[L'analisi] Istantanee dalle piazze di fine campagna: da Salvini a Zingaretti, da Di Maio a Renzi, tutte le partite in gioco

Regionali, occhi puntati sulla Toscana. Accoglienza tiepida per l’inedito comizio finale del centrodestra nel cuore del centro storico di Firenze. Qualche metro più in là piazza piena per Eugenio Giani: “Con un cambio di mano si rischia grosso su Sanità, ambiente e anche gli investimenti privati”. Zingaretti nelle Marche: “Andiamo casa per casa fino a lunedì”

[L'analisi] Istantanee dalle piazze di fine campagna: da Salvini a Zingaretti, da Di Maio a Renzi, tutte le partite in gioco

Istantanee dalle piazze dove si è chiusa ieri sera la campagna elettorale più strana, e più stanca, che si possa ricordare. Tra il Covid, la distanza sociale e le mascherine, i timori della ripresa del virus che ogni giorno spinge più in alto il numero dei contagi seppure asintomatici, gli obblighi di mascherina e distanza sociale, l’incertezza economica, le nuove chance che la crisi offre e che non possono essere perdute. Il tramonto di antiche certezze che alla fine, anche se per ultime, vengono messe in discussione dal vento giovane del populismo e da quello della protesta e della rabbia sociale.

Tante istantanee, altrettanti indizi che vengono dalle tre regioni (su sette) in bilico e per questo decisive: Marche, Toscana e Puglia, tutte governate dal centrosinistra, le prime due da sempre e per la prima volta in bilico. Unendo i punti, cioè i risultati - dei candidati ma soprattutto delle singole liste - lunedì pomeriggio, prenderà forma il futuro del governo, della legislatura, dei partiti, grandi e piccoli, che sono in gioco. E anche del premier Conte benché abbia blindato il suo destino al futuro, ai soldi in arrivo da Bruxelles e alla tesi che “solo con la necessaria continuità politica” quei circa 300 miliardi “potranno essere spesi come si deve e come serve”. 

Il partito del Dibba

A Bari c’è Alessandro Di Battista che decide di fare in Puglia la prima uscita pubblica da due anni a questa parte, anche l’unica di questa campagna elettorale e va a scegliere, non a caso, la regione dove i 5 Stelle possono fare più male all’alleato di governo Emiliano. Lo possono fare perdere visto che Antonella Laricchia, la candidata governatrice a cui un mese fa Di Maio chiese, inutilmente, il passo indietro per favorire l’accordo con l’alleato di governo, è stimata intorno al 10 per cento, una percentuale decisiva per far perdere o vincere il governatore uscente e in corsa per il nuovo mandato. Piazza piccola ma piena, con la distanza sociale tra le persone. Di sicuro nulla a che fare con le adunate oceaniche che Dibba fece nell’estate del 2016 contro il referendum - quella sì una vera riforma costituzionale - di Matteo Renzi. Ieri sera Dibba ha definito “Emiliano e Fitto come biechi rappresentanti del clientelismo pugliese”. 

E poi esce fuori la fisionomia del Movimento del futuro che “deve darsi un’identità e tirare fuori un'agenda politica per i prossimi dieci anni che possa ricostruire una comunità sulla base di valori e idee progettuali” visto che nell’ultimo periodo è capitato spesso di tradire le nostre idee”. Gli Stati generali, che quindi Dibba chiede ufficialmente dal palco, “non sono più rinviabili”. E il voto disgiunto che Emiliano ha invocato per portare via consenso ai 5 Stelle e possibile in Puglia, diventa per Dibba, “materiale per urne che non sono latrine”. Accanto a lui una pasionaria del Movimento che da tempo non si ritrova più nelle scelte della squadra di governo, l’ex ministra Barbara Lezzi.  “Il ministro Boccia, ha detto ai 5 Stelle di tagliare i ponti con il passato. Noi non abbiamo un passato di corruzione, noi non abbiamo gli impresentabili nelle nostre liste. Sono loro che devono tagliare i ponti con il passato, non noi”. E’ chiaro anche ad un bambino che con questa parte dei 5 Stelle non è possibile proseguire neppure un giorno nell’auspicata comune azione di governo. E’ il primo punto sull’agenda di Zingaretti sotto il titolo “Cose da fare dopo il voto”. 

Cascina nel Pantheon di Salvini

Il leader della Lega chiude la cavalcata che ha iniziato per primo appena finito il lockdown in quello che per lui è diventato un luogo “simbolo”, quasi “magico”, il comune di Cascina “dove tutto questo è iniziato anni fa”. E’ vero, il comizio finale e ufficiale è stato a Firenze, dalle 18.30 alle 19.45, selfie compresi, nel cuore del centro città, in piazza della Repubblica, la piazza dei caffè letterari e il salotto dei fiorentini. Mai l’opposizione politica si era spinta sin qua negli anni passati. Ma il vero comizio finale di Salvini lo fa da solo, senza alleati, nel comune dove Stefania Ceccardi divenne sindaca nel 2016, mettendo la prima bandiera leghista in un comune toscano e andando a vincere al ballottaggio contro un sindaco Pd che le dava della “ragazzetta”.

A Salvini piacciono i simboli e le citazioni. Un po’ di retorica. “Siate portatori di energia e entusiasmo, per il cambiamento. Oggi c'è una sinistra divisa, minacciata e c'è la Lega che sta al fianco degli operai, disoccupati, mamme e papà. E’ cambiato il mondo. Walt Disney diceva ‘se puoi sognarlo, puoi farlo’. Voglio dirvi che ci manca poco così, se un popolo si alza la vittoria è inevitabile”. Viene in mente il comizio finale di Salvini e Borgonzoni il 25 gennaio a Bibbiano, ultima tappa della campagna in Emilia Romagna. Allora, quella sera, c’era una piazza stanca e semideserta. Di fianco quella delle Sardine, allegra e affollata. Come Cascina ieri sera.  Allora  i sondaggi davano la Lega avanti sulla coalizione di Bonaccini. Oggi i sondaggi fotografano un testa a testa con Eugenio Giani che però due mesi fa era avanti di otto punti. 

Il centrodestra e i selfie di Firenze

Una delle istantanee di ieri parla però più di tutte le altre. E’ la “foto di Firenze”: nessuno nel centrodestra tre mesi fa avrebbero scommesso un euro sul fatto che Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani avrebbero scelto la Toscana per il comizio finale, addirittura Firenze che li ha sempre guardati dall’alto in basso e persino piazza della Repubblica, quella delle Giubbe rosse e Paskowsky, delle Sardine ma non certo di Lega e Fratelli d’Italia. E invece è andata proprio così, 600 persone, non di più, solo un rettangolo centrale della piazza, quel tanto che basta per avere la foto finale. Con tanto di telefonata in diretta di Silvio Berlusconi.

Se la candidata leghista Susanna Ceccardi sconfiggesse il dem Eugenio Giani diventerebbe il primo presidente toscano di centrodestra. Ecco perché queste Regionali si giocano tutte qua, in Toscana, e ieri a pochi metri una dall’altra: Salvini, Meloni, Tajani in piazza della Repubblica; in piazza SS Annunziata, Eugenio Giani spinto dagli altri big della sua coalizione, dal sindaco Nardella al governatore uscente Enrico Rossi passando per Matteo Renzi la cui lista, Italia Viva, è una delle sei che appoggia Giani ed è al debutto nelle urne in tutta Italia. Questa piazza per i fiorentini è stata per secoli il cuore della città (si celebra ancora qui il 25 marzo il Capodanno di Firenze), il luogo dell’orgoglio e della ripartenza, l’angolo di casa dove si va per ritrovarsi. E per ammirare la bellezza della basilica, delle logge dello ‘Spedale degli Innocenti e dei tondi di ceramica di Andrea della Robbia che decorano tutta la piazza. Restaurati nel 2016, i putti in fasce ieri sera brillavano nella notte.

Salvini sente la vittoria in tasca

Salvini ha corso gli ultimi cento metri “toscani” giocando anche sul sarcasmo. “Per 50 anni qui la partita nemmeno si giocava - ha detto - ora invece sono nervosetti, insultano, ma se insulti vuol dire che hai capito che devi preparare le valigie e che vai a casa”.  Sul palco fiorentino, grande sfoggio di ottimismo: “Si può fà, il centrodestra unito e compatto può farcela” ha esordito Giorgia Meloni. E siccome “Conte non rassegnerebbe le dimissioni - ha aggiunto - il presidente della Repubblica una riflessione dovrebbe farsela”. Il Cavaliere ha guardato oltre la Toscana: “Questa nostra coalizione vincerà in tutta Italia e lunedì festeggeremo nelle Marche, in Campania, in Veneto, ovunque”. La verità è anche nella coalizione da “Mulino bianco” che i tre leader vorrebbero dare, su questo voto ci sono attese diverse. Meloni non desidera il successo della Saccardi: vorrebbe dire che vince Salvini, significherebbe il suo ritorno alla guida della coalizione; molto meglio la sconfitta e il ridimensionamento già iniziato dopo l’Emilia Romagna. Forza Italia sta lottando per conservare centralità nella coalizione ma è sempre più dura restare terzi tra il dualismo e l’estremismo degli altri due leader.  

La piazza piena per Giani

In piazza ci sono 850 sedie per rispettare il distanziamento. E sono tutte piene. Ma dalle 18 in poi è un continuo arrivare di persone che piano piano riempiono la piazza oltre le sedie, fin sotto i porticati e lungo le scale di pietra. Il grande palco lungo venti meri dà le spalle alle basilica. La serata è dolce. E non ci potrebbe essere un posto più bello. Giani, “sarò il sindaci dei nostri sindaci” (frase scopiazzata anche da Ceccardi), parla per ultimo. Sa, e non ne fa mistero, che i sondaggi li mettono testa a testa, mezzo punto di distacco, niente. Ma ha fiducia di farcela. La Toscana non può tradire chi da trent’anni la percorre in lungo e in largo, la conosce in ogni angolo e rappresenta la continuità per sistema economico, industriale, culturale, turistico che ha funzionato e che adesso la pandemia ha messo in grossa difficoltà. Il punto non è tanto il rischio di affidare un meccanismo complesso come la Regione ad un giovane sindaco di un piccolissimo comune. Piuttosto la questione è che in Toscana la Lega non ha personale dirigente. Non ha, come al nord, sindaci, assessori che da anni governano, si sono fatti ossa ed esperienza.

“La mancanza di classe dirigente locale”

Prima di lui il sindaco Nardella e il governatore uscente Enrico Rossi. Il suo è anche il discorso del saluto, dell’arrivederci dopo dieci anni, ed è stato in assoluto il più applaudito. Rossi va dritto alla questione: “Se dovesse vincere la Lega gli interessi della sanità privata finirebbero per prevalere” come “l'interesse sugli inceneritori” con “i milanesi che vogliono venire ad occupare la Toscana”. Bisogna “votare Giani- ha continuato - per ragioni ideali, per una storia, una cultura, un sentimento ma anche per convenienza”. C'è pericolo - ha detto - che la Toscana “rompa i rapporti con l'Europa. Io poi insinuo un altro dubbio - prosegue - Ci siamo qualificati come regione attrattiva di investimenti, io sento malumore tra gli amministratori delegati delle società. Non è scontato che in Toscana si continui ad investire come prima e che sia anche la regione dello sviluppo e della ricerca”.

Il debutto di Italia viva

A Firenze, al fianco del candidato del centrosinistra, c’è anche Matteo Renzi reduce da una maratona di appuntamenti elettorali in tutta Italia. Il leader di Iv, pur giocando in casa, ammette come la sua Regione sia in bilico. La Toscana balla? “Penso sinceramente che sia il segno dei tempi. E’ normale, un anno e mezzo fa abbiano perso comuni importanti che Pisa, Siena e Massa. Ma deve essere chiara una cosa: se vince la Ceccardi noi di fatto siamo l'appendice della Padania, se vince Giani andiamo a prendere i soldi europei e li spendiamo bene”. La partita è di quelle che si decidono alla fine e il leader di Iv prova a allontanare brutti scenari: il voto comunque “non ha nulla a che fare con il Governo”.

Per Italia Viva questa tornata di voto amministrativo è il  battesimo elettorale ad un anno esatto dalla nascita. Il leader, all'inizio, sognava la doppia cifra e adesso ha battuto il territorio pancia a terra al grido di “abbiamo buone idee, ma ci servono i voti”. Smessi i panni di rottamatore, Renzi si vede  oggi come un “carrozziere che ripara i danni che fanno gli altri”. Il futuro resta un’incognita. In una trasmissione tv nel pomeriggio gli hanno chiesto  se si vede ancora, in futuro, alla guida di un grande partito popolare. “Sì - ha risposto - partirà da Iv, vedremo come si chiamerà. Magari guiderà un altro e io farò il navigatore accanto o il passeggero”. Accanto a Renzi, in campagna elettorale in Puglia e Toscana, sedeva Carlo Calenda e, anche se i rapporti tra i due vivono di quotidiani alti e bassi, è al leader di Azione che l'ex premier potrebbe guardare per un percorso futuro.

Il segretario dem nelle Marche

Il segretario Zingaretti è stato in Toscana con Giani fino al giorno prima. Ieri ha scelto di chiudere la campagna nelle Marche, a Macerata (uno dei circa mille comuni al voto) un’altra ragione in bilico, oltre a Puglia e Toscana, e sempre guidata dal centrosinistra. Il suo cavallo di battaglia è tenere distinta la politica nazionale dal governo locale. “Sono presidente di Regione e sono stato eletto il giorno della grande sconfitta politica del 2018, nello stesso istante - ha detto il segretario dem - quando si vota per le Regionali o per un sindaco, si vota per la qualità della vita del territorio e Maurizio Mangialardi  è il candidato migliore”. Quello che farà la differenza è “come le comunità locali sono governate: non date retta a chi dice tanto non cambia niente'. Se avessimo dato retta alla destra italiana - ha proseguito - 300 giorni fa, quando e' scoppiato il Covid, l'Italia sarebbe stata un Paese isolato, senza Europa e senza speranza”.

Il segretario si gioca tutto sull'asse Firenze-Bari anche se, in realtà, un precongresso interno è già partito. Il leader sarà impegnato a difendere la sua poltrona al Nazareno e per farlo dovrà per forza imprimere una secca accelerata all'azione di Governo. Mes e Recovery plan, innanzitutto. Ma anche decreti sicurezza e riforme. Intanto per ora e fino a lunedì chiede, in stile Berlinguer, di “combattere casa per casa per difendere il buongoverno e fermare la destra”. Ma è chiaro che se dovesse cadere la Toscana, parte il congresso. C’è già chi si diletta a disegnare scenari, con il presidente dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, in prima fila tra i papabili successori.

Il referendum, da Milano a Napoli

Ci sono state, in questo finale di campagna, altre piazze importanti, da Milano a Napoli, dove il tema è stato l’altro voto, il referendum. Utili, entrambe, ad al di là del merito, a disegnare anche scenari futuri. A Milano in piazza Sempione si sono ritrovati quelli del No. Anche qui una bella piazza piena. E che parterre: da Emma Bonino a Carlo Calenda, da Giorgio Gori (Pd) a Deborah Bergamini (Fi). Tutti per dire No ad una riforma che “è una finzione e porta a un Parlamento di fedelissimi”.

In varie piazze del napoletano ha dato appuntamento Luigi di Maio che in pratica ha fatto solo campagna per il Sì. Se dovesse vincere, riuscirà lo userà per coprire la sconfitta alle regionali e, soprattutto, la sconfitta dei propri candidati che potrebbe far perdere la guida di parecchie regioni. Con lui, in questo tour non semplice, alcuni fedelissimi, Laura Castelli e Francesco D'Uva, fino a Luigi Iovino e Iolanda Di Stasio. Sul palco di Napoli ieri sera c'era mezzo governo M5S, quasi a fornire una rappresentazione plastica di un nuovo stato maggiore del Movimento. Distaccato ormai dall’altro che è in piazza nelle stesse ore a Bari, quello di Di Battista.