Larghe maggioranze per il Piano di ripartenza italiano. E Meloni questa volta rischia il fuorigioco

Dopo una maratona di quasi 48 ore Draghi porta a casa elogi, numeri e promesse sul Pnrr. Molinari (Lega): “Ecco il cambio di passo”. Renzi: “Finalmente l’anima, il futuro e la visione”. Fdi decide di non votare, un rischio pesante. La sceneggiata sul coprifuoco rivela il nervosismo nella maggioranza. Soprattutto a destra

Mario Draghi (Foto Ansa)
Mario Draghi (Foto Ansa)

Mario Draghi porta a casa con larga maggioranza il Piano di ripartenza e resilienza, il secondo pilastro della sua missione a palazzo Chigi. Dove il primo è la vaccinazione degli italiani in modo di arrivare entro ottobre all’immunità di gregge. Il Parlamento ha licenziato dopo 48 ore a dir poco intense - sotto tutti i punti di vista - le 270 pagine del Piano con 224 sì al Senato e 442 alla Camera. “Guardate che oggi è un giorno positivo per l’Italia” sempre che i partiti vogliano lavorare insieme com’era negli accordi di due mesi e mezzo fa. Ai senatori ha chiarito che c’è “accordo se c’è volontà di successo” e quello “spirito repubblicano” che oltre a “corruzione, stupidità e interessi costituiti” sa avere la meglio anche “sull’inerziia istituzionale”, quella per cui “i soldi non sono mai abbastanza se non si sanno spendere”.

“Non è il mio stile”

Col passare del tempo l’ex presidente della Bce sta mostrando insospettabili doti di umanità, ironia e simpatia. Oltre che la grande capacità di spiegare le dinamiche dell’economia e della finanza. Anche eri sera in replica al Senato ha tenuto una lezione di economia finanziaria e monetaria - e intorno non voleva neppure un moscerino - e ha chiarito che “non è il mio stile dire garantisco io” alzando il mistero su quali siano stati la assicurazioni fornite alla presidente von der Leyen sabato quando Bruxelles bloccava il Recovery per grossi dubbi sulla realizzabilità delle riforme incluse e indispensabili alla realizzazione del Pnrr. Insomma, Draghi fa Draghi e svela giorno dopo giorno una leadership quasi magnetica. Il punto è che ieri sera, tornando a casa dopo le 22 ( il Senato ha votato a quell’ora) intorno a lui i partiti e i vari leader raccoglievano i resti di due giorni di battaglie. Un vero e proprio duello rusticano Salvini-Meloni in cui la leader di Fratelli d’Italia per la prima volta sente addosso il peso di una scelta, restare all’opposizione, che potrebbe rischiare di metterla nell’angolo. Con incursioni di Pd, M5s e Leu che vorrebbero sfruttare l’occasione di una Lega che “sta in maggioranza a la carte” (cit. la capogruppo Pd Debora Serracchiani), è di lotta e di governo “a seconda delle convenienze” per spingerla fuori dalla maggioranza, tenere Forza Italia e dare vita al modello Ursula (l’allenza popolari, socialisti, verdi e 5 stelle che ha eletto Ursula vn der Leyen lasciando fuori destre e sovranisti).

Salvini: “La Lega è un serio alleato”

Un giochino che ieri Salvini ha svelato mandandolo in frantumi: “Noi siamo alleati seri, presidente Draghi. E siamo fieri di lei che ci restituisce l’orgoglio di essere italiani. Entrando nel governo Draghi abbiamo risposto all’appello del Presidente Mattarella a mettere davanti a tutto il bene del paese e abbiamo messo da parte per un po’ l’interesse del partito. Quindi, se qualcuno pensa di buttarci fuori, ha sbagliato di grosso”. Una dichiarazione pubblica che se voleva superare l’imbarazzo dell’astensione cui ha “costretto” una settimana fa i suoi ministri sul decreto riaperture, non ha però fatto chiarezza sul pasticcio di raccolta firme e ordini del giorno che si è scatenato ieri alla Camera sul nodo del coprifuoco. In tutto questo chi può apprezzare a pieno l’azione di governo Draghi e i contenuti del Piano sono i parlamenti di Italia Viva che a gennaio 2021 hanno messo sul tavolo tutto quello che avevano per lasciare alle spalle “un governo di mediocri e puntare ad avere un governo dei migliori” per governare il paese in una fase così cruciale. Così a chi ancora si chiede se ne valeva la pena, Matteo Renzi ieri sera, intervenendo in aula, ha spiegato dove sta il cambio di passo. ”Oggi - ha detto il leader di Iv - c’è una guida del governo capace di cogliere il valore strategico di un progetto di lungo periodo e non di un orizzonte che divora i personaggi politici. Questa rilevante occasione che la storia ci ha dato serve a dire che l'Italia è un paese che pensa alle future generazioni e non alle future elezioni o che ha i banchi a rotelle o i ventilatori cinesi a disposizione degli amici degli amici. Abbiamo l'occasione di andare in Europa come quelli che hanno una visione post pandemica, il gusto del futuro contro gli interessi costituiti. Questa è la vera anima del Piano nazionale per la ripresa e resilienza”.

Giorgia Meloni (Foto Ansa)

L’autogol di Giorgia

La dinamiche partitiche delle ultime 48 ore segnano un passo falso della leader di Fratelli d’Italia, il primo, forse, dopo tanti mesi di mosse azzeccate. Il fatto è che più il tempo passa, più Draghi porta avanti i suoi obiettivi e Fratelli d’Italia ha sempre meno motivi per giustificare il suo stare all’opposizione. “Ci sono due ottimi motivi per cui non possiamo votare questo Piano - ha detto ieri mattina Meloni nelle dichiarazioni di voto alla Camera - sarebbe un voto a scatola chiusa visto che 36 ore non sono sufficienti per leggere e studiare 270 pagine e perchè il Parlamento è stato una volta di più ignorato. Esattamente come faceva i governo Conte che lo ha preceduto, presidente Draghi, e rispetto al quale cercavamo una netta discontinuità”. Ma forse, ha provato ad attaccare Meloni, “lei Presidente Draghi non ci ha voluto dare il tempo di discutere per evitare l’imbarazzo di una maggioranza litigiosa e ingovernabile”. Poi in realtà Fratelli d’Italia si è astenuta alla Camera e al Senato perchè diventa difficile spiegare, un domani, che hai votato contro il piano che ha rilanciato il Paese. E’ stato un intervento dai toni più dimessi rispetto al solito. Molto sul metodo e poco sul merito. Su cui il capogruppo della Lega Riccardo Molinari ha potuto affondare le unghie. "Onorevole Meloni, siamo pagati abbastanza per poter leggere 270 pagine in 48 ore se necessario. Quindi, se lei avesse letto il Piano avrebbe trovato mille e un motivo di discontinuità rispetto alla versione di Conte: ci sono le grandi opere prima viste come il peccato e ora come volano di ripartenza; c'è la riforma della giustizia che tagli i tempi dei processi invece di allungare la prescrizione...". E' andato avanti dieci minuti Molinari nell’elencare le discontinuità. Draghi ha certamente gradito. Il ministro Giorgetti anche (ha apprezzato anche la versione serale di Salvini) mentre è stato ancora una volta molto critico con la sceneggiata pomeridiana sul coprifuoco. Che ha alzato nuovamente la tensione all’interno della Lega (“non possiamo raccogliere firme contro la decisioni del governo di cui facciamo parte” avrebbe tuonato Giorgetti). Così come l’astensione di Fratelli d’Italia è stata disapprovata da alcune parti del partito.

La sceneggiata sul coprifuoco

Chiusa la mattinata da “sconfitta”, Giorgia Meloni aveva comunque previsto di rifarsi nel pomeriggio con l’ordine del giorno contro il coprifuoco in coda a uno dei tanti decreti Covid al voto alla Camera. “Voglio proprio vedere chi sta con gli italiani o dice di starci…” è stata la sfida. E a questo punto è successo di tutto. Perchè Salvini non poteva lasciare a Meloni la “bandierina” del coprifuoco. Così il leader della Lega ha convocato Tajani e Ronzulli, i front man di Forza Italia, per mediare su un ordine del giorno della maggioranza sulle cui parole il povero Giorgetti era stato mandato a mediare con Draghi. In sostanza la maggioranza impegna il governo a rivalutare chiusure e aperture a metà maggio in base alle curve del contagio e delle vaccinazioni. Che è nè più nè meno quanto già deciso da Draghi la scorsa settimana. “A che gioco stiamo giocando?” sono andati in bestia Pd e 5 Stelle. Ore e ore di sterili discussioni sul nulla mentre al Senato era in corso la discussione generale su quello che è invece il documento e il progetto più importante per l’Italia degli ultimi trent’anni e per i prossimi venti. Quel libro di 270 pagine che non a caso si chiama “Italia domani” e che Giorgia Meloni dice di non aver avuto il tempo di leggere. Alla fine di questo stucchevole giochino sul coprifuoco, però Salvini ha contenuto le perdite. Gli ordini del giorno di Fratelli d’Italia sono stati respinti ma Lega e Forza Italia non hanno partecipato al voto. Giorgia Meloni può alzare la “bandiera” per aver spaccato il fronte della maggioranza e tenuto Lega e Forza Italia nell’ambito del centrodestra. Al tempo stesso ha tolto munizioni a Pd e 5 Stelle e al loro progetto di maggioranza Ursula. Salvini però è stato veloce e abile nello scrivere un ordine del giorno che non aggiunge nulla di nuovo (Draghi ha già promesso che ci sarà una rivalutazione a metà maggio) ma gli consente di non perdere la faccia con le sue piazze. La partita del coprifuoco termina così in un sostanziale pareggio. Pesa, invece, per Fratelli d’Italia lo smacco e la scelta di non aver votato il Pnrr.

Le sfide iniziano subito

Draghi si è scusato tanto alla Camera che al Senato “per il poco tempo a disposizione”. E ha spiegato che il 30 aprile, giorno della consegna a Bruxelles, “non è una data mediatica ma il tempo stabilito per aver accesso ai fondi entro l’estate”. Almeno 24 miliardi, “altrimenti si andrebbe all’autunno”. Ha promesso anche che il Parlamento avrà modo di rifarsi perchè “tutti i decreti attuativi delle sei missioni e le riforme in cantiere e che già a maggio vedranno i primi testi (sulla Semplificazione, ndr) saranno gestiti dalle forze parlamentari” che torneranno così protagoniste del Piano. Con il Recovery Plan “l'Italia non sarà più la stessa” ma è chiaro che “saremo noi gli unici responsabili del successo o dell’insuccesso”. Il Consiglio dei ministri già domani formalizzerà il via libera a Bruxelles del Piano. E inizia lo slalom tra i decreti e i disegni di legge legati al Recovery.

Il semestre bianco

Il tempo non è infinito. Il controllo dell'Europa è periodico e, con l'avvicinarsi del semestre bianco e della fine della legislatura lo scetticismo dei tecnocrati di Bruxelles potrebbe crescere. Draghi tranquillizza, rassicura, mescola leggerezza (ha strappato spesso sorrisi, quando si è scusato per le troppe parole inglesi; quando per due volte ha chiamato onorevoli deputati gli onorevoli senatori e quando ha chiuso una polemica con La Russa “ripartendo dello sport”) alla pesantezza delle scelte. Smussa quello che può e fin dove può. Con la forza del argomenti. Sul Superbonus c'è l'impegno alla proroga al 2023 in legge di bilancio se la misura impatta come deve e dopo una cura per semplificare le procedure. Sulla riforma del fisco la deadline è il 31 luglio e, spiega il premier, “è auspicabile una ampia condivisione politica”. Per la riforma della giustizia, che potrebbe essere la più divisiva di tutte, il governo nell'ultima versione del Pnrr si dà tre mesi di tempo. I nodi politici, è il timore della maggioranza, potrebbero emergere con l'inizio del semestre bianco. E l’avvio della campagna elettorale per le amministrative. Con la certezza di non andare comunque al voto fino a marzo 2022, i partiti potrebbe trovare “conveniente” ai fini de consenso andare in cerca di bandierine da alzare. Ma a quel punto il Recovery sarà incardinato. Le riforme anche. Ecco perchè Draghi ha fretta. Una volta avviato il lavoro, sarà più difficile tornare indietro. E chi metterà i bastoni tra le ruote avrà un nome e una faccia.