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"I soldi investiti nelle armi avrebbero evitato l'attacco di Putin, con la forza della deterrenza"

La senatrice Pucciarelli, leghista, apprezzatissima anche dai vertici militari, ci racconta la guerra per le Forze Armate italiane vista dalla plancia del governo. "L'Europa e l'Italia hanno tagliato troppo"

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
Stefania Pucciarelli (Ansa)
Stefania Pucciarelli (Ansa)

Quasi per uno scherzo del destino, nel governo Draghi tre spezzini di tre partiti diversi, alleati o avversari nelle varie competizioni elettorali, si sono trovati casualmente insieme in un momento delicatissimo: Andrea Orlando, ministro del Lavoro nel periodo in cui sono stati e sono a rischio milioni di posti di lavoro; Andrea Costa, sottosegretario alla Salute in mezzo a una pandemia, e Stefania Pucciarelli, sottosegretario alla Difesa in mezzo a una guerra.

E proprio la senatrice Pucciarelli, leghista, apprezzatissima anche dai vertici militari, come era capitato a un’altra ligure come l’ex ministro della Difesa Roberta Pinotti, ci racconta la guerra per le Forze Armate italiane vista dalla plancia del governo.

Sottosegretaria Pucciarelli, innanzitutto una domanda “politica”, visto che lei è senatrice. Il presidente della commissione Esteri di Palazzo Madama Vito Petrocelli, del MoVimento Cinque Stelle ha votato contro la vostra risoluzione che prevede anche l’invio di armi di difesa. Che ne pensa?

“Penso che dovrebbe dimettersi immediatamente. Il presidente di una commissione ha un ruolo di garanzia, tanto è vero che normalmente non vota neppure quando un provvedimento arriva nell’organismo da lui presieduto. Quindi, penso che Petrocelli potesse almeno non votare in aula, la possibilità ce l’aveva. Invece ha voluto, legittimamente, mandare un altro tipo di messaggio. Ora non vedo per lui strada diversa dalle dimissioni”.

Passando da Palazzo Madama a Palazzo Baracchini, sede del ministero della Difesa, come vi dividete i compiti in questi drammatici giorni di guerra?

“Il ministro Lorenzo Guerini segue in prima persona gli eventi, insieme allo Stato Maggiore della Difesa e ovviamente si coordina con il Consiglio Supremo di Difesa presieduto dal presidente Mattarella. Per quanto mi riguarda, insieme al mio staff, seguo tutto ciò che riguarda le mie deleghe, dalla Marina Militare ai poligoni di tiro, il personale, le pari opportunità e tante altre. Ma ovviamente è giusto che le decisioni finali siano prese al vertice del ministero e degli altri organi, con le indicazioni del Parlamento”.

Lei segue in particolare la Marina. Che ruolo avrà in questa situazione? E i militari italiani?

“Abbiamo due unità navali in missione NATO nel Mediterraneo Orientale, che erano già ingaggiate a gennaio, prima dello scoppio delle ostilità. E poi ci sono mille uomini in stato di preallerta, pronti ad affiancare quelli che già abbiamo nella zona: 250 uomini in Lettonia e 150 in Romania con quattro Eurofighter per la sorveglianza aerea”.

Vede possibile anche un intervento diretto dei marinai in questa guerra? E i mezzi della nostra Marina sarebbero adeguati nel caso?

“Finora si ragiona su scenari di terra e quindi l’idea che si allarghi con lo sbocco al mare mi sembra prematura. Per quanto riguarda i mezzi, la Legge Navale ha opportunamente permesso di rinnovare la nostra flotta, che era vecchia e inadatta ai nuovi scenari. Ma era proprio tutto il settore delle strumentazioni che soffriva di obsolescenza: pensi che avevamo molte munizioni scadute o vicine alla scadenza e quindi inservibili”.

Come si può pensare di fare una guerra, seppur difensiva, con munizioni scadute?

“Appunto, non si può. Tutto nasce dalla leggerezza con cui si sono scelti i tagli alla Difesa. Ma, come ha ben capito la Germania, non sono spese inutili, anzi vale la pena di fare extradebito sul bilancio per finanziare queste spese belliche”.

Lo sa che con questa dichiarazione si attirerà gli strali di tutti i pacifisti?

“E invece avere una difesa credibile aiuta moltissimo la deterrenza rispetto alla guerra. Anche a me piacerebbe dire “nessun’arma”, ma non è così. Anzi le dico che se l’Europa avesse avuto più armi, probabilmente Putin non avrebbe mai aggredito l’Ucraina. L’esempio classico è quello della forza deterrente che ebbero gli euromissili, contro cui gli stessi pacifisti manifestavano, ma che assicurarono pace proprio con la forza di deterrenza”.

Lei è donna, come si trova in un ambiente maschile come quello della Difesa?

“Molto a mio agio, sono trattata come un uomo ed è ottimo. Anzi, all’interno delle Forze Armate, anche grazie a una delle deleghe che mi sono state conferite, mi sto occupando moltissimo di pari opportunità, per permettere soprattutto alle donne che lavorano nella Difesa di essere pienamente anche madri e, allo stesso modo, ai padri separati che hanno figli di poter armonizzare lavoro e genitorialità. Così negli anni scorsi, molto opportunamente, in molte strutture militari sono stati aperti asili e stiamo lavorando sempre più per mettere a disposizione orari compatibili con il lavoro dei soldati, visto che l’orario di un militare non è uguale a quello di tanti altri lavori. Insomma, la logica è quella di far sì che una donna che veste la divisa possa rivestire contemporaneamente senza problemi il ruolo di madre e che il lavoro non le imponga una scelta”.

Sottosegretario Pucciarelli, lei viene dalla Spezia che è un po’ la capitale italiana della Difesa. Prima di lei un altro spezzino come Lorenzo Forcieri, che pure è di uno schieramento diverso dal suo, ha ricoperto recentemente il ruolo di sottosegretario alla Difesa ricevendo pure lui moltissimi apprezzamenti. Come funziona, si respira Difesa nell’aria?

“Intendiamoci, io sono legatissima alla mia città, ma sono senatrice e sottosegretaria di tutto il Paese. Non difendo, in qualche modo lobbisticamente, solo le aziende della mia città, ma tutto il comparto italiano della Difesa, da Nord a Sud, che ha continuato a lavorare con le sue eccellenze anche durante la pandemia ed ha permesso di mantenere pure un certo livello di Prodotto Interno Lordo anche nei momenti più problematici”.

Però è vero che alla Spezia ci sono fabbriche che producono quelle che sono eccellenze nel settore. Penso allo stabilimento del Muggiano di Fincantieri che, insieme agli altri sette stabilimenti dell’azienda guidata da Giuseppe Bono, sta ottenendo ottimi risultati, vincendo commesse in tutto in mondo, grandissima eccellenza italiana legata alla capacità del suo manager in grado di ottenere risultati nel mondo come nessun altro. E ogni logica, politica, aziendale, strategica, umana, porta verso la sua conferma alla guida del gruppo.

“Io apprezzo molto le aziende e i manager che creano ricchezza per il proprio Paese e sviluppano la propria azienda. Ragionare in puri termini finanziari per me spesso è un po’ miope”.

Provo a tradurre: significa che lei non apprezza l’idea che Oto Melara possa essere ceduta da Leonardo all’estero?

“Non credo che fare liquidità con la vendita di Oto Melara sia una buona idea, né una soluzione. La storia delle cessioni è sempre la stessa: delocalizzazione e smantellamento dopo due-tre anni. Invece per Oto Melara, e i fatti di questi giorni lo dimostrano ulteriormente, occorre pensare al coinvolgimento nel progetto di carro franco-tedesco con una partnership che, soprattutto ora che Francia e Germania non sono perfettamente allineate, può trasformare davvero questo in un carro europeo, a tutela e garanzia del futuro e della crescita di questa azienda e del suo prodotto. In Italia”.

Massimiliano Lussanadi Massimiliano Lussana   
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