci dicesse che la vicenda Moro non può essere ancora consegnata agli storici. Ci sono aspetti che impongono alla magistratura di continuare a indagare. Anche se quarant’anni dopo.