[Il retroscena] La sfida da Far West in un Paese stremato: e Mattarella deve fare da sceriffo

Renzi che va all’opposizione e Conte che cerca numeri in Parlamento con i Responsabili. Il premier avvia la conta per vincere al Senato

Faccia a faccia tra il premier Conte e il presidente della Repubblica, Mattarella
Faccia a faccia tra il premier Conte e il presidente della Repubblica, Mattarella

Come in una sfida tra pistoleri in cui nessuno è innocente – tanto per fare un richiamo western, “Sfida all’Ok Korral”, Conte e Renzi stanno per affrontarsi nella sparatoria finale. “Sono certo di avere i numeri per vincere la sfida in Senato. Si formerà un nuovo gruppo parlamentare, in entrambe le Camere, e sarà un fatto politico nuovo, come vuole il Colle. Voglio andare alla conta perché sono sicuro di vincerla”. Più o meno con queste parole, il premier ancora in carica, Giuseppe Conte, avrebbe spiegato a importanti ministri Pd - tra cui il capodelegazione dem, Dario Franceschini, ma non solo a lui, anche al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini (capofila entrambi di due correnti dem non ‘zingarettiane’: Area dem il primo, Base riformista il secondo, Guerini) – che questa è la sua intenzione e la sua scelta politica in risposta al ritiro della delegazione delle ministre renziane e dell’appoggio parlamentare di Iv al governo Conte due.

I ministri dem, pur scettici, gli dicono: “Vai avanti"

Un esponente di rango del Pd sarebbe sbottato così, appena saputa la notizia: “Conte vuole suicidarsi per portarci alle elezioni con una sua lista e soprattutto imponendosi lui come ‘capo’ del centrosinistra, mettendo nell’angolo Zingaretti e Di Maio”. Eppure, il mandato del Nazareno, della delegazione dem e – molto meno – dei gruppi parlamentari dem (dentro ai quali ancora si spera di ‘rappattumare’ l’alleanza con Renzi e Iv, alleanza ormai in frantumi) è stato quello di dire a Conte: “se ritieni che sia opportuno lanciare una sfida simile, se pensi di avere i numeri e di vincere la sfida, vai avanti”.
Nascerà il governo ‘Conte-Mastella’? E grazie a chi? Mastella, certo, ma poi? I ‘Responsabili’ insospettabili
I renziani, ovviamente, se la ridono: “Conte, cercando la prova di forza, si è suicidato da solo. Ora avanti un altro, tanto un governo si farà e i grillini se lo berranno. In ogni caso, se proprio il premier ci tiene e vuole sfidarci, sarà un piacere andare all’opposizione. Ci si vede in aula!”. Già, Renzi il guanto di sfida l’ha lanciato, Conte vuole coglierlo.
Conte, come si è detto, è pronto a sfidare Renzi in Aula (“Se Renzi si sfila, mai più insieme a lui” è stata la minaccia recapitata, e in chiaro, ieri, già all’ora di pranzo) ed è sicuro, come fa sapere a dem e Cinque Stelle che l’operazione ‘Responsabili’ è ormai giunta a ottimo punto. E non solo perché, per suo conto un vecchio protagonista di altre stagioni di ‘Responsabili’ della Seconda Repubblica, Clemente Mastella si è già messo in movimento. In odio a Renzi, che ha il grave torto di aver svillaneggiato la moglie, Mastella ha dato il via all’operazione Responsabili con tanto di – sottolineatura fantasmagorica, da vecchio diccì – “radicamento sul territorio, tra la gente specie al Sud”. Pronti alla pugna sarebbero, oltre a una decina di esponenti del gruppo Misto, altri senatori provenienti da Forza Italia, ma anche da “altri gruppi” non meglio specificati (delle Autonomie, probabilmente, più i tre dell’Udc) e persino “alcuni senatori renziani” (forse tre, forse quattro, pare).

I conti della serva al Senato. Il magic number non è 161

La maggioranza teorica, a Palazzo Madama è fissata a 161, quorum per la maggioranza assoluta, ma potrebbero bastare 158 senatori per far proseguire la navigazione a Conte. Infatti, pochi sanno e quasi nessuno ricorda – ma il deputato dem Stefano Ceccanti, vox clamans in deserto, lo ricorda sempre – che, in realtà, per ottenere la fiducia alle Camere non è scritto da nessuna parte che serve raggiungere il quorum della maggioranza assoluta (161 al Senato e 316 alla Camera, con il plenum delle due assemblee a regime). Quello, per capirci, che serve quando si vota, come pure presto si voterà, intorno al 20 gennaio, lo scostamento di bilancio che, come scritto in Costituzione, prevede una maggioranza assoluta, cioè appunto il quorum del plenum. Per la fiducia al governo, invece, come per le altre leggi, quelle ordinarie, basta e avanza la maggioranza semplice, e cioè che i sì battano i no. Morale, servono molti meno voti.

A palazzo Chigi, inoltre, si sostiene che al Senato si deve tener conto, da un punto di vista politico, ‘solo’ dei 315 parlamentari eletti, e non dei complessivi 321, tra cui i sei senatori a vita. Ed è questa quota – 315 e ‘non’ 321 - che Conte mira a raggiungere. C’è, però un problema politico: il Regolamento del Senato impedisce la formazione di nuovi gruppi se privi di simbolo presentato alle ultime elezioni. Ergo, serve un simbolo, come quello dell’Udc (o di Noi con l’Italia o di altri) che alle elezioni passate è stato presente, ha preso voti e seggi. Senza un nuovo gruppo parlamentare, Conte avrebbe una maggioranza numerica, ma non politica. Ecco perché la ‘caccia’ ai Responsabili è anche una ‘caccia’ ai loghi e ai simboli presentati alle Politiche del 2018. Morale, la nascita di esperimenti, cartelli e movimenti estemporanei come ‘Italia 2023’ del senatore Fantetti (oggi nel Misto-Maie, ieri in FI) non servono alla bisogna.

Chi sta col premier

Oggi il Conte 2 si regge su M5s (92 senatori), Pd (35), Leu (5), Autonomie (6), 9 senatori del Misto (quasi tutti ex M5s due) e Iv (18). In totale, sono 165 voti che tracollano a 147 se Iv rompe. Dal pallottoliere mancano 11 voti, per arrivare a quota 158. Un’apertura arriva da due ex M5s del gruppo Misto, De Falco e Giarrusso. Voci, sempre smentite, di un soccorso bianco dei 3 senatori dell'Udc e dei 3 di Idea-Cambiamo si rincorrono di ora in ora. Da FI arriva un ‘no’ secco a qualsiasi forma di ‘aiutino’ o di ‘prestito’, ma si dice che gli azzurri Dal Mas, Mallegni e De Siano siano già entrati in odor di contismo. I renziani ‘moderati’ e ‘tiepidi’ Parente, Comincini, Vono, Conzatti, vengono spesso dati in via di abbandono di Iv e in fuga verso il Pd, ma smentiscono. Altri senatori da recuperare sono 4 ex M5s oggi nel Misto che, fino a ieri, votavano contro il governo e che, invece, magicamente potrebbero ora cambiare idea. Insomma, i conti, per Conte, potrebbero anche tornare, e lui vincere la sfida in Aula ma potrebbe essere vittoria di Pirro.
Giorgetti dixit: “serve gruppo e fatto politico nuovo”.

L'analisi di Giorgetti

Il “fatto politico nuovo” e il “gruppo parlamentare solido” che si deve costituire, come spiega un osservatore attento e che la sa lunga, il leghista ‘draghiano’ Giancarlo Giorgetti, sono i pre-requisiti indispensabili per convincere il Colle ha dare il via libera a una tale, assai spericolata, osservazione. Servono, appunto, ‘particolari’ tecnici non da poco: un simbolo non qualsiasi, ma depositato alle scorse elezioni, recita il nuovo regolamento del Senato varato da Grasso: in questo caso a farsi avanti sarebbe l’Udc di Lorenzo Cesa, anche se fonti parlamentari smentiscono che sia disponibile.
L’expedit del Colle a Conte c’è o invece è non expedit?

Anche dal Colle arriverebbe un sostanziale expedit (si proceda) all’operazione, almeno così assicurano a Chigi e così garantiscono anche fonti dem vicine al Quirinale. Invece, ma anche molto ovviamente, fonti renziane come pure, in parte, fonti democrat ‘ostili’ a Conte, parlano di un altrettanto sostanziale non expedit all’operazione di Conte. Insomma, il Colle – ‘arrabbiato’, per usare un eufemismo -avrebbe chiesto a Conte “numeri, nomi e gruppi certi”. In realtà, solo oggi, concretamente, Conte salirà al Colle, per aprire ‘praticamente’ la crisi (formalmente ancora no, quello lo decide il Colle), una volta che Renzi avrà annunciato che toglie l’appoggio di Iv al suo governo, e Mattarella qualcosa dirà. Qualcosa di ufficiale, s’intende, con tanto di comunicato timbrato dal Colle che inizierà con la frase di rito: “Il Capo dello Stato ha ricevuto il presidente del Consiglio e…” ma in quell’‘e’ ci sarà dentro un mondo.

Cosa succederà a partire da oggi? Tutte le tappe

Innanzitutto, Conte salirà al Colle per le dimissioni, oggi pomeriggio, dopo la conferenza stampa con cui Matteo Renzi formalizzerà il ritiro della delegazione di Iv dal Conte due. Mattarella potrebbe decidere di ‘congelare’ le dimissioni di Conte e invitarlo a formare un nuovo governo, il Conte ter, sulla base della maggioranza attuale (chanches pari a zero virgola). Un tentativo che potrebbe durare, al più, un paio di giorni. I precedenti – quelli che “il Colle ha nel cassetto, buoni per tutti gli usi, a seconda di cosa serve escono fuori” scherza, neanche troppo, un dem che frequenta il Colle, ci sono tutti, e a iosa. Goria nel 1987, congelato da Cossiga, come pure Andreotti VI nel 1991, che sostituì in un batti-baleno, sempre grazie a Cossiga, ben cinque ministri Dc. Così Conte potrebbe sostituire le due ministre di Iv con altri (gli appetiti dei ‘Responsabili’, come si sa, sono notevoli, in casi come questi), far finta di nulla e andare avanti così…

Il Colle potrebbe anche avallare la prova di forza

Oppure il Quirinale potrebbe accettarne le dimissioni di Conte (ma è molto difficile, a questo punto, che Conte le rassegni) e passare in rassegna subito le possibilità di nuovi incarichi. Oppure ancora, potrebbe accettare che Conte vada in Aula per ‘illustrare’ quanto è accaduto in queste settimane e mesi, spiegare la situazione politica ‘nuova’ che si è creata e chiedere un nuovo voto di fiducia alle Camere. Si chiama, in gergo, ‘parlamentarizzazione’ della crisi e di solito non succede mai, in Italia: solo i due governi Prodi, nell’intera storia repubblicana, caddero in Parlamento (1998 e 2008).
Certo è – come si fa notare al Colle, ma anche in ambienti parlamentari, “Mattarella non è Napolitano” nel senso che i due presidenti “hanno avuto ed hanno stili e storie diverse”.

“Mattarella non è Napolitano”. Due presidenti, due stili

Traduzione: Mattarella non è un ‘interventista, non prevarica i poteri del presidente del Consiglio – il quale, se si sente, in cuor suo, di battere la via del voto di fiducia, ha tutto il diritto di farlo – e rispetta le prerogative altrui, sommamente quelle del Parlamento. Anzi, di più: Mattarella è un “parlamentarista convinto” e, come pochi, vuole incanalare la crisi nei suoi giusti binari, nelle Aule. Invece, Napolitano – come dimostrò facendo nascere prima il governo Monti (2012) e poi il governo Letta (2014) – faceva e disfaceva governi a suo piacimento, metteva in sella, o disarcionava, presidenti del Consiglio. Ma Mattarella, come si sa e come si dice sempre al Colle, ‘non è’ Napolitano e non lo sarà mai: “Se Conte ci vuole provare è un suo diritto”, si dice in ambienti dem molto vicini agli umori del Colle, “dopo, però, se gli andrà male, resteranno poche vie alternative, oltre all’andare al voto”, si avverte. Il Colle vuole ‘preservare’ un governo, quello che c’è o quello che ci sarà, per evitare le urne e i sovranisti.

Eh già, perché se è vero che “Mattarella non è Napolitano”, come si sottolinea negli stessi ambienti dem ‘quirinalizi’, è anche vero che “il Colle attuale farà di tutto per evitare che una maggioranza di stampo ‘sovranista’ e ‘trumpiano’ prima vinca le elezioni, come sicuramente accadrebbe, poi si elegga, l’anno prossimo, il nuovo Capo dello Stato e, infine, magari, per sovrannumero, faccia uscire l’Italia dall’Euro e dalla Ue come ha già fatto la Gran Bretagna, al grido del ‘si può fare!’ e metta in discussioni le alleanze geopolitiche dell’Italia: quelle con la Nato e con gli Usa, dove il vento è cambiato, ora a guidarli c’è il dem Biden”. Le vie impervie del Colle se va male ‘la conta di Conte’: il governo Franceschini, il governo Cartabia, o Draghi Ma quali e quante vie sono aperte, davanti e per Mattarella, se quella della ‘conta di Conte’ decidesse di precludergliela, oppure se, pur dandogli il suo placet, la conta finisse male?

Tre possibilità

Le vie, per quanto impervie, sono sostanzialmente solo tre. La prima, e la più canonica, classica e anche realistica, sarebbe un governo a guida del democrat Franceschini, con identica maggioranza giallorossa (e sempre con Iv, però, quindi è assai difficile) o un governo a guida di Guerini, stimato da tutti, anche e soprattutto dal Colle, il quale Guerini però allontana così l’amaro calice con i suoi: “il mio nome non esiste e io non sono per nulla interessato”. Ma come reagirebbero i 5Stelle? Per molti dem ‘reggono solo un governo Conte’, per altri ‘si bevono la qualunque’. E il ritorno di Iv in coalizione, come se niente fosse, è possibile? E LeU direbbe di sì? Forse, ma la via è ardua. L’alternativa è un governo governo tecnico, a guida Cartabia (o Giovannini o Lamorgese o Cottarelli, qui con i nomi ci si può sbizzarrire…), ma sarebbe l’ultima carta, quella della disperazione. Si tratterebbe, infatti, di un ‘governo del Presidente’, formula che al Colle non amano, utile solo a preparare le urne anticipate, da tenersi molto probabilmente agli inizi di maggio, con il Rosatellum, cioè l’attuale legge elettorale (un sistema di base proporzionale, al 64%, ma con forte correzione maggioritaria, al 36%) e il taglio dei parlamentari a regime (il che vuol dire eleggerne 600 in luogo di 945, una falcidia che mieterebbe molte vittime, specie tra i 5Stelle, ma anche dentro Pd, FI, Iv, etc).

L'esecutivo di nomina presidenziale

La vittoria del centrodestra, peraltro già da ora scontata anche se si votasse con il sistema proporzionale o con quello australiano, come il professor Ceccanti sa e insegna, sarebbe un dato di fatto, una certezza, ‘garantita al limone’. Ma, agli occhi del Colle, un governo elettorale, tecnico e tutto di nomina presidenziale, fatto di civil servant, sarebbe l’unica via per garantire “in modo civile e ordinato, ottemperando a tutti gli impegni interni e internazionali del Paese che resteranno aperti in questo difficile frangente”. Ma se un governo elettorale verrebbe di certo vissuto, dal Colle come dal Pd e da molti altri (Forza Italia in testa), come una iattura, allo stato resta ancora a rango di chimera quel ‘governissimo’ – a guida unica, quella di Mario Draghi l’ex presidente della Bce, oggi semplice ‘Cincinnato’ – che appare, almeno ad oggi, lontanissimo e improbabile. Causa l’ostilità di M5s, da un lato e FdI, dall’altro, anche se sia Iv che FI, per non dire del Pd, ci starebbero a pieni polmoni.

La ‘fantapolitica’: Renzi con il centrodestra, Berlusconi con Conte

Infine, ci sono gli scenari da ‘fantapolitica’. Un governo di centrodestra appoggiato all’esterno dall’Iv di Renzi o addirittura con Renzi che pretende di fare lui il premier (l’indiscrezione l’ha lanciata ieri il collega Carlo Puca) oppure un governo Conte di centrosinistra (Pd+M5s+LeU) con l’appoggio esterno di… Forza Italia, operazione cu -ennesima voce impazzita di ieri - Berlusconi avrebbe dato il suo placet in ‘odio’ a Renzi, “un uomo infido e viscido”, lo avrebbe bollato il Cavaliere, di cui non mi fido più, ormai”. Si vedrà. Una cosa è certa. Si andrà allo show down in aula e, come gridava il protagonista del film Highlander, “ne resterà in piedi solo uno!”, tra il premier e il leader di Iv. Se a Conte andrà male, invece, si vedrà tutto un altro film, a partire dalle consultazioni al Quirinale che, a quel punto, diventeranno formali e metteranno la crisi su altri binari. La sfida all’Ok Corral, comunque, sta per avere il suo epilogo.