Gianfranco Pasquino: "Renzi ha rottamato il PD. Con lui la sinistra ha perso l'anima"

"Familismo, stile dittatoriale, alleanze sbagliate. Voleva sfondare al centro ma è rimasto ostaggio di Ncd e Ala. Per recuperare coesione serve puntare sul lavoro"

Il politologo italiano Gianfranco Pasquino
Il politologo italiano Gianfranco Pasquino
di Paola Pintus

Nel PD sale la febbre, e non solo per le Primarie. La scissione è l' espressione di un malessere che cova da tempo e che vede nell'inchiesta Consip solo l'ultima fibrillazione. I mal di pancia risalgono in realtà a ben prima, al patto del Nazareno ed al sistema delle alleanze che hanno retto finora l'azione del governo, alla gestione delle relazioni coi corpi intermedi su Jobs Act e Buona Scuola, per finire con Italicum e riforma costituzionale, il cui combinato disposto mirava alla realizzazione di un premierato forte che era il fulcro della proposta politica renziana ma che è stato bocciato senza appello dalla Corte Costituzionale e dal popolo italiano. Uno stile di leadership che si è riflesso, con le note conseguenze, fin dentro le fondamenta del partito, dove alcuni ormai vedono Renzi come un "corpo estraneo". Su questo, sull'attuale fase politica della sinistra italiana e sul fenomeno del renzismo abbiamo chiesto un opinione al politologo Gianfranco Pasquino.

Professor Pasquino, se il PD è il malato, Renzi è la malattia?

"In buona misura Renzi è il virus che ha provocato la malattia. Ha voluto governare il suo partito in maniera dittatoriale. Usava la sua maggioranza non per ascoltare quello che avevano da proporre le minoranze ma per emarginarle, spesso addirittura irridendole e quindi ha creato tensione un po’ fra tutti, persino all’interno della sua stessa maggioranza. Non sfugga il fatto che uno degli attuali sfidanti alla Segreteria, il Ministro Orlando, era organico alla maggioranza.

Ezio Mauro ha definito la concezione del potere renziano simile quella di "un consiglio comunale in gita premio". E' provincialismo, familismo, o cosa?

"La gestione del partito da parte di Renzi è chiaramente di tipo familistico o amicale. Pensare che nel resto del PD, ma anche intorno al PD non ci fossero persone più capaci di quelle che lui conosceva nel ristretto ambito Rignano sull’Arno-Firenze è stato un erroee gravissimo.

Secondo lei qual è stato lo sbaglio più grande di Renzi?

"L’errore più grande di Renzi è lo stile: non ascolto nessuno, vado avanti in fretta, rottamo, faccio quello che voglio e quelli che mi criticano sono di volta in volta gufi, professoroni, invidiosi e così via. Il Partito della Nazione è stato una scelta politica: naturalmente facendo un "partito della nazione" si dice che tutti gli altri non fanno parte della nazione e quindi si crea automaticamente uno schieramento. Lo sfondamento al centro si può anche fare, ma per catturare i voti del centro, non per farsi condizionare di volta in volta da Ncd e verdiniani. La strategia complessiva era sbagliata per una ragione molto semplice: che un partito di sinistra deve sapere occupare anche una buona parte della sua sinistra e poi costringere gli altri, e cioè i centristi ad andare a contrattare. Se fai il contrario, perdi pezzi. Ed effettivamente li ha persi.

La scissione era davvero inevitabile, come dicono alcuni?

"Il primo responsabile in un partito è sempre il segretario, che in questo caso non è riuscito a tenere insieme le diverse anime del PD e quindi la scissione in un certo senso l’ha resa inevitabile lui. Anzi, curiosamente, questa scissione arriva tardi. C’erano stati momenti molto più gravi nei quali si poteva semplicemente dire “basta con questo partito” e infatti qualcuno l’aveva già detto e sene sono andati silenziosamente i vari Civati ed altri che hanno abbandonato il gruppo parlamentare e sono andati qualche volta nella sinistra, qualche volta nel gruppo misto. Tutto questo era evitabile con uno stile diverso di gestione. Ma Renzi non è capace di uno stile diverso.

Qual è oggi lo spazio della sinistra in Italia?

Oggi la sinistra deve essere identificata come un luogo nel quale convivono diverse posizioni, che possono convivere se convergenti su un obbiettivo comune: in un paese come l’Italia l'obbiettivo non può essere che quello di rilanciare il lavoro, non solo come strumento di sopravvivenza, ma luogo di progettualità e dignità nella vita; poi occorre rilanciare la formazione professionale, culturale ed educativa, certamente in modo diverso da quanto fatt dalla buona scuola. Infine occore mettere insieme la sinistra plurale, ma non combattere una battaglia che non è di sinistra: quello significa perdere il senso, perdere l’anima.