“Obbligati a fare riforme necessarie. I sei tavoli al ministero hanno concluso i lavori”

Intervista al sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, “realisticamente ottimista”. “Seguendo il dettato costituzionale, si arriva alla ricette per correggere le distorsioni del nostro sistema”. Le modifiche devono essere approvate entro la fine del 2021. I decreti delegati entro il 2022. E così Cartabia diventa “ministro Supercar” 

“Obbligati a fare riforme necessarie. I sei tavoli al ministero hanno concluso i lavori”
Il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Poalo Sisto (foto da francescopaolosisto.com)

Dopo l’ennesima giornata in Commissione, il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto (Fi) accetta di rispondere alla domande di Tiscalinews su quello che sta accadendo in via Arenula, al ministero della Giustizia dove tutta la squadra del ministro Cartabia è al lavoro per riformare la giustizia italiana. Tutta: civile, penale, tributaria, l’organo di autogoverno dei magistrati. L’obiettivo è ridurre della metà i tempi nella giustizia civile e di un quarto quelli del penale. Il ministro ha parlato chiaro ai gruppi parlamentari: o facciamo queste riforme o perdiamo i soldi del Recovery, oltre che la faccia come Italia, una volta di più. Il Pnrr rappresenta per l’Italia la vera occasione non tanto per i soldi che arriveranno da qui al 2026 ma perchè siamo costretti a fare riforme necessarie da vent’anni.     

Sottosegretario Sisto, il ministro Cartabia ha detto che o riformiamo  la giustizia o perdiamo i soldi del Recovery. Un out-out senza appello?

“C’è poco da scherzare: la velocizzazione del processo civile, il riassetto della giustizia penale, la release dell’ordinamento giudiziario sono riforme strutturali, in mancanza delle quali non solo si perdono “i soldi della giustizia”, ma si corre il rischio di un grave inadempimento rispetto a tutto il finanziamento europeo. In pratica le riforme sono una obbligazione di risultato”.

Perchè così dirimente il dossier giustizia? Spieghiamolo ancora una volta

“Dirimente ha il significato di risolutivo: e la giustizia, da qualsiasi lato la si esamini, esprime il tasso di civiltà di un Paese. Abbiamo la necessità di ridurre i tempi di definizione dei processi civili del 50%, la durata dei procedimenti penali del 25%, di intervenire efficacemente sulla struttura dell’ordinamento giudiziario. Tutto ciò significa recuperare diritti patrimoniali sostanzialmente negati, rendere operativa la presunzione di non colpevolezza, conferire nuova trasparenza agli organi di governo della magistratura e alle strutture della giustizia. E’ evidente che tutti questi quadranti sono decisivi non soltanto per la legalità ma anche, soprattutto, per l’economia del Paese”. 

Il governo ha giurato il 13 febbraio. Tre mesi oggi. Come è stato impostato il capitolo riforme in via Arenula?

"Competenza, riflessione, confronto, efficienza. I quattro fondamentali “pilastri della saggezza”, che danno l’idea del new deal, un nuovo approccio, nell’affrontare il percorso delle riforme. Le commissioni - che sono sei: civile, penale, ordinamento giudiziario, magistratura onoraria, crisi d’impresa, giustizia tributaria - devono definire le proprie riflessioni e proposte in tempo brevissimo, inferiore a sessanta giorni. E’ già stato presentato il dossier “giustizia civile” e lunedì abbiamo illustrato ai capigruppo parlamentari il dossier penale. I risultati delle commissioni, grazie alla qualità dei componenti,  appaiono competitivi ma soprattutto finalmente rispettosi dei principi fondamentali della Carta costituzionale. A queste riflessioni è già seguita una prima fase di confronto con i componenti delle Commissioni interessate ai provvedimenti e le reazioni non sono state certo ostruzionistiche, anzi”. 

Sottosegretario, è da circa vent’anni che il Parlamento e le varie commissioni producono testi che puntualmente non vedono la luce. Cosa dovrebbe cambiare adesso?

“Lo dico dritto: è l’ultima occasione per diventare un paese credibile e affidabile. Sufficiente, direi”. 

Reazioni finora “non ostruzionistiche”, dice lei. Sarà che noi cronisti, stando più dall’altra parte, percepiamo invece le solite differenze, aggravate dall’esigenze di tutelare una specie di individualità di partito. Comunque, cosa dovrebbe succedere adesso?

“A questo ulteriore step seguirà poi il deposito degli emendamenti governativi, successivi a quelli già avvenuti da parte dei parlamentari, con la possibilità di subemendamendarli e di discuterli in commissione prima dell’approdo in Aula. Siamo lontani anni luce dai decreti-legge a sorpresa, dagli emendamenti approvati di soppiatto, dal costante ricorso alla fiducia, con qualche DPCM qua e là, che hanno reso il Parlamento quasi superfluo. Così l’Aula torna centrale nel rispetto dell’impianto di matrice costituzionale. E’ chiaro: anche il Parlamento è chiamato ad un atto di responsabilità che in questo caso vuol dire trovare un punto di mediazione nell’interesse del Paese. E’ questo in sostanza il senso del discorso fatto l’altro giorno dalla ministra Cartabia ai capigruppo in Parlamento”. 

Riforma del penale. Cominciamo dalla prescrizione. La prima ipotesi prevede lo stop delle prescrizione per due anni in caso di condanna in primo grado; per un anno dopo la conferma in Appello. Se entro questa scadenze non arrivano le sentenze, la sospensione cessa e il calcolo riparte comprendendo il periodo in cui è stata interrotta. Come la valuta? Molto, troppo laboriosa, non crede?

“Va innanzitutto dato atto che la Commissione sul delicato tema della prescrizione ha formulato due ipotesi, a riprova dello spirito libero del lavoro effettuato e della disponibilità assoluta a collaborare con la politica. Le due soluzioni rispettano tutte e due il principio della ragionevole durata del processo, l’una con profili sostanziali, l’altra (si prescrive in sostanza il processo e non più il reato, ndr) con aspetti più marcatamente processuali. Le scelte, che potrebbero anche essere diverse, apparterranno alle Aule parlamentari”.

In aggiunta, la bozza Lattanzi, il presidente della Commissione sul penale, prevede alcuni incentivi: maggior uso di riti alternativi; evitare il processo quando è evidente la tenuità del fatto  o quando la condanna dell’imputato è considerata una chimera; infine i pm non possono fare appello in caso di assoluzione in primo grado. Quale a suo avviso l’ipotesi migliore?

“Nessun giudizio: soltanto una presa d’atto. I meccanismi deflattivi che hanno lo scopo, con terapie diverse, di raggiungere l’effetto accelerazione sono variegati: si va dal filtro più efficace dell’udienza preliminare e dell’archiviazione, all’ampliamento del patteggiamento e alla maggiore attrattività del giudizio abbreviato, passando dalla giustizia riparativa e dalla introduzione di nuove tipologie di sanzione, esorcizzando così il binomio libertà/carcere; alla inibizione al Pm di archiviare le sentenze di proscioglimento e di assoluzione risponde la maggiore incisività dell’esercizio della facoltà di appello da parte dell’imputato. In definitiva, si può concludere che per raggiungere l’efficienza non è stata diminuita la domanda bensì migliorata l’offerta”. 

Scusi se insisto, ma è importante: lei è ottimista sul fatto che si possa arrivare ad una sintesi in una maggioranza dove garantisti e giustizialisti indossano magliette e hanno le tifoserie?

“Sono ragionevolmente ottimista in virtù dell’indispensabile senso di responsabilità che deve consentire il superamento delle “bandierine” di ciascuno. Quanto alla querelle fra garantismo e giustizialismo la risposta è da scuola elementare: basta rispettare la Costituzione”. 

Che tempi avete dato per condurre in porto la riforma. Per vederla cioè pubblicata sulla Gazzetta ufficiale?

“La riforma ha tempi stretti, ma ben possibili. Il percorso parlamentare della legge delega deve concludersi entro il 31 dicembre 2021; quello dei decreti legislativi entro il dicembre 2022. Non c’è scelta, bisogna farcela”. 

Fin qui il penale. E il civile, che più di tutti pesa sulla scarsa affidabilità del sistema Paese Italia?

“Per quanto riguarda il civile grande spazio alle forme di giustizia alternativa a quella ordinaria, pur mantenendo sostanzialmente l’attuale struttura del sistema processuale. I lavori della Commissione hanno avuto fluidità e condivisione e sono stati bene accolti, non diversamente dal penale, da tutte le forze politiche. Mi aspetto per questo un traguardo raggiungibile in tempi molto rapidi”. 

Sulla riforma del Csm, a che punto siamo? L’organo di autogoverno è una polveriera in procinto di esplodere.

“La Commissione sull’ordinamento giudiziario va a vele spiegate e costituisce, a mio avviso, la migliore risposta a tutte le polemiche, giustificate quanto talvolta strumentali, di questi giorni”.

Il referendum proposto da Lega e Radicali per la separazione delle carriere tra giudice e pm e la responsabilità civile delle toghe. Al di là del merito dei quesiti, questa legislatura ha i tempi per convocare le urne  referendarie?

“Considero il referendum un utile incentivo alla sensibilizzazione sui temi delle riforme, ritengo che consentirà addirittura di accelerarne il percorso. La democrazia diretta se esercitata secondo i canoni costituzionali è sempre benvenuta”. 

Lei ha ribattezzato la ministra Cartabia Supercar… perchè?

“E’ innegabile che la Ministra Cartabia, già Presidente della Corte costituzionale, non può che avere come principio motore della sua attività la stessa Costituzione. E questo è più che sufficiente, nel raffronto con la prima parte di questa legislatura, per aprire il cuore, in un partito come Forza Italia - da sempre legato alla difesa dei valori fondanti della democrazia-,  alla speranza che questa possa essere davvero l’occasione giusta per tornare al futuro: la rivitalizzazione di principi come la presunzione di non colpevolezza, la funzione rieducativa della pena, il giusto processo e la sua ragionevole durata sono i necessari compagni di viaggio di questo nuovo percorso”.